Mondo

La lezione del Beato Livatino per i magistrati

di

mattarella quirinale

Finalmente le toghe hanno un Patrono, con la maiuscola: il Beato Livatino. I Graffi di Damato

 

Ora che i magistrati hanno finalmente un Patrono – e che Patrono, con la maiuscola, trattandosi di Rosario Livatino, ucciso a 38 anni nel 1990 dai mafiosi e promosso Beato con la cerimonia conclusiva svoltasi ieri nella Cattedrale di Agrigento – è augurabile che essi finiscano di cercare e assumere altri patroni, con la minuscola, come si sono abituati a fare da tanto tempo con i politici, massoni e non, finendo per intrecciare le loro funzioni e le loro carriere col potere inteso nel peggiore dei modi.

La preferenza dei magistrati per questo tipo di patronaggio, che sporca inevitabilmente entrambe le parti in causa, è stata confermata proprio in questi giorni col fastidio, a dir poco, opposto dagli uni e dagli altri al proposito annunciato da Matteo Salvini di tornare al metodo del compianto Marco Pannella. Che era quello di sottrarre i temi della giustizia alle tortuose e paralizzanti trattative fra i partiti, le loro correnti e quant’altro, comprese quelle dell’associazione nazionale dei magistrati, per lasciare la parola direttamente agli elettori. E senza più consentire, possibilmente, quella truffa che, volenti o nolenti, tutti i politici – ad eccezione dei pochi radicali – commisero nel febbraio del 1988 approvando una legge sulla responsabilità civile dei magistrati che vanificò il cristallino risultato del referendum svoltosi solo qualche mese prima, nell’autunno del 1987. In cui l’80,21 per cento degli elettori abrogò le norme del vecchio codice che proteggevano le toghe dal rischio di pagare gli effetti dei loro errori: uniche fra tutte le categorie operanti nel nostro paese, dai medici agli ingegneri.

Non sia mai su questi argomenti gli elettori diventano agli occhi dei magistrati e dei politici che tengono loro banco dei pericolosi sprovveduti da chiudere a casa con due mandate, peggio che in un blocco da pandemia virale. Bisogna evitare in questo caso il contagio non da virus, ma da “buon senso”, per ripetere un’espressione felicemente usata ieri sul Corriere della Sera da Goffredo Buccini pur scrivendo non dei referendum ma solo del Beato Rosario Livatino e dell’eredità lasciata col buon esempio ai colleghi. “Oggi – scriveva testualmente Buccini a proposito di Livatino – avrebbe quasi 69 anni, più o meno la stessa età dei suoi colleghi famosi che si sbranano tra loro sui giornali e nei talk. Da quei suoi colleghi non si pretende santità: basterebbe un po’ di buon senso. La lotta inesausta tra toghe sindacalizzate suggerirebbe un passo indietro verso la compostezza, premessa dell’indipendenza e dell’equilibrio di cui parlava Livatino nel 1984 discutendo in un convegno proprio del ruolo del giudice nella società che cambia”. E pronunciandosi -aggiungo – contro la pratica già allora in uso di magistrati che passavano dai palazzi della politica ai tribunali e viceversa attraverso porte girevoli sempre ben oleate e funzionanti.

Ora che la credibilità della magistratura è passata dal 70 per cento della falsa epopea di “Mani pulite” ad un modesto 30 per cento o poco più, quella referendaria è scambiata per un’arma nucleare dagli interessati abituati alle trattative più o meno sottobanco per risolvere le controversie sui temi giudiziari. Forza Salvini, forza radicali e quant’altri sono davvero stanchi dell’eterna crisi della giustizia e vogliono finalmente tornare a fidarsi dei magistrati, non solo ad averne paura, come non capita solo al Vittorio Feltri di oggi. Che è diverso per fortuna da quello degli anni 90, quando correva dietro alle toghe solo per vendere, coi suoi titoloni roboanti di manette, più copie di un giornale agonizzante – L’Indipendente – diretto nella illusione di salvarlo dalla chiusura.

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