Mentre la guerra in Iran continua a sconvolgere i mercati energetici globali, i Paesi asiatici si trovano di fronte a una doppia sfida: gestire l’immediata crisi di approvvigionamento di petrolio e gas e ripensare a lungo termine la propria sicurezza energetica.
Ma oltre alla scarsità di idrocarburi dal Golfo, il conflitto sta accelerando un dibattito molto più delicato e pericoloso: quello sul nucleare.
Come sottolinea il Council on Foreign Relations in un recente paper, ciò che era nato come necessità, ossia ridurre la dipendenza energetica, si sta rapidamente trasformando, soprattutto in Giappone e Corea del Sud, in una riflessione profonda sulla possibilità di espandere il nucleare civile e, in prospettiva, di acquisire anche una capacità nucleare militare autonoma.
L’emergenza
La situazione è particolarmente drammatica nei Paesi più dipendenti e con minori riserve. Bangladesh e Filippine sono tra quelli che stanno pagando il prezzo più alto.
Manila ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per far fronte alla carenza di carburante, mentre a Dacca il governo ha imposto razionamenti severi, limitando pesantemente l’uso di diesel e benzina. C’è il timore concreto che il Bangladesh possa diventare il primo Paese asiatico a rimanere completamente a secco di combustibili fossili importati.
Queste misure di emergenza stanno già creando disagi quotidiani alla popolazione e rischi di instabilità sociale.
Giappone e Corea del Sud
Anche due economie avanzate come Giappone e Corea del Sud stanno subendo gli effetti della crisi, seppur in modo diverso.
Tokyo dispone di riserve strategiche significative che le permettono di resistere meglio nel breve termine, mentre entrambi i Paesi stanno ricorrendo al carbone e all’acquisto di GNL sul mercato spot, a prezzi però molto elevati.
Nonostante ciò, i governi di Tokyo e Seul sono perfettamente consapevoli che la situazione potrebbe peggiorare rapidamente se Trump decidesse di intensificare le operazioni militari in Medio Oriente.
Questa incertezza sta spingendo i due Paesi a ripensare seriamente le proprie strategie energetiche di lungo periodo.
Ritorno del nucleare civile
La crisi energetica ha dato un forte impulso al dibattito sul nucleare civile. La Corea del Sud, che è già uno dei maggiori produttori mondiali di energia nucleare, sta accelerando l’espansione della propria capacità installata.
In Giappone, nonostante le preoccupazioni pubbliche ancora vive dopo il disastro di Fukushima, il governo ha fatto del nucleare uno dei pilastri centrali della propria politica energetica. Si stanno riavviando diversi reattori spenti da anni e si pianificano nuove costruzioni.
Intanto a Seul cresce con forza la richiesta di poter arricchire sul proprio territorio una quota maggiore di uranio per rendere più autonoma la filiera del nucleare civile.
Il dibattito sulle armi atomiche
Il confine tra nucleare civile e militare, però, è sottile e il dibattito sta rapidamente scivolando verso temi più sensibili.
La Corea del Sud, vincolata da un accordo del 1974 con gli Stati Uniti, ha ottenuto alla fine dell’anno scorso l’autorizzazione ad arricchire uranio fino al 20% per scopi civili. Si tratta di un livello ancora lontano da quello necessario per le armi, ma sufficiente a far scattare allarmi forti.
Sia la Corea del Nord che la Cina hanno reagito duramente: Pyongyang ha definito l’arricchimento domestico del vicino “un trampolino verso lo status di quasi-potenza nucleare”, mentre Pechino ha lanciato avvertimenti chiari, minacciando possibili ritorsioni.
Il Giappone, invece, gode già da tempo di una condizione nota come “latenza nucleare”. Possiede ingenti quantità di plutonio, impianti di arricchimento, tecnologie missilistiche avanzate e velivoli in grado di trasportare armi nucleari.
In pratica, avrebbe la capacità di realizzare armi atomiche in pochi mesi se decidesse di farlo.
L’opinione pubblica
In Corea del Sud il clima di opinione è cambiato profondamente. Un sondaggio dell’Asan Institute di aprile 2025 ha rivelato che circa il 76% dei cittadini è favorevole allo sviluppo di una capacità nucleare autoctona: si tratta della percentuale più alta mai registrata dall’istituto.
Contemporaneamente, meno della metà degli intervistati crede ancora che gli Stati Uniti sarebbero disposti a usare armi nucleari per difendere la Corea del Sud in caso di attacco da parte di Pyongyang.
Già l’ex presidente Yoon Suk-yeol aveva aperto pubblicamente questa discussione nel 2023, rompendo un tabù che durava da decenni.
Rischi geopolitici
Muoversi verso una maggiore autonomia nucleare, civile o militare che sia, comporta rischi enormi.
Per la Corea del Sud significherebbe potenzialmente diventare un paria regionale, incorrere in sanzioni internazionali o, nel peggiore dei casi, vedere gli Stati Uniti ritirare le proprie garanzie di sicurezza.
Per il Giappone il contraccolpo da parte della Cina potrebbe essere violento, soprattutto in un momento in cui le tensioni per Taiwan sono già altissime.
Eppure, l’ambivalenza mostrata da Trump sul tema della proliferazione e la crescente percezione che l’ombrello nucleare americano sia sempre meno affidabile stanno spingendo entrambi i Paesi a valutare seriamente nuove strade.
In Giappone, la premier Takaichi Sanae ha lasciato intendere che potrebbe rivedere le proprie politiche sul nucleare e spingere per una revisione costituzionale su questi temi.
Con Washington concentrata sul Medio Oriente, l’Asia stretta nella morsa della crisi energetica e gli alleati statunitensi sempre più scettici sulla solidità delle garanzie americane, lo scenario di un Nord-Est asiatico con più Stati dotati di armi nucleari non sembra più un’ipotesi fantascientifica.







