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La campagna elettorale di Mario Draghi

Meloni

Critiche, sbuffi e stilettate del presidente del Consiglio, Mario Draghi, nella conferenza stampa sul decreto Aiuti ter. La nota di Paola Sacchi

 

Non è passata un’eternità da quando al meeting di Cl a Rimini Mario Draghi sembrava spegnere l’allarme “rischio democrazia” in caso di vittoria del centrodestra, sul quale il centrosinistra ha praticamente impostato tutta la sua campagna elettorale. Salvo qualche correzione di tono però non sostanziale. Ma il premier a Rimini rassicurava che con “qualsiasi” governo l’Italia ce l’avrebbe fatta “anche stavolta”, pur mettendo in guardia da “isolazionismi e protezionismi”. Era meno di un mese fa. Certamente c’è stata in questi ultimi giorni la notizia degli 007 Usa su presunte elargizioni della Russia a partiti di altri Paesi. Ma lo stesso Draghi, ieri in conferenza stampa, dopo aver riferito soddisfatto di un suo colloquio con il sottosegretario di Stato Usa Antony Blinken con la conferma che le notizie non riguardano nessun partito italiano, ha confermato: “La nostra democrazia è forte”. Che l’Italia non c’entri lo aveva già detto, in un’audizione al Copasir, presieduto da Adolfo Urso (FdI), il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai Servizi segreti, Franco Gabrielli.

Quindi, tutto bene? No. In quello che risulta un quadro rassicurante, e nel quale Matteo Salvini chiede le scuse “dopo fango, insinuazioni, attacchi vergognosi”, da parte di “Letta, Conte, Renzi”, si inserisce una nota che suona stonata da parte del premier. Draghi non nomina il leader della Lega. Ma appare evidente che sia proprio diretta a Salvini la stoccata su “quello che ama i russi alla follia e vuol togliere le sanzioni e parla tutti i giorni di nascosto con i russi, e vabbè c’è pure lui, però c’è tanta gente che non lo fa”. Nessuno chiede al premier di fronte ad osservazioni così di peso di fare nomi e cognomi.

L’ombra dell'”innominato” aleggia. Cosi come aleggiano i fantasmi dei “pupazzi prezzolati“, additati da Draghi come nemici della nostra democrazia. Salvini viene nominato sulla sua richiesta di scostamento di bilancio di 30 miliardi contro il caro bollette. Draghi è secco contro altro deficit, ricorda di aver già fatto varare provvedimenti per circa 31 miliardi: “Facciamo uno scostamento di 30 miliardi una volta al mese?”.

Ma la Lega è bersaglio anche di altre frecciate del premier sul no alla mappatura delle concessioni balneari con rinvio al successivo governo, come ha chiesto il ministro Massimo Garavaglia, e la posizione per il rinvio della delega fiscale: “La parola data si mantiene”. Salvini ribatte: “Draghi era nervoso. Io mi batto contro il caro vita, sono solo al servizio degli interessi degli italiani. È inspiegabile il suo no alla pace fiscale con la rottamazione delle cartelle esattoriali. E sulle sanzioni ho detto: restino, ma ci sia una copertura a livello europeo”.

La polemica però è anche tra Draghi e Giorgia Meloni su Viktor Orban e il voto del parlamento europeo dove FdI e Lega non hanno votato a favore della censura all’Ungheria. I toni del premier suonano un po’ più soft, ma lo stesso appare determinata la sua esortazione a non scegliere “partner”, che , a suo avviso, “pur scelti nella comunanza ideologica” non aiuterebbero a “proteggere gli interessi degli italiani”. Meloni, non nominata a sua volta, ribatte, con il capogruppo alla Camera di FdI, Francesco Lollobrigida: “Orban è un premier che ha vinto le elezioni”, e le accuse del PE “vanno circostanziate”. Sottolinea la presidente di FdI: “Ricordo a tutti che Orban ha vinto le elezioni, secondo le regole della sua Costituzione più volte, con tutto il resto dell’arco costituzionale schierato contro di lui. Quindi è comunque un sistema democratico”.

Enrico Letta chiosa: “Destra inaffidabile”. Ma Draghi riserva sorprese negative anche al “terzo polo” che anche in questo caso il segretario del Pd apprezza. Alla domanda se ci sarà un suo “secondo mandato” a Palazzo Chigi risponde sorridente ma lapidario: “No”. Matteo Renzi osserva che il premier non poteva che fare così per “non entrare nella campagna elettorale” e avverte che comunque “l’incarico lo dà Mattarella”.

Un fatto però sembra certo, oggettivamente la conferenza stampa di Palazzo Chigi nella campagna elettorale è entrata, eccome. Visto il dibattito che ha suscitato.

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