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Tutti i rischi di isolamento per l’Italia con la prossima tornata di nomine in Europa

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L’approfondimento dell’editorialista Roberto Sommella sui prossimi appuntamenti e scadenze in Europa relativi a nomine in istituzioni chiave

Narrano le cronache parioline di un bancomat che osò l’inosabile, catturare la carta di colui che firma le banconote della moneta unica. Mario Draghi la prese con filosofia e un sorriso, come a dire, proprio a me. Nei prossimi mesi questo aneddoto popolare romano che sconfina nella leggenda potrebbe però diventare un incubo per molti europeisti: la disgregazione prima dell’area Schengen, poi della libera circolazione delle merci e dei capitali e infine il bersaglio grosso: l’euro.
Solo 12 mesi fa questo sarebbe stato un racconto di fantafinanza, ma la nascita di ben 70 partiti euroscettici negli ultimi anni e la presidenza austriaca di turno, che di certo non si mostra sensibile ai temi dell’integrazione, rendono la partita dei rinnovi di una decina di cariche comunitarie una sfida decisiva.

L’Unione Europea che guarda a volte con sospetto l’Italia non avverte peraltro il terremoto che si apre sotto i suoi piedi. Eppure un europeo su due e oltre il 70% degli italiani vogliono la presa dei palazzi del potere da parte delle formazione sovraniste, perché confidano nella loro capacità di riformare l’architettura comunitaria. Il governo di Giuseppe Conte è nato anche come esito di questo spread sociale.

La rivoluzione forse è solo all’inizio, molte le cose che cambieranno. Per la prima volta muterà l’assetto del Parlamento Europeo, che non sarà più diviso tra le due grandi famiglie storiche, i conservatori e i riformisti, finora elementi di equilibrio tra le forze e i paesi dell’Ue, che poggiavano a loro volta sull’asse politico tedesco tra la Cdu e la Spd.

Con tutti i suoi limiti, l’assise che si divide inutilmente in due sedi costose, monumento involontario alle ragioni del nazionalismo, resta però decisiva nel dare il suo assenso ai commissari e a tutte le cariche più importanti nell’Ue. Chi siederà su quegli scranni avrà quindi molta voce in capitolo.

Nell’ultimo quarto di secolo tutti i presidenti della Commissione, del Parlamento e del Consiglio europeo, sono stati espressione di un accordo tra popolari e socialisti. Non sarà più così. I socialdemocratici europei sono in grande crisi, si dovrà capire dove si collocheranno il partito di Emmanuel Macron, il Movimento Cinque Stelle e la Lega, mentre anche l’uscita degli inglesi, dal momento che i loro conservatori non fanno parte del Partito Popolare Europeo e invece i laburisti sono nel gruppo dei progressisti, avrà i suoi effetti.

L’equilibrio politico europeo risulterà perciò rivoluzionato e si entrerà in una nuova fase, sulla carta più instabile, con l’Italia grande incognita, stretta tra i francesi e i tedeschi, da sempre abituati a fare da soli ma il cui direttorio mostra crepe preoccupanti.

Nello stesso tempo, cambieranno tutti i vertici delle istituzioni europee e personaggi quali Jean Claude Juncker, Mario Draghi e Donald Tusk, non saranno ricandidati o ricandidabili ai vertici di Commissione, Bce e Consiglio europeo. Per la prima volta il vertice dell’Eurotower verrà rinnovato a ridosso delle elezioni del Parlamento Europeo, appena finito il programma di riacquisto dei titoli di Stato, che tanto ha protetto il debito pubblico italiano.

La sostituzione dell’ex governatore è il cardine del toto-poltrone comunitario. Gli subentrerà Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank o qualche fidato banchiere centrale del Nord, solo se Angela Merkel, dopo aver retto alle spallate della Csu bavarese, strapperà un buon risultato alle consultazioni di maggio 2019, frenando l’impatto del gruppo Visegrad e delle altre coalizioni sovraniste che Matteo Salvini vorrebbe riunire in una super Lega.

Da questo braccio di ferro discende tutto, andare avanti con un’interpretazione flessibile dello statuto della Bce, come durante il mandato di Draghi, oppure imboccare il rigore teutonico, o addirittura tornare, nella peggiore delle ipotesi, al serpente monetario e una maggiore flessibilità dei vari cambi con monete di nuovo nazionali.

Anche il successore della potente Margrethe Vestager, commissario alla concorrenza, l’iron woman del nuovo millennio che ha messo sotto scacco Google & C, in un’epoca in si impongono nuovi dazi, potrà imporre una svolta protezionistica o meno al mercato più ricco del mondo. Non è una cosa di poco conto.

Come se non bastassero le incognite, sul far dell’autunno 2019 e poi nel 2010 andranno rinnovati anche il vertice della Vigilanza Centrale, retto dalla francese Danièle Nouy e poi quello dell’Eba, ora guidato dall’italiano Andrea Enria da Londra e in futuro in via di trasloco a Parigi, come esito della Brexit.

Secondo il quotidiano economico tedesco, Handelsblatt, che cita fonti interne alla Commissione Ue, l’Italia punterebbe a guidare il board della Vigilanza unica e in pista ci sarebbero tre nomi, dal già citato Enria (che però è stato riconfermato alla guida dell’Eba fino al 2020, il secondo nome in pista sarebbe quello di Ignazio Angeloni, che è già membro del meccanismo di vigilanza unificata in rappresentanza della Bce, e vanta un forte legame con il presidente della Bce Mario Draghi. Infine il quotidiano tedesco cita anche Fabio Panetta, componente del Consiglio di vigilanza del Meccanismo di vigilanza unico nonché membro del direttorio e vice direttore generale della Banca d’Italia.

Nomi a parte, per ora del resto anche prematuri, si può dire che su banche, prodotti finanziari e risparmio, il cuore della forza europea, pende un’ipoteca non indifferente: i regolamenti resteranno gli stessi ora in vigore e verranno attuati con analoga determinazione?

Sicuramente il rebus vale anche per l’Italia, che comunque vada non potrà più contare sulla contemporanea presenza di concittadini ai vertici comunitari e su figure autorevoli quali appunto Mario Draghi, Antonio Tajani e Federica Mogherini, membri di una pattuglia tricolore eterogenea ma di sicuro rispetto.

L’Unione si trova al centro di una rivoluzione geo politica. È contemporaneamente nel mirino degli Usa di Donald Trump, che erigono barriere commerciali, e della Russia di Vladimir Putin, ancora sottoposta alle sanzioni di Bruxelles. Tutti i governi sanno che non basta più crescere se aumentano disuguaglianze e si riduce il benessere. Ma probabilmente non si rendono ancora conto che la scelta degli uomini che guideranno lo scacchiere dell’Ue nei prossimi anni sarà decisiva. Dietro ai bancomat che erogano soldi ci sono competenze, relazioni, trattati. E persone.

(articolo pubblicato sul settimanale Milano Finanza)

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