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Italia-Germania: la partita è persa sul divario salariale

Uffici E Dipendenti

L’articolo di Veronica Balbi sul Forum economico italo-tedesco

Mentre a Berlino si svolgevano gli incontri tra Conte e Merkel sulla questione dei migranti, a Milano il 12° Forum economico italo-tedesco presentava i risultati di un sondaggio su parità di genere e sviluppo economico, emersi dalla ricerca “Equità di genere e crescita economica: uno sguardo a Italia e Germania”, realizzata dalla Camera di commercio italo-tedesca e Ipsos.

E in questo caso lo svantaggio italiano appare davvero più netto, una partita persa in partenza.
Le differenze tra donne italiane e donne tedesche che lo studio mette in luce sono parecchie a partire proprio dal tasso di occupazione femminile: in Italia siamo bloccati al 49 per cento, la Germania arriva al 72 per cento.
Alla domanda del sondaggio sulla condivisione dell’affermazione “Io ho la piena eguaglianza con gli uomini e la libertà di perseguire completamente i miei sogni e le mie aspirazioni” le tedesche si sono dette d’accordo per il 71 per cento mentre le italiane per il 48 per cento.

Ma la differenza nell’approccio alla questione femminile, che lascia veramente perplessi è un’altra. Mentre le donne in Germania sono più preoccupate in assoluto dalla differenza salariale con gli uomini (37 per cento), in Italia questa non sembra essere una priorità. Infatti le donne italiane ritengono che il tema più preoccupante nelle questioni di genere sia quello delle molestie sessuali (32 per cento). Al secondo posto gli abusi domestici (30 per cento), al terzo le violenze sessuali (29 per cento), al quarto la quantità di lavoro domestico non pagato (26 percento), al quinto il bilanciamento tra lavoro e responsabilità di cura, mentre l’equità salariale è addirittura al sesto posto.

Sicuramente quello della violenza sulle donne è un tema sempre più urgente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha definito uno dei principali fattori di rischio di malattia e di morte prematura per donne e ragazze. È un reato gravissimo. Eliminarlo non può che essere l’obiettivo minimo e indiscutibile di una società civile ed è indispensabile che tutte le risorse possibili siano impiegate in tal senso.

Ma rimuovere la violenza non può certo essere il traguardo dell’emancipazione. Occorre che lo stesso tempo e le stesse risorse siano spese per combattere le disparità sul lavoro. In Italia esistono pochissime campagne pubbliche, commissioni nazionali, associazioni economiche che si occupano dell’iniquità salariale mentre tutte le politiche di sensibilizzazione sui temi di genere sono incentrati sulla violenza.

Da anni, invece, in Germania vengono organizzate manifestazioni in occasione dell’Equal Pay Day, la giornata che determina la differenza dei giorni in più che servono a una lavoratrice per riuscire a guadagnare tanto quanto un suo collega uomo. Il governo federale tedesco ha avviato alcune forme di tutela, come la “Perspektive Wiedereinstieg e una legge sulla partecipazione paritaria di donne e uomini nelle posizioni di leadership nel settore pubblico e privato. Grande risalto dei media tedeschi è stato dato alla normativa del 30 marzo 2017 sulla promozione della trasparenza delle tariffe, che dovrebbe aiutare a far rispettare il principio della “parità di retribuzione per lavoro uguale o equivalente”.

Sappiamo bene quanto le campagne di comunicazione possano incidere sui costumi e rafforzare gli stereotipi. Uno dei più radicati, come tanti studi dimostrano, è quello che le femmine siano creature da difendere, vulnerabili e bisognose di protezione e i maschi forti e indipendenti. Un preconcetto che alla fine enfatizza la subordinazione delle donne e si trasforma in una sorta di paternalismo che promette loro protezione in cambio di subalternità. Una visione che esse finiscono per assimilare e finisce per renderle più deboli e insicure. La paura del maltrattamento le distoglie dal desiderio di una libera e piena affermazione nella società. Tanto da considerare molto più significativa la questione delle molestie, seppur riferiscano di non averle subite, che quella della disparità salariale che invece sperimentano quotidianamente.

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