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Isis odia più Putin che Biden? Parla Lorenzo Vidino (George Washington University)

Tutto su organizzazione e obiettivi di Isis-K. Conversazione con Lorenzo Vidino, direttore alla George Washington University del Programma sull'estremismo.

Dopo tre giorni di gran confusione e propaganda, ora anche Putin è costretto ad ammettere che la strage di Mosca di venerdì scorso è stata compiuta in nome di Allah e non dell’ebreo Zelensky. Ma naturalmente, spiega a Start Magazine il direttore alla George Washington University del Programma sull’estremismo, Lorenzo Vidino, lo zar sapeva benissimo tutti i motivi per cui il suo Paese era nel mirino e da tanto, tantissimo tempo.

Pensavamo che Isis fosse stata sconfitta, invece scopriamo che ha addirittura alleati.

In realtà non è corretto affermare che l’Isis fosse stata sconfitta. La verità è che negli ultimi cinque anni l’opinione pubblica ha distolto lo sguardo da quel gruppo per una serie di motivi, non ultimi il Covid e la guerra in Ucraina. In questo periodo inoltre si era registrato un calo degli attacchi della stessa Isis, soprattutto in Occidente.

E invece voi addetti ai lavori cosa stavate facendo mentre eravamo tutti distratti?

Noi abbiamo seguito la parabola discendente di questa organizzazione che nel 2019 perse tutti i territori che controllava in Siria e in Iraq, ossia il famoso Califfato. Malgrado ciò, tuttavia, la minaccia non era affatto evaporata in quanto l’Isis, nel frattempo, si era ramificata affiliandosi ad altre organizzazioni, circa una ventina, che loro chiamano “province”, in arabo “Wilayat”, collocate in giro per il mondo, dall’Africa allo Yemen, alle Filippine fino all’Afghanistan dove domina questa ormai famosa Isis-K.

Quanto sono pericolose queste venti “filiali’?

Queste diramazioni hanno delle potenzialità diverse: alcune in realtà esistono solo come nome, sono cioè poco più che piccole cellule quasi inoffensive, altre invece come l’Isis-K hanno già messo a segno vari colpi con successo.

Il brand Isis, insomma, va ancora alla grande.

Direi di sì. Le fervide attività delle famiglie locali dimostrano che la casa madre, malgrado le ripetute uccisioni dei capi e le enormi difficoltà a controllare questo network, continua a esistere anche grazie a queste leadership distribuite in un vasto arco territoriale.

Quello di Mosca pare proprio un attentato fotocopia in stile Bataclan o Mumbai. Firma jihadista? Qual è il modus operandi di questo stragismo?

Gli esempi che lei mi fa sono i più calzanti. In entrambi i casi, e anche a Mosca, sono entrati in azione quelli che la cultura jihadista definisce “inghimasi”, ossia commando spietati che sanno che potranno quasi sicuramente essere uccisi e in certi casi cercano proprio una morte spettacolare come nel caso dei kamikaze. Ma a Mosca, come a Parigi, questi uomini hanno fatto in modo di sopravvivere il più a lungo possibile per colpire in più punti e provocare il massimo numero di vittime. Vorrei sottolineare proprio la mediaticità che è parte integrante del modus operandi del jihadismo, che entra in azione in luoghi affollati e pieni di telecamere perché poi le immagini serviranno per la propaganda.

Perché Isis colpisce la Russia?

I jihadisti vedono la Russia in un’ottica molto diversa dalla nostra. Dal loro punto di vista, e da quello di Isis-K in particolare, la Russia è non un nemico, ma il principale nemico. C’è infatti una scia trentennale di attentati contro quel Paese anche molto sanguinosi.

Ma perché colpirla proprio ora?

Perché la Russia è molto attiva su tutti i fronti in cui operano sia Isis che Isis-K, ossia in primis l’Afghanistan, poi in generale nell’Asia Centrale dove la Russia ha un’influenza molto importante e i jihadisti vogliono espandersi, poi naturalmente in Siria, dove Mosca è ancora oggi presente come protettrice del dittatore Assad cui l’Isis a partire dal 2013 sottrasse interi pezzi di territorio nazionale che ora punta a riconquistare. Infine c’è l’Africa, dove il gruppo è presente in vari Paesi, gli stessi dove sono dispiegate anche unità russe come la famigerata ex Wagner, chiamate dai governi locali proprio per combattere l’Isis.

Pare di capire insomma che Isis odia più Putin che Biden, ossia il Grande Satana.

Proprio così.

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