Mondo

Perché non ci sarà guerra vera fra Stati Uniti e Iran. Analisi

di

Soleimani

Che cosa cambierà davvero in Iran dopo l’uccisione di Soleimani. L’analisi di Stefano Fait

Qassem Soleimani era un falco che metteva a repentaglio la politica riformista di Rohani. Tolto di mezzo lui, quest’ultimo è il nuovo timoniere dell’Iran. Attendiamoci un cambio di rotta incoraggiante.

Trump ha sempre detto di non cercare un cambio di regime ma un cambio di atteggiamento del regime. Non metterebbe mai a repentaglio la sua riconferma alla Casa Bianca, nell’anno del voto, sapendo che il suo stesso elettorato è massicciamente contrario a un conflitto con l’Iran e dopo aver ripetutamente promesso negli ultimi 4 anni che mira al disimpegno militare Usa nella regione.

Regno Unito, Germania, Francia si sono schierate con Trump. La Russia è stata insolitamente prudente e sembra prepararsi a un ruolo di mediazione e risoluzione pacifica tra i contendenti. Lo schema sembra lo stesso usato in Corea del Nord: minacce, escalation, primo accordo.

Ci viene ripetuto che l’uccisione di Qassem Soleimani sarà foriera di conflitti regionali che potrebbero sfociare in una guerra mondiale.

I precedenti sembrerebbero confortare questa lettura degli eventi.

Il Nobel per la Pace Obama ha bombardato 7 nazioni in 8 anni (tutte islamiche), contro le 4 di Bush, e molti commentatori temono Trump molto più di Obama.

Di conseguenza analoghe interpretazioni sono state date delle iniziative del presidente Trump in Corea del Nord, Afghanistan, Siria, Venezuela e Ucraina.

Nessuno degli scenari pessimisti si è avverato:

  • Si sono avuti innegabili e importanti progressi in Corea del Nord e Afghanistan.
  • Il “Califfato” è stato sconfitto.
  • La ricostruzione della Siria è stata avviata.
  • Il Venezuela non è imploso in una guerra civile.
  • Il nuovo presidente ucraino Zelensky è in ottimi rapporti con Trump e Putin.
  • Una maggioranza di elettori repubblicani appoggia il piano della Casa Bianca di disimpegno militare dal Medio Oriente e Afghanistan, in linea con la dottrina trumpiana che l’esercito statunitense non è una forza di polizia internazionale.

In questi 3 anni di mandato Trump ha avuto innumerevoli occasioni per far esplodere un conflitto in ogni angolo del mondo.

Ma non l’ha fatto.

Ne consegue che lo scenario catastrofista non è il più plausibile.

NON CI SARÀ ALCUNA GUERRA TRA IRAN E STATI UNITI

Nessuna delle due nazioni la vuole.

Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano, ha tuittato che “l’Iran non cerca un’escalation o una guerra ma si difenderà da ogni aggressione”.

Una nazione militarmente del ventesimo secolo non desidera combattere direttamente contro una nazione militarmente nel ventunesimo secolo che controlla lo spazio.

Contemporaneamente, una guerra nel Golfo Persico manderebbe in fumo 3 anni di negoziati statunitensi con Corea del Nord, Afghanistan, Siria, Israele e Palestinesi, Russia e Cina.

La stessa eliminazione di Soleimani rappresenta un passo significativo in direzione della stabilizzazione del Medio Oriente. Infatti il generale stava pianificando una serie di attacchi a basi militari americane che avrebbero incendiato i rapporti tra Stati Uniti ed Iran (Inside the plot by Iran’s Soleimani to attack U.S. forces in Iraq, Reuters, 4 gennaio 2020).

Lo conferma la dichiarazione congiunta di Regno Unito, Francia e Germania, che prende di mira l’Iran, non gli Stati Uniti, in totale contrasto rispetto alla narrazione dei media dei rispettivi paesi: “Abbiamo condannato i recenti attacchi alle forze di coalizione in Iraq e siamo gravemente preoccupati per il ruolo negativo che l’Iran ha svolto nella regione, anche attraverso l’IRGC e la forza di Al-Qods al comando del generale Soleimani”.

Volendo esaminare la vicenda dell’attacco missilistico ad alta precisione, è assai singolare che non vi siano state perdite americane, che avrebbero prodotto una rappresaglia sanguinosa e inevitabile da parte del Pentagono.

Jack Tapper, giornalista e conduttore della CNN (notoriamente ostile a Trump), riferisce che un funzionario del Pentagono gli ha detto che molti alti ufficiali ritengono che l’Iran abbia deliberatamente scelto obiettivi che non comporterebbero una perdita di vite umane, in particolare statunitensi.

Sembra dunque più probabile che si tratti di una mossa rituale/cerimoniale, come avviene da millenni nelle società umane quando si deve addivenire a un accordo che salvi la faccia a entrambe le parti e plachi le frange radicali al proprio interno.

AL CONTRARIO, SCOPPIERÀ LA PACE

Sappiamo che, solo pochi mesi fa, Trump ha dichiarato che “l’Iran è cambiato, è un paese molto diverso ora rispetto a 3 anni fa e, francamente, può fare quello che vuole in Siria”.

Perché non provare a immaginare che Trump non sia solo fortunato e invece cominciare a prendere sul serio l’ipotesi che la sua amministrazione (certamente non composta da dilettanti) stia attuando un piano ben preciso e a prendere per buone le sue dichiarazioni pubbliche sulla volontà di porre fine a conflitti incancreniti, interrompere le attività di polizia internazionale dell’esercito americano e spianare la strada alla pace nel mondo?

Quanto all’Iran, al di là delle formule di rito e liturgie politiche del regime, è indiscutibile che il riformatore moderato Hassan Rohani si è liberato del suo peggior rivale, il falco Qassem Soleimani, a capo di una fazione intransigente, militarmente potente, agguerrita ed espansionista che rappresentava la sua eterna spina nel fianco.

Se le cose stanno così, è del tutto realistico immaginare uno scenario in cui Rohani diventa l’equivalente iraniano di Kim Jong-Un, con la crisi internazionale che si conclude con uno storico accordo di pace tra Stati Uniti, Iran e Iraq, siglato magari persino entro l’anno (a tutto vantaggio elettorale di Trump).

Stefano Fait (consulente strategico nei settori: geopolitica, geoeconomia, energia, innovazione tecnologica e sociale, clima)

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