Le proteste scoppiate in Iran alla fine di dicembre per il crollo della moneta nazionale si sono trasformate in una sfida aperta al regime teocratico.
Nonostante il blackout internet totale imposto dalle autorità, nonostante le minacce di pena di morte e le scariche di proiettili veri, migliaia di persone scendono ancora in piazza.
Mentre Trump agita lo spettro di un intervento militare e il figlio dello Shah Reza Pahlavi, dall’esilio, chiama alla rivolta, il paese vive giorni di rabbia, paura e speranza.
COME SONO NATE LE PROTESTE IN IRAN
Tutto è iniziato il 28 dicembre con il tracollo del rial, schiacciato dalle sanzioni e dall’inflazione galoppante. Ma in poche ore le lamentele per il carovita si sono trasformate in manifestazioni di massa, dove si urlavano slogan politici durissimi.
Come racconta l’Associated Press, in poco tempo la gente ha cominciato a chiedere non più solo pane e lavoro, ma la fine del potere clericale.
Il Guardian parla di oltre 570 cortei in tutte e 31 le province del Paese. A Teheran, Mashhad, Tabriz, Shiraz, Rasht, le voci della folla si uniscono ai cori: “Morte a Khamenei”, “Viva lo scià”.
A Mashhad, città natale della Guida Suprema Ali Khamenei, i falò illuminano le strade in segno di sfida.
Come sottolinea la BBC, le proteste hanno ormai superato le due settimane e coinvolto più di cento città: un movimento che non si era visto così diffuso dai tempi della rivolta per la morte di Mahsa Amini nel 2022.
LA REPRESSIONE DEL REGIME IRANIANO
Le autorità hanno risposto con la massima durezza. Da giovedì scorso l’Iran è tagliato fuori dal mondo: internet spento, linee telefoniche internazionali bloccate, intranet domestica ridotta al minimo.
La BBC definisce questo blackout il più pesante degli ultimi anni, molto più grave di quello imposto tre anni fa. Solo chi riesce a connettersi con Starlink riesce a far uscire qualche immagine o messaggio.
I video che filtrano mostrano scene durissime: manifestanti che prendono d’assalto piazze, forze di sicurezza che sparano proiettili veri, corpi portati via di corsa.
Il Guardian riporta testimonianze di cecchini appostati nei quartieri ricchi di Teheran e di “centinaia di corpi” visti da alcuni attivisti.
L’agenzia HRANA parla di almeno 116 manifestanti uccisi e oltre 2.600 arrestati. Il New York Times descrive ospedali al collasso, con feriti da arma da fuoco e traumi gravi agli occhi causati da proiettili di gomma.
L’avvocato generale iraniano ha dichiarato che chiunque scenda in strada sarà considerato “nemico di Dio”: un’accusa che prevede la pena capitale.
IL RIOLO DI Reza Pahlavi
In questo scenario di repressione emerge sempre più forte la figura di Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Shah, che dall’estero si è trasformato nel punto di riferimento simbolico della rivolta.
Come riferisce Reuters, in un video su X Palavi ha lanciato l’appello più deciso finora: “Non basta più scendere in strada. Dobbiamo prepararci a prendere il controllo dei centri delle città e tenerli”. Promette di tornare presto in Iran e invita a sventolare la vecchia bandiera con leone e sole.
Il Guardian nota che il suo messaggio ha trovato eco tra i manifestanti, molti dei quali gridano “Viva lo Shah” non necessariamente come sostegno a una restaurazione monarchica, ma come rifiuto totale della Repubblica islamica.
Pahlavi ringrazia pubblicamente Trump per il sostegno dichiarato e assicura: “Non siete soli”.
TRUMP ALZA IL TIRO
Donald Trump promette di portare soccorso ai manifestanti. Su Truth Social ha scritto: “L’Iran guarda alla libertà come mai prima. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!”.
Il New York Times rivela che al presidente sono state presentate opzioni militari, inclusi possibili attacchi mirati contro apparati di sicurezza del regime. Il Dipartimento di Stato avverte: “Quando Trump dice qualcosa, lo fa sul serio”.
Teheran ha risposto con altrettanta durezza. Com’è riporta l’Associated Press, Il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che in caso di attacco americano “tutti i centri militari statunitensi nella regione e il territorio occupato” (cioè Israele) diventeranno “obiettivi legittimi”.
In parlamento i deputati hanno urlato “Morte all’America”, mentre i Guardiani della Rivoluzione promettono di schiacciare ogni tentativo di destabilizzazione.
VOCI INCONTROLLATE
Nel caos delle informazioni frammentarie circolano anche molte voci: fughe di oro verso la Russia, leader pronti a scappare, feriti di altissimo rango.
Euronews invita alla cautela: molte di queste storie nascono anonime sui social e spesso ricordano campagne di disinformazione del passato.
Quel che è certo è che l’Iran sta vivendo uno dei momenti più delicati della sua storia recente. Il regime è indebolito dopo la guerra lampo con Israele e la perdita di influenza regionale.
La gente, però, non molla. Come ha detto una manifestante di Teheran al Nyt: “Abbiamo tutti paura. Ma continuiamo a uscire lo stesso”.






