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Iran Israele

Cosa cambia dopo l’attacco dell’Iran a Israele

Tra attacchi, ritorsioni e rappresaglie - come quella che l’Iran in risposta del raid israeliano contro la propria ambasciata a Damasco- il mondo assiste impotente a uno scenario dalle conseguenze imprevedibili. Il taccuino di Guiglia

I venti di guerra in Medio Oriente, con l’attacco dell’Iran contro Israele, rimbombano anche nel nostro Paese. Non solo perché, da europei, dovremmo essere consapevoli di quanto sia necessario che si garantisca il diritto non negoziabile all’esistenza libera e pacifica dello Stato ebraico. Che è anche l’unico Paese democratico e occidentale nell’intera area sempre più incandescente.

Allo stesso tempo, l’Europa conosce altrettanto bene il contestuale dovere d’assicurare una Patria ai palestinesi, da troppo tempo alla mercè d’ogni e altrui strumentalizzazione politica.

Ma il vento dei missili e dei droni ha lanciato contro Israele, estendendo il conflitto e rendendolo sempre più incontrollabile, dovrebbe mobilitare subito l’intero mondo politico-diplomatico. Anche italiano, visto, oltretutto, che c’è un nostro contingente in ambito Onu (Unifil) e bilaterale (Mibil) schierato in Libano, ossia 1.300 militari impegnati a garantire la sicurezza e la stabilità nella regione. E considerato, poi, che la missione dell’Ue, Aspides, per assicurare ai mercantili la libertà di navigazione nel Mar Rosso preso di mira dal gruppo armato Houthi, è guidata in mare proprio dall’Italia.

L’allarme rosso americano sull’attacco di Teheran “ad ore” aveva indotto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a una lunga telefonata col suo collega iraniano per esortarlo -non si sa con quanta possibilità di successo – “alla moderazione”.

“Moderazione” suona come parola miracolosa in questo contesto insanguinato e ad altissima tensione. Prevale ovunque il linguaggio della violenza, come se la guerra fosse un destino ineluttabile. Anche per Israele, che combatte a Gaza a caccia di Hamas, cioè dei responsabili della barbarie del 7 ottobre 2023. Ma nella Striscia s’è ormai persa la tragica contabilità delle vittime civili e delle richieste di aiuti alimentari. Così come poco o nulla si sa degli ostaggi israeliani ancora in mano ai terroristi. Innocenti di là e di qua pagano il prezzo più alto. “Basta, fermatevi!”, continua a dire il Papa, inascoltato, a tutti i belligeranti d’ogni conflitto.

Tra attacchi, ritorsioni e rappresaglie -come quella che dell’Iran per “vendicare” il raid israeliano contro la propria ambasciata a Damasco-, il mondo assiste impotente a uno scenario dalle conseguenze imprevedibili.

Gli Stati Uniti mettono in guardia Teheran: “Faremo di tutto per aiutare gli israeliani a difendersi”. Ma l’amministrazione-Biden ha i mesi contati. L’incognita sull’America che verrà dopo il voto di novembre per la Casa Bianca, e la constata -almeno finora- impossibilità di poter contare sull’aiuto “alla moderazione” da parte di altri grandi protagonisti della geopolitica, dovrebbero spingere l’Ue a raccogliere la sfida politica e diplomatica in Medio Oriente. Prima che sia troppo tardi.

(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)

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