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Inviare truppe italiane in Siria? Il commento di Gaiani (Analisi Difesa)

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Sull’invio di truppe in Siria il governo italiano non si è espresso né è plausibile che una simile decisione venga presa dal solo ministro della Difesa. Il commento di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa

Washington attende risposte da Roma alla richiesta di inviare truppe italiane in Siria. Come ha ricordato l’8 giugno il Corriere della Sera, da alcune settimane è in corso un pressing discreto ma intenso da parte degli Stati Uniti per indurre il governo italiano a inviare un contingente militare nei territori siriani orientali occupati dalle Forze Democratiche Siriane (FDS), milizie curdo arabe sostenute dalla Coalizione.

In quei territori erano presenti circa 2mila militari Usa in fase di dimezzamento e vi sono contingenti britannici e francesi.

Una delegazione militare americana avrebbe incontrato oggi i vertici delle forze curdo-siriane, secondo quanto riferito dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), ong con sede a Londra vicina ai movimenti ostili a Bashar Assad.

Le fonti dell’Ondus affermano che l’incontro è avvenuto a nord di Raqqa, nella zona di Ayn Issa, dove sorge una delle principali basi militari Usa della regione. L’obiettivo dei colloqui, si legge, è quello di fare il punto sulla situazione militare, di sicurezza e logistica nella regione a est dell’Eufrate sotto controllo curdo e americano

Il già avviato ritiro parziale dei militari americani, voluto da Trump in contrapposizione al Pentagono, ha indotto Washington a chiedere un maggior ruolo agli alleati della Nato.

Finora il governo italiano non si è espresso né è plausibile che una simile decisione venga presa dal solo ministro della Difesa.

Come ha ricordato il Corriere, il ministro degli Esteri, Moavero Milanesi, ha fatto presente che tale missione (anche se limitata a forze d’addestramento per le milizie curde siriane) potrebbe non essere opportuna tenuto conto che Roma schiera 1.100 uomini col casco blu in testa nel vicino Libano.

Una risposta credibile se si considera che i nostri caschi blu in Libano operano in un’area controllata al 100% da Hezbollah, movimento e milizia scita che in Siria è alleata di ferro del governo di Bashar Assad.

Un governo che può non piacere ma legittimo per il diritto internazionale e che considera “invasori” le truppe della Coalizione presenti sul suo territorio.

Una definizione politicamente e giuridicamente corretta, quella di Damasco, dal momento che le uniche forze straniere che i governativi siriani hanno invitato sul loro territorio sono quelle russe e delle milizie iraniane.

Facile quindi intuire che l’invio di “truppe d’occupazione” nell’ambito di un’operazione non legittimata dalla comunità internazionale in una regione siriana senza il via libera di Damasco rischierebbe potenzialmente di esporre anche i caschi blu di Unifil a possibili ritorsioni o rappresaglie.

Anche perché le forze Usa sono già intervenute in più occasioni con raid e azioni a fuoco contro le forze siriane governative.

Del resto se le controindicazioni ad accettare la richiesta di Washington sono tante, i vantaggi sono invece nulli se non quello di assecondare ancora una volta il potente alleato d’oltre Atlantico.

Già coi recenti governi di centro sinistra l’Italia ha aderito alla Coalizione anti Isis ma senza assegnare compiti di combattimento al suo contingente (aerei disarmati e militari impegnati solo in compiti di presidio o addestramento) e schierandolo esclusivamente in territorio iracheno, nel rispetto del diritto internazionale.

L’Iraq infatti ha chiesto aiuto e presenza di truppe della Coalizione sul suo territorio, a differenza della Siria.

La presenza di militari anglo-americani, francesi e turchi in Siria costituisce quindi una violazione del diritto internazionale (di cui stranamente all’ONU non si parla mai) e un “atto di guerra” a cui il governo siriano potrebbe prima o poi rispondere con legittime azioni militari.

Non sfugge infatti che la presenza della Coalizione non ha certo più il compito di sconfiggere lo Stato Islamico, ormai annientato o comunque dotato di capacità limitate a compiere attentati e imboscate.

Le forze alleate presidiano i territori a est dell’Eufrate ricchi di gas e petrolio semplicemente per impedire ad Assad di riprenderne il controllo e il ritiro almeno parziale degli USA col tentativo di rimpiazzarle con truppe europee conferma la volontà di Washington di coinvolgere maggiormente gli alleati in prima linea.

Una posizione che schiera ancora una volta le potenze occidentali al fianco dei ribelli jihadisti esponendole al rischio di un confronto militare con la Russia, presente in forze in Siria.

È evidente che Roma non ha oggi alcun interesse ad apparire come potenza occupante in Medio Oriente, a schierare truppe in violazione del diritto internazionale o a creare presupposti di ostilità nei confronti di Mosca e Damasco, tenuto conto anche che proprio i servizi segreti di Assad costituiscono la principale fonte di informazioni circa i “foreign fighters” qaedisti e dell’Isis che cercano di infiltrarsi in Europa.

 

Articolo pubblicato su analisidifesa.it

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