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Occupazione

Chi rappresenta davvero gli interessi dei comuni?

I sindaci di svariate migliaia di comuni si vedono regolarmente comminare delle multe dall’ISTAT per mancata trasmissione di informazioni statistiche. Il fatto evidenzia una grossa falla.

Il diavolo si nasconde nei dettagli. Un fatterello non di primaria importanza mette in evidenza una pericolosa falla nel nostro marasma istituzionale. Riassumiamo innanzi tutto il fatterello e poi vediamo quale falla evidenzia.

Il fatterello

I sindaci di svariate migliaia di comuni si vedono regolarmente comminare delle sanzioni amministrative (multe) dall’ISTAT per mancata trasmissione di informazioni statistiche. Mancata informazione che è imputabile al fatto che l’art 12 del Dlgs 267/2000 (Il Testo Unico sugli Enti Locali TUEL),  che impone lo scambio dati automatizzato di queste informazioni, è totalmente inapplicato. ASMEL, una associazione di più di 4.400 comuni si è fatta paladina dei comuni e dei loro Sindaci (le sanzioni colpiscono le tasche dei Sindaci) promuovendo l’invio di una petizione all’ISTAT tramite una lettera aperta con cui  si propone all’ISTAT di collaborare visto che, con le nuove tecnologie, lo scambio dati si potrebbe realizzare  in maniera automatica senza costi. Lo scorso 8 marzo il presidente facente funzioni dell’ISTAT, Francesco Maria Chelli, ha reagito dichiarando la disponibilità dell’ISTAT a collaborare. A questa apertura non ha fatto seguito nessuna azione concreta.

La falla evidenziata

Il fatterello solleva una domanda. Ma l’ANCI cioè l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani dove sta? Possibile che dal 2000 (anno di entrata in vigore dell’obbligo dello scambio automatizzato) ad oggi l’ANCI non abbia preso nessuna iniziativa nemmeno a tutela dei sindaci sanzionati? Questa è la falla.  L’ANCI non rappresenta i Comuni Italiani che di fatto non dispongono di una cinghia di trasmissione dei propri interessi. Il bilancio dell’ANCI segnala che più del 75% delle risorse a disposizione dell’ANCI provengono dal bilancio dello Stato. Di fatto l’ANCI, lungi dal rappresentare i comuni nei confronti dello Stato centrale, funge da cinghia di trasmissione dei diktat della burocrazia ministeriale nei confronti delle Autonomie Locali. In una Repubblica che nella Costituzione ha introdotto il principio di sussidiarietà! Significativo è il decreto del Ministero dell’Economia del luglio del 2023 con cui si è tentato di imporre ai comuni modalità di organizzazione interna (in aperta violazione dell’art 5 della Costituzione e della Carta Europea dell’Autonomia Locale, ratificata dall’Italia senza riserve con la legge 439 del 1989) per ovviare al fatto che molti Comuni non riescono ad approvare il bilancio preventivo entro il 31 dicembre dell’anno precedente. L’incapacità dei Comuni ad approvare il bilancio preventivo in tempo è riconducibile a carenze professionali dei comuni. Carenze che dovrebbero essere superate con una poderosa azione formativa relativa alla gestione finanziaria, L’ANCI non fa nulla in proposito. L’ANCI si limita a proporre corsi su come applicare le norme emanate dalla burocrazia ministeriale, quindi favorendo la sottomissione dell’autonomia locale alla burocrazia ministeriale. Corsi ovviamente finanziati dal bilancio del Ministero dell’Interno ed affidati direttamente all’ANCI  senza passare per le procedure EU sui mercati pubblici che imporrebbero l’adozione  di un regolare appalto, visto che, anche ai sensi della giurisprudenza della Cassazione (sentenza 1044 del 2021), l’ANCI non è altro che una associazione privata.

Il fatterello dei rapporti Comuni/ISTAT evidenzia dunque una grossa falla:  i Comuni non dispongono di una cinghia di trasmissione per far sentire la loro voce. Questo vale soprattutto nella Conferenza Stato Città e nella Conferenza Unificata Stato Regioni Città.

Una considerazione conclusiva. Attualmente l’attenzione dell’opinione pubblica è attratta dalla proposta della Lega relativa all’autonomia differenziata. Personalmente non mi pongo il problema se l’autonomia differenziata possa rappresentare un pericolo per l’unità nazionale. Personalmente temo che l’autonomia differenziata non potrà mai vedere la luce perché, in fase di messa in opera, l’effettivo trasferimento di competenze alle singole Regioni dovrebbe essere approvato all’unanimità dalla Conferenza Stato Regioni. Non credo che l’unanimità si realizzerà mai su questo tema. Il problema del rapporto centro/periferia resta però un problema fondamentale per uno Stato moderno che è chiamato a fornire alle imprese e ai cittadini infrastrutture e sevizi. Ovviamente tutta questa massa di compiti non può essere gestita dal centro che diventerebbe un collo di bottiglia. Il decentramento non riguarda solo le regioni ma anche le autonomie locali. Per quanto riguarda le autonomie locali, attualmente vedo un rigurgito di accentramento verso la burocrazia ministeriale.

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