Sono passati 25 anni dalla scomparsa, il 22 luglio 2001, di Indro Montanelli. “Soltanto un giornalista”, volle intitolare il suo ultimo libro di memorie raccolte da Tiziana Abate, mia cara collega al “Giornale” da lui fondato nel 1974. E al quale ci siamo formati in tanti nel corso del tempo (il sottoscritto a partire dal 1985).
Il più grande giornalista che l’Italia abbia espresso nel Novecento e oltre, è stato ricordato qua e là da allievi che hanno colto l’anniversario per parlare più di loro che non di lui. O da quanti allievi non lo sono mai stati, ma a scoppio ritardato sono saltati sul carro, parlando di Montanelli come se lo avessero frequentato giorno e notte in redazione.
Peccati veniali e umani. Ma io, che per una dozzina d’anni i corridoi milanesi di via Negri e poi quelli romani di Piazza di Pietra li ho percorsi sul serio, e quotidianamente, e senza orario come si conviene a chi ama il mestiere più bello del mondo anche nell’era torva dell’intelligenza artificiale (che presto, se non governata, si divorerà pure il giornalismo), io proverò, dicevo, a fare ciò a cui Montanelli teneva di più: rivolgermi ai lettori, per i quali il direttore si sarebbe immolato, per raccontare loro che significava avere un tale Maestro. Scusandomi fin d’ora quando sarò costretto a mettermi di mezzo per meglio testimoniare di lui.
Intanto, al direttore davo del Lei, contravvenendo alla regola tra giornalisti abituati al tu. Il rispetto prevaleva sul costume.
In secondo luogo si scriveva sempre col fuoco sotto la penna e anche altrove. Occupandomi di politica nazionale e attualità, fatalmente i miei pezzi finivano in prima pagina. E perciò, prima ancora che il giudizio sovrano dei lettori, sarebbe arrivato quello severo del direttore.
Quando quel giudizio ogni tanto arrivava, ad annunciarlo per telefono da Milano a Roma era la storica segretaria Iside: “Il direttore ti vuole parlare”.
Telefonate temutissime e meravigliose. Con quella bella voce rotonda Montanelli aveva il pregio di saperti e volerti valorizzare con consigli unici.
Articoli di cronaca, interviste, editoriali: i suoi insegnamenti erano preziosi e spiritosi su tutta la linea. Era come abbeverarsi alla fonte dell’eterna esperienza e della limpida scrittura. Dalla quale fonte già si attingeva, leggendo i suoi fondi per carpirne lo spirito critico e lo stile paradossale.
Quando il direttore voleva dir bene di qualcuno, cominciava dicendone male. Se invece il commento partiva con l’elogio, povero lui (o lei): l’avrebbe alla fine stroncato a colpi di polemica e al suon dell’ironia.
“Ma l’ironia va usata con parsimonia, perché i lettori potrebbero non capirla”, ammoniva. I lettori, innanzitutto.
Amava trasmettere la sua conoscenza e i racconti della sua vita straordinaria anche ai giornalisti più giovani e a lui sconosciuti.
Il sottoscritto, come altri, non era figlio di giornalisti, di politici, di potenti o soliti raccomandati. Fui da lui assunto il 1° aprile 1986 con queste parole: “Come ti avevo promesso, da oggi sei assunto al Giornale”. Seguì pausa teatrale per aggiungere: “E non è un pesce d’aprile”. Avrebbe poi confidato con divertimento ad altri e alti colleghi: “È stata l’assunzione più veloce della mia vita”.
Mi prese, il direttore, semplicemente perché aveva notato i pezzi che avevo scritto nei giorni del disastro di Stava, frazione trentina di Tesero, il 19 luglio 1985: 268 vittime per il crollo dei bacini di decantazione e l’inondazione travolgente.
Ero stato pregato sempre da Iside (allora ero occasionale collaboratore del Giornale dal Trentino-Alto Adige), di andare di gran corsa a vedere e a riferire che cosa fosse accaduto a Stava. All’epoca vivevo ancora a Merano, e perciò molto più vicino al luogo della catastrofe -annunciata da Angela Buttiglione con edizione straordinaria del Tg1-, rispetto agli inviati che sarebbero giunti da Milano e da Roma. Tra i quali c’era Antonio Tajani, oggi leader di Forza Italia e ministro degli Esteri.
La libertà con cui il direttore decideva chi assumere, come fare il giornale e che cosa scrivere senza farsi condizionare da nessuno (neppure dal suo editore, che non era un pisquano qualunque: si chiamava Silvio Berlusconi), ha rappresentato un’impagabile rete di indipendenza.
Quando ministri o personaggi importanti protestavano – accadeva sovente – per i pezzi da noi scritti sul Giornale, che essendo un giornale d’opinione suscitava anche forti contrasti, lui, il direttore, controllava la fondatezza delle notizie e la chiarezza dei commenti esposti e lamentati.
Poi ti diceva una parola sola: “Bravo”.
Non basta. A volte faceva arrivare all’autore del pezzo il biglietto o la lettera contenente il reclamo del personaggio pizzicato. Quasi fosse un cimelio dell’indipendenza che il cronista poteva conservare con l’onore d’aver fatto bene la sua parte “senza padrini e senza padroni”.
Ma il coraggio della libertà Montanelli lo faceva valere “controcorrente”, come s’intitolava il graffiante corsivo di prima pagina. Era il “meme” di allora, che castigava la casta con parole irridenti.
Andare controcorrente, non seguire il conformismo del pensiero unico e prepotente che, soprattutto in quegli anni, belava a sinistra non solo nei salotti radical-chic, resta l’onesta lezione che Montanelli ha lasciato a tutti. Il piacere e il dovere di cantare fuori dal coro in nome della verità dei fatti e della libertà di opinioni inquinata dall’ideologismo dilagante.
L’amore per la libertà e l’amore per la lingua italiana erano la stessa cosa.
Si rileggano i suoi libri di storia, i suoi articoli, i suoi racconti. Sembrano scritti un’ora fa. Brillanti ed eleganti, spiritosi e coinvolgenti. Senza retorica, senza anglicismi. Con l’arte consapevole di chi maneggia con cultura e disinvoltura la magnifica lingua di Dante.
Chissà che cosa il direttore oggi direbbe di Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Di Giuseppe Conte e dei due Matteo, Salvini e Renzi. Di Papa Leone e Donald Trump, di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Del Medio Oriente in fiamme. Della nostra Italia pur sempre in cammino, del nostro mondo mai così sconvolto.
Chissà. Eppure, non è difficile immaginarlo, per chi ha avuto la fortuna, il privilegio e oggi la nostalgia di quell’incontro felice a tu per tu, ma all’insegna, affettuosa, del Lei. Fino all’ultima e commovente volta prima che mancasse: l’abbraccio a casa sua che valeva quanto un GRAZIE monumentale.
Senza altre parole, che sarebbero affogate, uscito da quella casa, in un mare di lacrime per le strade mai così solitarie di Milano.
(Pubblicato sul quotidiano Alto Adige)






