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Immigrazione, ecco come l’ondeggiante Consiglio europeo ha raggiunto un equilibrio

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L’analisi di Enrico Martial, esperto di questioni europee, sulle conclusioni del Consiglio europeo in materia di immigrazione

Il principale esito del Vertice di Bruxelles risiede nell’approccio europeo e non nazionale al tema migrazioni. Non poteva essere altrimenti, per un problema di così grande portata. Il possibile fallimento poteva rispondere ad altri obiettivi: la caduta di Angela Merkel, l’arresto delle riforme economiche, l’intera risistemazione dei rapporti occidentali con la Russia di Putin. Così non è stato, l’azzardo era troppo grande anche per i possibili vincitori.

I risultati sono dunque ragionevoli, forse di valore provvisorio, ma in linea con i rapporti di forza e gli interessi in gioco, anche europei e condivisi. Anche se la riunione è finita quasi alle cinque del mattino.

L’AGENDA DETTATA DALL’ITALIA

Di certo, nelle ultime settimane Matteo Salvini ha spostato l’agenda collettiva sulle migrazioni. Passano quindi in sordina le altre decisioni del Consiglio europeo, dalla composizione del Parlamento europeo post Brexit (l’Italia avrà 3 seggi in più) alla sicurezza e difesa, dal briefing sugli accordi di Minsk alla proroga delle sanzioni alla Russia, dalla guerra dei dazi al quadro finanziario pluriennale 2021-2027 alle raccomandazioni per Paese del Semestre europeo.

MIGRAZIONI: UNA STRETTA DI VITE, NEI LIMITI DEL POSSIBILE

La soluzione europea sulle migrazioni è un compromesso coerente. I Paesi del Nord si vedono arrivare migranti sfuggiti dalle maglie deboli dei controlli di prima accoglienza, e ottengono una gestione migliore degli accessi, rafforzando Frontex, con hotspot (volontari) in Europa mediterranea e se possibile nei Paesi di partenza o di transito. Per tutti è fondamentale selezionare in tempi ultra-rapidi coloro che hanno bisogno di protezione, e di rimpatriare i migranti economici. Bisogna poi limitare gli arrivi: è finita la raccolta dai gommoni presso le rive libiche, dove la legge deve essere rispettata (per esempio dalle ONG) e non si deve interferire con la guardia costiera. Le misure riguardano tutto il Mediterraneo: orientale, centrale, occidentale, la via balcanica, la Turchia. In una visione comune, ogni Stato adotterà misure (non precisate) anche per controllare i movimenti secondari, tra un Paese e l’altro, come nel nostro caso a Ventimiglia o al Brennero.

CINQUE DIRETTIVE PIU’ DUE

Tutti hanno risultati da rivendicare, e ognuno porta a casa qualcosa, ma la sostanza resta europea. Il Consiglio europeo di Bruxelles non nasce solo dal lavoro delle ultime settimane, ma si incardina su un processo più lungo, frutto di lavoro nei pensatoi e negli uffici legislativi nazionali ed europei. Diversi capi di Stato, e tra questi Angela Merkel e Emmanuel Macron, hanno citato uscendo dal Consiglio le cinque direttive che sono quasi pronte e sul tavolo: condizioni di accoglienza, requisiti in materia d’asilo, Agenzia europea per l’asilo, Banca dati Eurodac, Quadro UE per il re-insediamento. Altre due sono in preparazione, cioè la riforma del sistema di Dublino e il regolamento sulle procedure di asilo: sette testi di un pacchetto da approvare a ottobre.
Questo lavoro d’intendenza va citato perché il nostro Paese ha ottime figure di punta, ma un fragile corpo che l’accompagna. E tutta questa carta, per poterla modificare e per metterci dell’iniziativa politica, deve anzitutto essere letta.

INTERVENIRE NEI PAESI DI PARTENZA E TRANSITO

Alcuni uffici e rappresentanti si sono spolmonati per mettere in piedi iniziative per il Sahel e i Paesi di partenza, mentre si bisticcia sulla gestione della piattaforma del malaffare al confine meridionale della Libia. Missioni di militari, ONU e UE, o nazionali, sono accompagnate da uno sforzo per politiche di sviluppo che dovrebbero rispondere all’obiettivo da tastiera “aiutiamoli a stare a casa loro” ma anche a un più nobile scenario di stabilizzazione, sviluppo e protezione dei diritti.

IL PARAGRAFO SULLE CONCLUSIONI

Il paragrafo delle Conclusioni riecheggia i temi di lavoro di Federica Mogherini e del Servizio per l’azione esterna a favore dell’Africa intesa come luoghi di partenza: occorrono istruzione, salute, infrastrutture, innovazione, buon governo, emancipazione femminile.
Soltanto, si è capito, l’aumento del budget per l’area è di 500 milioni di euro, recuperati da una riserva del fondo FES, mentre si assiste a un generico appello agli Stati membri a rialimentare il Fondo fiduciario per l’Africa. Sembra un risultato positivo, ma per un soggetto grande come l’Unione europea è ancora poco “per tenerli a casa loro”, evitare morti in mare, i diritti calpestati e i problemi in ogni dove.

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