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Il teatrino di Ranucci e Lavitola è degno di Pirandello e De Filippo

Fatti e curiosità sul caso Ranucci-Lavitola nei Graffi di Damato.

Anche Paolo Zampolli, l’ambasciatore più personale del presidente americano Donald Trump, anche se il meno qualificato istituzionalmente nell’amministrazione degli Stati Uniti, ha voluto entrare nella lista dei danneggiati da Sigfrido Ranucci. Di cui è a rischio più del patrimonio personale, immobiliare e mobiliare, quello di chi ha avuto la disgrazia di affidargli trasmissioni televisive, come la Rai, o solo di ospitarlo, come Mediaset, consentendogli di annunciare, anticipare, insinuare, minacciare cosa che lui non osava fare neppure a casa, diciamo così, cioè nell’azienda radiotelevisiva di Stato emittente di Report.

Ora, povero Ranucci, non potrà più consolarsi, se mai si è consolato, di eventuali condanne alla miseria economica con l’idea messagli in testa dall’amico Walter Lavitola di investire la sua pur controversa notorietà in politica, naturalmente nel campo largo italiano dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni. Un campo dove c’è posto per tutti e per tutto; al limite lavorando persino dall’esterno. Come già sta facendo il generale Roberto Vannacci, appena orgoglioso di avere convertito l’ex premier Giuseppe Conte a non ritenere una minaccia per l’Europa la Russia e ad assecondarne quindi la guerra all’Ucraina in corso da più di quattro anni.

La carriera politica di Ranucci, nella testa di Lavitola e forse anche sua, a dispetto delle smentite, è finita prima ancora di cominciare con un sondaggio. Che è quello sequestrato fra le carte e le attrezzature elettroniche di Lavitola, forse anche fra il pesce del suo ristorante romano Cefalù. Un sondaggio predisposto con l’aiuto di firme diciamo così autorevoli dei due maggiori giornali italiani, accomunati nell’impresa a loro insaputa. Una storia strepitosa per la sua singolarità, che si sarebbero contesa Luigi Pirandello e Eduardo De Filippo.

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