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Il ruolo del Cio e la geopolitica dello sport

L’uso statale dello sport sta diventando sempre più invasivo e le autorità sportive internazionali cercano di evitarne o limitarne lo sconfinamento attraverso una posizione apolitica e universale. L'approfondimento di Francesco D'Arrigo

 

Lo sport può essere definito come un’attività tesa a sviluppare le capacità fisiche e insieme psichiche, e anche come il complesso delle competizioni agonistiche, in cui tale attività si realizza.

Lo sport è insieme manifestazione espressiva, stile di vita, modello di comportamento, veicolo comunicativo, ideologia, passione popolare, cultura, tecnologia, Ricerca scientifica, nonché attività che può scaricare la tensione ma anche caricare di aggressività le masse.

Lo sport moderno si caratterizza soprattutto per le sue valenze agonistiche che fanno della vittoria il solo obiettivo, fino a trasformarsi in fenomeno professionistico dotato di una sua organizzazione politica, economica, amministrativa e scientifico- sanitaria.

Lo sport rappresenta una forma di diplomazia, utilizzato nelle relazioni internazionali fin dagli albori del XX secolo e oggi riveste una importante funzione nello sviluppo socio-economico a livello globale.

Un approccio politico allo sport è quindi inevitabile e riflette la definizione del concetto di “geopolitica” espresso da Yves Lacoste: “Lo studio delle rivalità di potere e delle relazioni di potere, che sono oggetto di rappresentazioni contraddittorie e si esprimono sui territori e sulle persone che li abitano”.

Una definizione della geopolitica, quella di Lacoste, intesa come metodo d’analisi che considera le rappresentazioni spaziali, la storia e la geografia per comprendere i conflitti, superando la sola geografia politica tradizionale e sottolineando il ruolo dell’immaginario nei conflitti. Lo sport è infatti un confronto/scontro atletico, un conflitto simbolico che può essere manipolato da diversi attori.

Lo sport è un fenomeno sociale che vede come protagonisti le giovani generazioni ma che viene sfruttato da attori che sviluppano strategie per assumerne il controllo o trarne vantaggio, economico e politico.

LO SPORT È UN FORMIDABILE STRUMENTO DI COMUNICAZIONE POLITICA

Lo sport è diventato strumento di comunicazione politica all’inizio del XX secolo, quando gli Stati si resero conto dei vantaggi che potevano trarne. Lo sport è stato utilizzato come canale di comunicazione dell’identità nazionale, di riconoscimento di uno Stato, di aggressive strumentalizzazioni politiche delle performance degli atleti. Molto rapidamente, attraverso la televisione, nell’inconscio collettivo si è creata un’associazione tra le vittorie sportive e la potenza di una nazione. Diversi attori hanno iniziato ad utilizzare lo sport e le Olimpiadi a scopo di comunicazione strategica: innanzitutto le minoranze, gli afroamericani ai Giochi del Messico, i tibetani alle Olimpiadi di Pechino, e appunto in modo violento i movimenti terroristici, con l’attentato al team di Israele alle Olimpiadi di Monaco. Infine, più recentemente, alcune ONG hanno utilizzato i Giochi per esercitare pressioni, in particolare Greenpeace per le questioni ecologiche e Reporter senza frontiere durante i Giochi di Pechino.

Lo sport, le Olimpiadi, i Mondiali di calcio, sono diventati strumenti di comunicazione strategica così potenti da attirare diverse tipologie di attori che li utilizzano come cassa di risonanza per trasmettere i propri messaggi e promuovere i loro interessi, spesso lontani dalle questioni e dai valori sportivi.

GLI INTERESSI ECONOMICI E POLITICI CHE AVVOLGONO LO SPORT

Con la diffusione globale della Tv, gli investimenti finanziari nello sport sono aumentati fino a diventare i decisori delle politiche sportive. Il denaro immesso da diversi attori, spesso afferenti a regimi autoritari, ha portato ad un vero e proprio stravolgimento etico nel sistema sportivo, firmando la condanna all’oblio di molte discipline del dilettantismo e di molti valori associati allo sport. Lo sport, fino ad allora identificato con l’educazione fisica, come strumento pedagogico e talvolta anche ideologico con fini di carattere eugenetico, estetico, morale e perfino razziale, inondato da un crescente fiume di denaro ha permesso ad alcune discipline di svilupparsi e diventare movimenti di massa a livello planetario, ma li ha costretti a cambiare formato, regole, programmi e orari per renderli più “telegenici” per promuoverne la diffusione mondiale e diventare strumento di conquista di nuovi mercati per le grandi multinazionali, e non solo.

LO SPORT COME STRUMENTO DI RELAZIONI INTERNAZIONALI UTILIZZATO DAGLI STATI

Le relazioni internazionali sono formate da molti concetti, tra cui quello di riconoscimento reciproco, senza il quale non esisterebbero, ma anche dal concetto di potenza. Lo sport è un’arena in cui questi due concetti si esprimono perfettamente. Una competizione sportiva tra due squadre nazionali implica automaticamente il riconoscimento reciproco dei due Paesi.

Lo sport significa rimanere in contatto, riconoscere l’avversario, superare attraverso le proprie squadre nazionali i confini, le controversie territoriali e politiche. In termini di relazioni internazionali, una partita sportiva esprime il grado di accettazione e riconoscimento di un regime politico nei confronti di un altro regime e diventa quindi un barometro, nella cui scala di misurazione della tensione politica si possono distinguere tre posizioni fondamentali: il rifiuto di incontrarsi, il “primo passo”, l’assenza di significato una volta che le relazioni sono forti e consolidate. Si può rifiutare l’incontro perché l’altro è l’incarnazione del male.

Questo accade di solito nei periodi di forte conflitto ideologico o cinetico. Così, l’URSS inizialmente rifiutò di partecipare alle Olimpiadi perché ripudiava lo sport borghese delle democrazie occidentali, lanciando una competizione rivale dei Giochi tra le nazioni del blocco sovietico: le “Spartakiad”. Il rifiuto delle squadre sportive sovietiche di incontrare l’altro si è modificato nel tempo, di pari passo con la dottrina di politica estera sovietica, che negli anni Trenta ne ha compreso le potenzialità e iniziato a utilizzare lo sport per manifestare la propria potenza, diffondere la propria propaganda e infiltrare i propri agenti dei Servizi segreti in Europa. Il 7 maggio 1951, il Comitato Olimpico Internazionale riconobbe il neo costituito Comitato Olimpico Sovietico nel corso della sua sessione a Vienna, e invitò l’allora Unione Sovietica a partecipare alle successive Olimpiadi estive del 1952, che si sarebbero svolte a Helsinki, in Finlandia.

Iniziò così la Guerra Fredda a colpi di falcate, salti, pugni, volteggi e gol con gli atleti che indossavano la storica maglietta con la sigla CCCP, in alfabeto cirillico Союз Советских Социалистических Республик, (Sojuz Sovetskich Socialističeskich Respublik), che designava l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Con l’ingresso del Comitato Olimpico Sovietico la storia delle Olimpiadi si è complicata con boicottaggi ed esclusioni che hanno riguardato Stati come i Paesi africani nel 1976, gli Stati Uniti e i loro alleati nel 1980, l’URSS e i suoi satelliti nel 1984, la Russia ai Giochi di Tokyo 2021 per lo scandalo legato al doping di Stato dei suoi atleti, Russia e Bielorussia alle ultime Olimpiadi di Parigi, per la guerra di aggressione contro l’Ucraina.

IL COMITATO OLIMPICO INTERNAZIONALE: POTENZA MONDIALE DELLA “GEOPOLITICA DELLO SPORT”

Fondato nel 1894, l’International Olympic Commettee (IOC – in italiano CIO) è un’organizzazione internazionale non governativa senza scopo di lucro, di durata illimitata, sotto forma di associazione con status di persona giuridica, riconosciuta dal Consiglio federale svizzero in base a un accordo stipulato il 1° novembre 2000, e ha controllato il movimento sportivo internazionale nel corso della sua storia, contribuendo in modo significativo al suo sviluppo. In effetti, lo sport è diventato un sistema di sviluppo sociale grazie al CIO, con la visione di De Coubertin, in termini di progettualità ma soprattutto in termini di influenza strategica.

In quanto fondatore dei Giochi Olimpici, il CIO si è proclamato “autorità suprema del Movimento Olimpico” e ne detiene tutti i poteri. Possiede un controllo totale perché decide l’ammissibilità (riconoscimento) o l’esclusione (regole da 3.1 a 6 della Carta Olimpica) degli altri due pilastri del movimento: i National Olympic Committee (Comitati Olimpici Nazionali – NOC) e le International Sports Federation (IFs). Il suo potere nel mondo dello sport è esclusivo e totalitario, perché decide chi ha accesso ai Giochi Olimpici, un evento che è di sua esclusiva proprietà e che a partire dagli anni ‘80 ha generato enormi capitali.

Il suo potere finanziario è cresciuto grazie ai diritti televisivi e alle sponsorizzazioni delle multinazionali, che hanno permesso di finanziare le IFs e i CNO attraverso importanti distribuzioni delle sue entrate. Infine, ma non meno importante, il CIO nomina la città ospitante tramite elezione e stabilisce il calendario dei Giochi. La location, la partecipazione alla celebrazione alle Olimpiadi, i diritti TV e le sponsorship sono interamente ed esclusivamente governate dal CIO. Ultimo pilastro del sistema olimpico, i CNO sono i rappresentanti del CIO in ogni Paese (e non viceversa) e ne assicurano il controllo a livello mondiale. I CNO hanno la responsabilità di sviluppare il Movimento Olimpico diffondendone gli ideali. Tra le diverse istituzioni funzionali agli obiettivi del CIO, la Corte Arbitrale dello Sport (TAS/CAS) e l’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) svolgono un ruolo primario.

La loro ascesa è conseguente all’evoluzione economica del mondo dello sport.

Il Comitato Olimpico Internazionale gioca un ruolo di super potenza nelle relazioni internazionali. Il suo potere deriva dall’autorità di riconoscere e includere i Paesi nel mondo dello sport olimpico, così come quello dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Partecipare alla cerimonia olimpica è una prova di riconoscimento internazionale, di cui molte nuove nazioni e i regimi autoritari hanno assoluto bisogno. Questo riconoscimento ha creato una “geografia sportiva” diversa dalla tradizionale geografia politica degli Stati e talvolta in contrasto con essa, come avvenuto con il riconoscimento dello Stato di Palestina. Inoltre, il CIO cerca di essere l’unico attore internazionale in grado di governare lo sport a livello mondiale, per rafforzare la propria posizione ed eliminare potenziali rivali che potrebbero scalzarlo.

Gli altri attori principali dello sport sono gli Stati, che usano o manipolano lo sport per trasmettere messaggi alla propria popolazione, i finanziatori che ne traggono enormi vantaggi economici, e recentemente si è aggiunta una nuova tipologia di attori che ha iniziato a utilizzare lo sport: le ONG come Greenpeace e Amnesty International, che sfruttano gli eventi sportivi per trasmettere i propri messaggi.

La visione olimpica dell’Era moderna raffigura simbolicamente una “guerra ibrida” mondiale, che sebbene non riveli apertamente le sue ambizioni militari, fornisce a coloro che sanno leggere le statistiche sportive una gerarchia delle nazioni, che va al di là della potenza militare e del Pil.

Dimostra che l’olimpismo è stato integrato e svolge un ruolo strategico nello scacchiere geopolitico e nelle relazioni internazionali. Che si tratti di regimi totalitari o di democrazie, gli Stati hanno ben compreso come utilizzare lo sport, che simboleggia una battaglia tra atleti che rappresentano le proprie nazioni. La vittoria olimpica di un atleta o di una squadra diventa la vittoria dello Stato; basti vedere i festeggiamenti spontanei e istituzionali al rientro degli atleti medagliati nei propri Paesi. Una battaglia atletica è quindi uno strumento facile e a basso costo per rafforzare la politica, l’economia e il soft power degli Stati.

L’uso statale dello sport sta diventando sempre più invasivo e le autorità sportive internazionali cercano di evitarne o limitarne lo sconfinamento attraverso una posizione apolitica e universale, professata con più o meno forza a seconda della cultura sportiva delle leadership politiche del momento. Tuttavia, anche il Comitato Olimpico Internazionale e le Federazioni Sportive Internazionali, non sempre tengono al riparo dalle strumentalizzazioni politiche lo sport. Alcuni Paesi (Italia tra questi) nominano ai vertici delle strutture sportive nazionali esponenti politici, creando evidenti conflitti di interessi e come abbiamo visto sempre più frequentemente alle ultime edizioni dei Giochi, attraverso alcune iniziative discutibili, alcuni politici hanno messo in campo azioni per tentare di sfruttare a loro vantaggio situazioni e medaglie.

L’EFFETTO STREISAND ALLE OLIMPIADI: COME UN DIVIETO HA AMPLIFICATO IL MESSAGGIO DELL’UCRAINA

Quella che doveva essere una tranquilla decisione disciplinare del Comitato Olimpico Internazionale è invece diventata una notizia globale, che va ben oltre lo sport.

Fino a qualche giorno fa, pochi al di fuori degli ambienti degli sport invernali conoscevano lo Skeleton (in italiano scheletro) con cui si usa indicare la slitta, costituita da un semplice telaio dotato di pattini utilizzata in questa disciplina. È uno sport invernale individuale in cui gli atleti scendono lungo una pista ghiacciata su una slitta dotata di pattini, stando sdraiati in posizione prona (a pancia in giù) con la testa in avanti e i piedi indietro. Ma soprattutto, nessuno conosceva lo skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych, diventato famosissimo perché squalificato a causa del casco commemorativo che voleva indossare alle Olimpiadi di Milano e Cortina d’Ampezzo, raffigurante gli atleti ucraini uccisi durante la guerra di invasione su larga scala della Russia.

Oggi, il suo nome e il suo messaggio sono diventati virali su tutte le piattaforme social globali e discussi sui principali media internazionali.

Il motivo può essere spiegato da un concetto ben noto nell’economia comportamentale e nella psicologia: l’”effetto Streisand“, un fenomeno in cui i tentativi di sopprimere le informazioni finiscono invece per amplificarle.

IL DIVIETO E LA SQUALIFICA

L’atleta olimpico Heraskevych è stato ufficialmente escluso dalla partecipazione ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, dopo aver insistito per indossare un casco con le immagini degli atleti ucraini uccisi durante la guerra che la Russia ha scatenato contro l’Ucraina.

In una dichiarazione ufficiale, il CIO ha affermato: “Dopo aver avuto un’ultima opportunità, il pilota di skeleton Vladyslav Heraskevych, ucraino, non potrà partecipare alla gara dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 questa mattina”.

Secondo quanto riportato, la presidente del CIO Kirsty Coventry ha incontrato Heraskevych nel tentativo di risolvere la controversia, ma l’atleta ucraino ha rifiutato di gareggiare senza il casco con le foto dei suoi amici e compagni di squadra della nazionale. Il disegno commemorativo include i volti degli atleti uccisi durante la guerra, tra cui la sollevatrice di pesi Alina Perehudova, il pugile Pavlo Ischenko, il giocatore di hockey su ghiaccio Oleksiy Loginov, l’attore e atleta Ivan Kononenko, il tuffatore e allenatore Mykyta Kozubenko, il tiratore Oleksiy Habarov e la ballerina Daria Kurdel.

DALL’ANONIMATO ALL’ATTENZIONE GLOBALE

Se a Heraskevych fosse stato permesso di gareggiare con il casco senza polemiche, il momento sarebbe passato rapidamente. Una gara di skeleton dura meno di un minuto. I commentatori televisivi avrebbero potuto menzionare brevemente il simbolismo. La copertura mediatica sarebbe probabilmente rimasta limitata al pubblico di nicchia degli sport invernali che avrebbe seguito quella particolare gara.

Invece, il divieto ha suscitato molteplici ondate di attenzione:

• le prime notizie sulla sua intenzione di indossare il casco commemorativo sono rimbalzate sui social media

• la copertura mediatica della decisione del CIO e delle alternative proposte hanno scatenato il dibattito a livello globale

• le reazioni pubbliche dei funzionari e degli atleti ucraini hanno alimentato lo scontro con il CIO

• Si é riaperto il dibattito sul ruolo e l’etica delle istituzioni internazionali

Quella che avrebbe potuto essere una breve inquadratura visiva si è evoluta in una più ampia conversazione globale sulla guerra, la neutralità istituzionale e la responsabilità morale.

Questa dinamica rispecchia ciò che gli economisti descrivono come l'”effetto Streisand”: gli sforzi per sopprimere un messaggio spesso lo amplificano.

IL COSTO DELLA GUERRA RAPPRESENTATO DALLE SIMBOLICHE IMMAGINI DEGLI ATLETI UCCISI

Secondo il Ministero degli Affari Esteri ucraino, la guerra su vasta scala della Russia ha causato la morte di oltre 650 atleti e allenatori ucraini. Sono state distrutte più di 800 strutture sportive, tra cui oltre 20 centri di allenamento olimpici, paralimpici e Deaflympici – (Olimpiadi per non udenti, manifestazione multisportiva per sordi organizzata con cadenza uguale a quella dei Giochi olimpici), dal Comitato Internazionale degli Sport per Sordi.

“Il ricordo dei caduti e dei crimini documentati commessi contro l’Ucraina e i suoi atleti non deve essere dimenticato o messo a tacere”, ha dichiarato il Ministero degli Esteri di Kyiv.

I Giochi Olimpici hanno storicamente simboleggiato la pace, fin dai tempi dell’antica tregua olimpica in Grecia. Anche in epoca moderna sono stati fatti appelli, nelle scorse settimane Papa Leone XIV ha più  volte chiesto la cessazione delle ostilità durante i Giochi, ma i suoi appelli sono stati respinti da Mosca.

La Russia ha continuato la sua guerra nonostante gli appelli alla tregua olimpica. All’inizio di febbraio le forze russe hanno effettuato attacchi con droni e aerei che hanno ucciso diversi civili, tra cui bambini, nelle regioni di Kharkiv e Donetsk (dati del Ministero degli Affari Esteri dell’Ucraina).

GLI ATLETI RUSSI TORNERANNO A GAREGGIARE SOTTO LA LORO BANDIERA ALLE PROSSIME PARLIMPIADI INVERNALI

Sarà la prima volta che la bandiera russa sventolerà ai Giochi Paralimpici dai Giochi di Sochi 2014.

Aveva già creato stupore e scandolo che il CIO avesse permesso agli atleti russi di partecipare alle Olimpiadi invernali del 2026, sotto insegne neutrali (OAR, ROC, o simili), senza bandiera o altro emblema nazionale russo e senza inno. Ora, nonostante la squadra paralimpica sia composta anche da ex militari che hanno partecipato alla guerra di invasione in Ucraina, potranno gareggiare sventolando con orgoglio la loro bandiera e far ascoltare il loro inno nazionale in mondovisione.

Mentre gli atleti ucraini vengono uccisi per difendere la loro patria e squalificati per tentare di rendergli tributo, gli atleti russi vengono ricompensati con la partecipazione alle Olimpiadi. Da ex militari, alcuni di loro probabilmente sono stati feriti al fronte e sicuramente sostengono attivamente il loro governo.

1. Lo sport e il governo sono inseparabili in Russia. Lo sport è finanziato dallo Stato. I medagliati olimpici sono pagati dalle autorità russe.

2. Molti atleti russi sono membri dell’esercito di Mosca. Nonostante abbiano gareggiato sotto una bandiera cosiddetta “neutrale” alle Olimpiadi invernali di Pechino del 2022, gli atleti militari russi hanno vinto 14 medaglie su 32. Si tratta degli stessi militari che in questo momento stanno bombardando i civili ucraini.

3. La maggior parte degli atleti russi sostiene la guerra e il regime del loro Paese. Si possono vedere fianco a fianco con il presidente Putin in occasione di grandi eventi, mentre pronunciano discorsi patriottici e indossano con orgoglio il simbolo “Z”.

4. La Russia usa lo sport come strumento di propaganda. Anche se un atleta russo vince una medaglia olimpica sotto una bandiera bianca, lo Stato russo la userà a fini propagandistici e imperialistici.

5. Gli atleti ucraini devono essere protetti. Centinaia di loro sono stati uccisi dai russi. Altre centinaia hanno perso arti e non potranno mai più gareggiare. Coloro che sono sopravvissuti e possono ancora gareggiare devono affrontare enormi svantaggi, poiché centinaia di impianti sportivi in tutta l’Ucraina sono stati distrutti dai bombardamenti russi.

IL CONFLITTO COME STRUMENTO DI COMUNICAZIONE

Alcuni osservatori sostengono che la posizione di Heraskevych rappresenti un uso strategico del conflitto come strumento di comunicazione.

L’esperta di comunicazione strategica Yaryna Klyuchkovska, ha descritto l’evento scatenato dal pilota di skeleton ucraino un “uso del conflitto come strategia di comunicazione efficace”, sottolineando che la natura prevedibile della risposta del CIO ha amplificato il messaggio ben oltre ciò che una singola gara avrebbe potuto ottenere.

Anziché mettere a tacere il memoriale, il divieto lo ha trasformato in una narrazione globale di alto profilo: una classica storia alla Davide contro Golia di un atleta che sfida un’istituzione.

LO SPORT CAMPO DI BATTAGLIA IBRIDO

In un’epoca in cui la guerra e lo sport si intrecciano attraverso la geopolitica, i media e la tecnologia, la visibilità è importante. Il casco, ornato con delle foto di atleti (uccisi), da semplice strumento protettivo della testa, è diventato un potente simbolo impossibile da ignorare una volta che la controversia si è associata a questo comune accessorio sportivo.

Il risultato è che ora molte più persone, non solo conoscono il nome di Heraskevych, ma anche i nomi e la causa che ha prematuramente messo fine alla vita degli atleti i cui volti appaiono sul suo casco.

Se l’intento del divieto era quello di tenere la guerra fuori dai Giochi, il risultato sembra essere stato l’opposto.

Nella logica dell’effetto Streisand, la soppressione ha creato amplificazione.

E in quell’amplificazione, il messaggio – che gli atleti ucraini vengono uccisi nella guerra della Russia – ha raggiunto un pubblico globale.

Mentre l’atleta ucraino è stato squalificato per aver tentato di ricordare i suoi compagni di squadra uccisi, l’International Paralympic Committee (IPC) permette agli atleti russi di tornare a gareggiare con le loro bandiere sui caschi cancellando le sanzioni imposte, sia per l’invasione dell’Ucraina che per il doping di Stato.

Lo sport russo ha subito pesanti squalifiche negli ultimi anni a causa di un sistema di doping di Stato organizzato. Tra il 2015 e il 2022, il TAS (Tribunale Arbitrale dello Sport) ha confermato diverse sanzioni, imponendo l’esclusione della Russia da Olimpiadi e Mondiali.

Sanzioni e squalifiche che comprendono il divieto di organizzare grandi eventi sportivi, l’impossibilità per i funzionari e i rappresentanti del governo russo di far parte del consiglio di qualunque organo firmatario del codice WADA o di assistere a edizioni di Giochi olimpici, paralimpici e campionati del Mondo, la possibilità per gli atleti russi risultati estranei alle investigazioni a prender parte a dette competizioni unicamente sotto insegne neutrali (OAR, ROC, o simili), senza bandiera o altro emblema nazionale russo, senza inno, e infine il pagamento di una multa e di tutti i costi sostenuti dalla WADA dall’inizio delle nuove investigazioni, tra le quali:

  • Doping di Stato (2015-2019): le molteplici inchieste (rapporto McLaren) hanno evidenziato una manipolazione sistematica dei test antidoping, in particolare durante i Giochi Olimpici di Sochi 2014, coinvolgendo il laboratorio di Mosca e i servizi segreti (FSB).
  • Squalifica WADA e TAS (2019-2022): la WADA (Agenzia Mondiale Antidoping) aveva inizialmente imposto 4 anni di squalifica nel 2019. Nel dicembre 2020, il TAS ha dimezzato la squalifica a due anni (fino al 16 dicembre 2022).
    Olimpiadi coinvolte:
  • Rio 2016: sospensione parziale della federazione.
  • PyeongChang 2018: gli atleti della Federazione Russa gareggiano come “OAR” (Olympic Athletes from Russia).
  • Tokyo 2020 e Pechino 2022: gli atleti sussi gareggiano come “ROC” (Russian Olympic Committee).

Sospensione Atletica: la federazione di atletica russa (RusAF) è stata sospesa dalla World Athletics nel 2015, una sanzione che si è protratta per anni.

Situazione attuale (post-2022): dopo la scadenza della squalifica TAS, le sanzioni sono proseguite a causa dell’invasione dell’Ucraina. Nel 2024 e 2026, gli atleti russi continuano a essere esclusi dalle competizioni come rappresentanti del proprio Paese.

Le recenti decisioni del CIO dimostrano come le ingerenze politiche ed economiche ne abbiano indebolito i principi olimpici, l’autorevolezza e le capacità diplomatiche. La cancellazione delle sanzioni che escludono la Russia dal contesto olimpico, che sono state necessarie per non permettere ad atleti dopati di offuscare i Giochi e lo sport mondiale, il ritorno alle competizioni degli atleti russi senza che la WADA li abbia potuti sottoporre nel tempo ai previsti controlli antidoping, compromette l’immagine dello sport mondiale e delle Olimpiadi che dipendono soprattutto dalla lotta al doping. La riammissione degli atleti russi delegittima anche il ruolo fondamentale della World Anti-Doping Agency (WADA), di difesa della salute degli atleti e l’etica rivendicata dal movimento sportivo.

Data la visibilità e l’impatto geopolitico delle Olimpiadi, la manifestazione sportiva più trasmessa e seguita al mondo, queste decisioni stanno permettendo agli Stati che vogliono sovvertire l’ordine mondiale di utilizzare lo sport come una forma di “guerra ibrida”, un’arma non cinetica e a basso costo per eludere le sanzioni e per delegittimare istituzioni, organizzazioni e diritto internazionali.

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