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Il ritorno di Umberto Bossi

Storia e cronaca di Umberto Bossi, ricandidato dalla Lega alle elezioni politiche del 25 settembre

 

Nelle polemiche che ci sono sempre state sulle candidature, ora amplificate e acuite dal taglio dei parlamentari, fatto in modo improvvido, si staglia la notizia della ricandidatura di Umberto Bossi alla Camera. A dispetto di certi retroscena dei media che sulla Lega non ne hanno azzeccata una alla prova dei fatti, Matteo Salvini, bersagliato quotidianamente da un nuovo leader “romano”, si potrebbe dire in antico slang leghista, ha fatto un capolavoro nella compilazione delle liste. Confermato il gruppo dirigente, con tutta la delegazione di governo, ci sono amministratori, sindaci, giovani, donne (il 56 per cento negli uninominali al Senato), new entry della società civile. Ma il Senatùr, 80 anni, (Higlander, come lo ha chiamato Paolo Guzzanti, inventore del termine “celodurismo”, sul Giornale) c’è sempre.

In rispetto delle radici di un partito diventato nazionale e del valore di un uomo, che cambiò la politica italiana. Ricandidato nella sua Varese (lui vive a Gemonio), torna il Senatùr, padre fondatore e presidente a vita della Lega Nord, a Montecitorio. È qui che ha trascorso gran parte delle sue tante e ininterrotte legislature, a dispetto del soprannome datogli perché fu il primo eletto leghista a Palazzo Madama nel 1987. L’unico altro eletto fu alla Camera Giuseppe Leoni, cofondatore con “l’Umberto” e Manuela Marrone, poi moglie di Bossi, di quella Lega lombarda che federò nella Lega Nord tutte le leghe, a cominciare dalla prima: la Liga veneta. Di nuovo a Montecitorio, l’ ex ministro delle Riforme per il Federalismo del governo Berlusconi.

“L’unico che ha fatto un partito dal nulla”, disse Bossi di sé alla cronista in un’intervista per Panorama del Gruppo Mondadori. “L’Umberto”, raccontano alcuni dei suoi ancora stupiti per il coraggio, aveva per sua prima “sezione” la sua Citroen, piena di manifesti, secchi di colla, volantini. Macinava da solo chilometri e chilometri ogni giorno per i paesini più sperduti del suo Nord, che stava cambiando. Dove lui captò per primo, con fiuto politico acutissimo, rimasto immutato, la protesta di piccoli imprenditori e operai, di un mondo che si era stancato di produrre solo per gli altri.

Bossi ha sempre spiegato, anche recentemente, che quella protesta sulla base della quale disegnò il suo federalismo liberale, che andava oltre sinistra e destra, non era razzismo, volontà di dividere il Nord dal Sud. Anzi, ha detto più volte che il suo federalismo avrebbe aiutato proprio il Sud ad uscire dalle politiche assistenziali e di sottosviluppo per rimetterlo in sesto e farlo crescere. E quelle frasi sul tricolore o la secessione? Ci disse tanti anni dopo, in occasione del suo ritorno in campo in seguito alla prima malattia del 2004, che in realtà lui gridava alla secessione “per avere la Devoluzione”.

Bossi è l’uomo della strada, l’uomo del bar fattosi leader politico, quel “popolano”, che attirò subito a Palazzo Madama la curiosità dell’Avvocato. Gianni Agnelli, senatore a vita, con la sua erre arrotata, disse a Emanuele Macaluso, leader “migliorista” del Pci: “Questo popolano è interessante, mi sembra uno davvero autentico”.

Il “popolano”, formatosi anche divorando mucchi di libri di notte, con la luce accesa che non faceva dormire il fratello nel letto accanto, capì subito che uno come lui non ce l’avrebbe mai fatta a far sentire la sua voce se non l’avesse alzata sempre più forte. Fino a “spararla” appositamente anche grossa.

Dai primi comizi nei paesi della sua “Padania”, dove all’inizio se la cantava e se la suonava praticamente da solo, a costo di passare per un matto, attirando però via via sempre più persone, a Venezia, dove proclamò l'”Indipendenza della Padania” , fino al palco di Pontida, la festa della Lega da lui istituita. E poi ministro in quella Roma “ladrona” che si prendeva le uova della gallina d’oro del suo Nord, dipinta da un “pittore padano”, su sua commissione.

Lui ha sempre detto di non avercela con la capitale come tale, ma in quanto “simbolo di quel potere centrale, burocratico che ha strozzato il Nord e danneggiato anche il Sud”. A Montecitorio Bossi ha partecipato a tutte le ultime votazioni per l’elezione del Capo dello Stato. E qui rappresenterà per tutti le varie ultime fasi della nostra Repubblica. Uno non vale uno.

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