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Merkel-exit? Sarà decisivo il gotha economico tedesco

di

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L’establishment imprenditoriale e finanziario della Germania dovrà scegliere tra continuità merkeliana o discontinuità. Le elezioni di mid-term americane saranno un importante catalizzatore. L’analisi di Francesco Galietti, fondatore di Policy Sonar

Il duplice annuncio da parte di Angela Merkel della rinuncia alla candidatura per la leadership del proprio partito nonché a incarichi elettivi in Germania ed Europa risponde alla volontà di Merkel di gestire ordinatamente la sequenza di eventi politici tra Berlino e Bruxelles. Più in dettaglio, Merkel ha abdicato “a pronti” alla primazia partitica e a Bruxelles, e “a termine” al cancellierato.

Così facendo, Merkel si dimostra consapevole della parabola imboccata dal proprio lungo ciclo di potere, ma al contempo segnala di disporre di un credito residuo. C’è dell’altro: Merkel sceglie di spendere questo credito influendo sulla propria linea di successione nel partito e alla guida della Germania. Il calcolo di Merkel è, con ogni evidenza, quello di un phase out graduale con una concentrazione tattica sulle prossime settimane. Merkel, infatti, confida che nel breve tempo che intercorre tra le batoste elettorali in Baviera e Assia (avvenute in ottobre) e il congresso di partito della CDU (programmato a dicembre) il proprio prestigio politico non subisca ulteriori smottamenti.

Non sfugge poi che, anche dati i tempi stretti, le opzioni di successione a Merkel sono in larga parte riconducibili al “vivaio” della stessa Merkel. Pertanto, se a emergere dall’agone della CDU fossero figure prossime alla Merkel, si andrebbe verso una soluzione improntata alla continuità.

A ciò si aggiunga che non è facile individuare a livello globale soggetti con uno specifico interesse ad accelerare l’uscita di scena di Merkel. Non, contrariamente a quanto ritenuto da molti, gli USA, che con un exit repentino di Merkel si ritroverebbero a fare i conti con un aggravio di incertezza sui rapporti transatlantici.

Nemmeno Putin, che ha sempre trovato intese robuste con Merkel (si pensi a NordStream). Tantomeno l’Inghilterra, a cui il pragmatismo di Merkel fa gioco per controbilanciare la Francia nelle fasi conclusive del negoziato su Brexit, e per la quale, al più, può convenire una sincronizzazione tra Brexit e Merkel-exit.

La vera variabile impazzita nell’equazione merkeliana appare invece il capitale fiduciario di Merkel nei confronti dell’establishment economico tedesco. Quest’ultimo ha già mostrato segni di insofferenza verso Merkel, vuoi con discrezione e in privato, vuoi pubblicamente.

Non è dunque scontato che il gotha economico tedesco si trovi d’accordo con Merkel, né che sposi una linea di sostanziale continuità. I tempi, tuttavia, sono stretti e la scelta dei tempi gioca a favore della Merkel.

Cosa potrebbe indurre l’establishment teutonico a optare per l’acquiescenza o invece a “scaricare” risolutamente Merkel? Calendario alla mano, il principale catalizzatore internazionale tra oggi e la stagione congressuale cristiano democratica di fine anno rimangono le elezioni di mid-term negli Stati Uniti. Il tempo, più che mai, stringe. Un consolidamento di Trump potrebbe convincere l’establishment tedesco ad accelerare il Merkel-exit. Una botta d’arresto potrebbe invece persuaderlo a temporeggiare e assecondare il piano-Merkel.

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