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Il governo spagnolo e il sillogismo del merito

Spagna Sahel

L’articolo di Veronica Balbi

La formazione del nuovo Governo spagnolo, composto da 6 uomini e 11 donne – tutte nei ministeri più importanti – ha suscitato giudizi contrastanti.Da una parte c’è chi ha celebrato il vento del cambiamento che ha soffiato sulla cattolicissima Spagna; dall’altra chi ha ritenuto retrogrado sottolineare ancora, nel 2018, il genere dei componenti del Governo. Insomma, in un mondo giusto e moderno non bisognerebbe nemmeno parlarne più: è ovvio che non si scelgono le persone per il loro sesso ma per il loro valore.
Qualunque ragionamento fondato su un’idea di differenziazione tra esseri umani è sempre inquietante e porta a sostenere che la presenza femminile nelle istituzioni non possa essere affidata a quote attribuite per genere. Sembra scontato che l’unica logica da seguire per assegnare un ruolo autorevole sia scegliere la persona migliore.

Sorge però, a questo punto, un semplice quesito. Come mai c’è un gruppo che risulta sempre molto più meritevole di un altro senza che vi sia una spiegazione logica?
In Italia, in più di 70 anni di storia repubblicana nessuna donna ha mai presieduto un Governo, nessuna donna è mai stata presidente della Repubblica, nessuna donna è mai stata a capo dei principali partiti. Su oltre 1.500 incarichi di ministro le donne ne hanno ottenuti 83. 83 su 1.500, 41 dei quali in dicasteri senza portafoglio. Tredici esecutivi sono stati composti esclusivamente da uomini.
Su un totale di 272 presidenti delle Regioni, eletti nella storia delle 20 regioni italiane le donne sono state solo 9, 9 su 272. Finora le donne sindaco sono state 1086, di cui 1004 alla guida di comuni inferiori ai 15.000 abitanti.

La democrazia italiana è retta da una classe politica che è espressione soltanto di metà della popolazione.
Roger Abravanel, che già nel 2008 con il volume “Meritocrazia” aveva segnalato l’incapacità di certificare il merito degli studenti, si è scagliato contro i risultati degli esami di maturità in Italia. Nel 2017 la Campania ha avuto 12 studenti su 1.000 con 100 e lode. Il Lazio 10. La Calabria 20. Mentre nelle regioni del Nord, oltre ai 5 su mille della Lombardia, sono stati 8 su mille in Veneto e Piemonte. Ma questi voti sono esattamente invertiti rispetto ai risultati delle prove Invalsi, che nelle regioni del centro-sud sono molto inferiori a quelli del nord. Abbastanza per far gridare allo scandalo sull’imparzialità delle valutazioni.

Allora perché non ci scandalizziamo altrettanto quando ai vertici delle istituzioni pubbliche vediamo una presenza maschile così sproporzionata? Nonostante le donne raggiungano spesso risultati migliori nei percorsi scolastici e nelle performance aziendali, quando competono per le posizioni di potere vengono sistematicamente giudicate meno valide.

Quando i numeri non tornano c’è sempre di che insospettirsi. Se le premesse sono che la ricerca del merito è il faro che guida le scelte politiche e che finora le donne ai vertici della politica italiane sono state una minoranza assoluta, la conseguenza logica del sillogismo è semplice: le donne non meritano di stare ai vertici. Può essere questa la risposta? Qualcuno avrebbe il coraggio di affermarlo? E se non è così, qual è la premessa sbagliata? Fatto sta che, appena qualche giorno dopo la nomina dell’esecutivo guidato da Pedro Sánchez , i sondaggi spagnoli hanno registrato un’improvvisa impennata del Psoe, segnato finora da una lunga fase di crisi. Se le elezioni si svolgessero oggi, la formazione di Sánchez otterrebbe il 28,8 per cento dei consensi e 118 seggi. Chissà se la sinistra italiana, che mai come in questo momento è stata rappresentata solo da maschi, vorrà prenderlo in considerazione.

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