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I timori sugli effetti di una guerra commerciale? Eccessivi

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L’analisi di Shamik Dhar, chief economist, BNY Mellon Investment Management

Nonostante le tensioni sulle tariffe commerciali, il nostro outlook economico primario resta invariato: ci aspettiamo una crescita del Pil globale pari al 3% e un rallentamento della crescita dei commerci globali al 3,7% (dal 3,9%).

Non sorprende che i mercati concentrino la propria attenzione sui recenti annunci di dazi commerciali da parte degli Stati Uniti. Ed è vero che, negli ultimi mesi, il settore manifatturiero e i commerci globali hanno registrato un brusco rallentamento.

I conflitti commerciali tra Stati Uniti e Cina spiegano in parte questo sviluppo, con un impatto sia diretto sia indiretto sulla fiducia degli operatori. Ma i due giganti economici stanno già rallentando indipendentemente l’uno dall’altro, e per ragioni diverse. La causa principale? Va ricercata nel calo della domanda domestica, non nell’impatto dei dazi o dei commerci internazionali.

USA E CINA IN CALO, MA PER RAGIONI DIVERSE

Gli Stati Uniti in particolare stanno rallentando perché va svanendo l’effetto degli stimoli fiscali introdotti nel 2018 e perché le condizioni finanziarie si sono fatte più rigide alla fine dell’anno scorso. Crediamo che nella parte restante del 2019 e nel 2020 i consumi domestici torneranno a essere ancora una volta il perno della crescita Usa. In questo scenario, l’economia statunitense resterà fuori dal rischio recessione, al prezzo però di un ampliamento del deficit commerciale, che a sua volta esacerberà le tensioni sugli scambi. Prevediamo quindi un’espansione del Pil Usa pari al 2% nel 2019, con un dollaro sostanzialmente stabile contro le principali valute nel resto dell’anno, preso tra due forze contrapposte.

Le politiche monetarie statunitensi saranno più stringenti che nell’Eurozona o in Cina. La Bce ha chinato il capo dinanzi al peggioramento delle condizioni economiche, rimandando i rialzi dei tassi e determinando una nuova pressione sull’euro. Se gli stimoli in Cina riusciranno a stabilizzare la crescita del Paese nella seconda metà dell’anno, il dollaro Usa potrebbe indebolirsi rispetto agli attuali livelli elevati. E se la guerra dei dazi dovesse risolversi positivamente, si allevierebbe anche parte della spinta al rialzo sul dollaro.

Anche la Cina è in via di rallentamento. Dal 2017, le autorità monetarie hanno irrigidito le politiche monetarie per rallentare la crescita del credito e reindirizzare la crescita economica verso i consumi domestici. In parte hanno avuto successo: i consumi hanno dato il principale apporto alla crescita del PIL cinese, ma ne sono tuttora una componente minoritaria. Ci aspettiamo ulteriori allentamenti monetari con un taglio ai reserve requirement ratio (RRR) e un aumento della liquidità per il mercato interbancario.

Nel nostro scenario di base prevediamo che la crescita economica cinese salga al 6% nella seconda metà del 2019, ma il tasso corrente non ufficiale potrebbe essere inferiore. La ragione risiede nel fatto che le autorità monetarie stanno perseguendo due obiettivi con un solo strumento: stanno tagliando i tassi d’interesse sia per stimolare l’economia, sia per persuadere le banche commerciali a prestare più soldi alle imprese private. Questo tentativo di fondere gli obiettivi monetari con la stabilità fiscale mitiga l’efficacia degli stimoli nel nostro scenario di base.

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