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I misteri delle stazioni di polizia cinese in Italia

Stazioni Polizia Cinese Italia

102 stazioni di polizia cinese in 53 Paesi, di cui 11 (il numero più alto) in Italia. Per Pechino servono ad assistere i suoi cittadini a sbrigare pratiche burocratiche, ma secondo il rapporto che ha portato alla luce la rete lo scopo sarebbe ben diverso e il nostro Paese è particolarmente coinvolto. Tutti i dettagli

 

A settembre ne erano state identificate 54, ora altre 48, per un totale di 102 stazioni di polizia cinese sparse per il mondo. Nel nostro Paese sono 11 tra Milano, Roma, Bolzano, Venezia, Firenze e Prato, dove si trova la più grande comunità di cittadini cinesi in Italia.

Ma a cosa servono?

LA VERSIONE DI PECHINO

Pechino non le definisce ‘stazioni di polizia’ ma piuttosto ‘centri di servizi’ istituiti in 53 Paesi per assistere i cittadini cinesi che vivono all’estero a sbrigare pratiche burocratiche che vanno dal rinnovo del passaporto a quello della patente.

IL REPORT DI SAFEGUARD DEFENDERS

Tuttavia, Safeguard Defenders, un’organizzazione non governativa spagnola che si occupa di diritti umani, ha redatto un report in cui mappa queste stazioni e, a differenza del governo cinese, sostiene che servirebbero a monitorare e dare la caccia a cittadini cinesi dissidenti all’estero.

Non solo. Una volta individuata la ‘minaccia’, questa verrebbe rimpatriata, spesso con metodi coercitivi.

MILANO “STAZIONE PILOTA”

L’Italia è uno dei Paesi che salta all’occhio nel report in quanto si legge che è proprio a Milano che nel maggio 2016 l’Ufficio di Pubblica Sicurezza di Wenzhou ha istituito una stazione “pilota”.

Il 29 agosto 2019, afferma il documento, China News Service, ha dato notizia dell’istituzione nel maggio 2016, di un punto di contatto tra polizia e cinesi d’oltremare a Milano, in Italia.

DOVE SI TROVANO LE ALTRE IN ITALIA

Oltre a questa, a Milano ne è presente una seconda e le altre si trovano a Bolzano, Venezia, Firenze, in Sicilia, 3 a Prato e 2 a Roma. Alcune sono state aperte dall’Ufficio di Pubblica Sicurezza di Wenzhou e le altre da quelli di Qingtian e Fuzhou.

Secondo il sito del Central United Front Work Department (il Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese), ad agosto 2016 l’Ufficio di pubblica sicurezza di Wenzhou aveva istituito 3 punti di contatto tra polizia e cinesi d’oltremare, aggiungendo Parigi e Prato. Due anni più tardi, nel dicembre 2018, China News Service ha riferito anche dell’istituzione da parte delle Procure di Qingtian di 6 stazioni di collegamento all’estero in Italia: a Prato, Roma, Milano, Bolzano e in Sicilia.

ACCORDI E PATTUGLIAMENTI CONGIUNTI TRA CINA E ITALIA

Il 27 aprile 2015 – un anno dopo l’avvio dell’operazione Fox Hunt (ovvero ‘caccia alla volpe’, una vera e propria campagna organizzata dal presidente cinese Xi Jinping per far rientrare forzatamente in Cina i cosiddetti dissenti) – l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha firmato quattro accordi di cooperazione bilaterale con il suo omologo Wang Yi, tra cui un Memorandum per il pattugliamento congiunto di Polizia “nell’ambito della lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata internazionale, alla migrazione illegale e al traffico di esseri umani”.

Dal 2 al 13 maggio 2016 si sono svolti i primi pattugliamenti di polizia congiunti a Roma e Milano.

Nel luglio 2017, prosegue il report, l’allora viceministro dell’Interno Filippo Bubbico firmò un accordo bilaterale di cooperazione in materia di sicurezza con una delegazione del ministero della Pubblica Sicurezza della Repubblica Popolare Cinese. Il contenuto esatto dell’accordo non è stato reso noto.

Nello stesso anno è seguito il secondo pattugliamento congiunto in quattro città italiane, tra cui Napoli. “Abbiamo esportato e promosso in Italia il modello di polizia comunitaria nazionale”, affermano le autorità cinesi. Il 18 dicembre 2017, Angelino Alfano, ai tempi ministro degli Esteri divulgò un comunicato congiunto con Wang Yi a Pechino, plaudendo all’accordo di luglio e al successo delle operazioni.

In seguito al terzo pattugliamento condotto in Italia dal 28 maggio al 18 giugno del 2018, l’Euro Chinese Daily ha scritto che “oltre a proteggere la sicurezza dei turisti cinesi, la Cina spera di imparare dal modello di Napoli e di introdurre il modello di polizia comunitaria cinese a Prato”.

In occasione della cerimonia di inaugurazione della stazione di polizia a Roma, il 12 giugno 2018 partecipò “attivamente” Giuseppe Moschitta, allora Comandante del Commissariato Esquilino e attuale capo dell’ufficio stampa della Polizia di Stato.

A oggi, afferma il report, nonostante l’Italia abbia il maggior numero di avamposti di collegamento sul proprio territorio, il nostro governo “è tra i pochissimi Paesi europei che non ha ancora annunciato pubblicamente un’indagine sulle stazioni di polizia cinesi d’oltremare o dichiarato la loro illegalità”.

I pattugliamenti congiunti di polizia sino-italiani sono stati interrotti nel 2020, a seguito dello scoppio della pandemia, ma non sono stati fatti annunci ufficiali sullo stato futuro degli accordi di sicurezza.

I CITTADINI CINESI IN ITALIA E I RIMPATRI FORZATI

Secondo i dati ISTAT relativi al 2021, i cittadini cinesi residenti in Italia sono 330mila, rendendoci – scrive il Guardian – “un terreno fertile per la potenziale influenza di Pechino, grazie alla miriade di accordi tra i due Paesi”.

Proprio da qui, ha detto Safeguard Defenders al quotidiano britannico, proverrebbe un caso accertato di intimidazione da parte della polizia cinese che avrebbe condotto al rientro di un cittadino residente da 13 anni nel nostro Paese, senza passare per i canali legali dell’estradizione.

L’operaio sarebbe stato accusato di appropriazione indebita e dopo il ritorno in Cina se ne sarebbero perse le tracce. Laura Hart, direttrice della campagna della Ong, ha detto che il metodo prevedrebbe “inizialmente telefonate, poi minacce ai parenti rimasti in Cina, infine l’impiego di agenti sotto copertura all’estero, che possono arrivare anche a pratiche di adescamento e rapimento”.

L’associazione afferma che sarebbero oltre 210mila i cinesi “convinti” in un solo anno a rientrare in patria, ma sul Post che cita L’Espresso si legge che solo una percentuale tra l’1 e il 7% dei ricercati all’estero dalla Cina rientra attraverso le vie ufficiali. Tutti gli altri vengono “persuasi”.

Della questione si era occupata già da tempo la giornalista del Foglio, Giulia Pompili, che su Twitter ha voluto precisare alcune cose riguardo l’inchiesta definita “esclusiva” dal settimanale diretto da Lirio Abbate:

https://twitter.com/giuliapompili/status/1600157922457067520

L’Espresso oggi ha risposto così:

https://twitter.com/espressonline/status/1600458347018231820

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