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I “giudici” di Repubblica condannano il giudice Corrado Carnevale da morto

Assolto da vivo, il giudice Corrado Carnevale condannato da morto dal quotidiano Repubblica diretto da Mario Orfeo. Il corsivo di Damato pubblicato sul quotidiano Libero

Su Repubblica, la corazzata della flotta referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura -ripeto, della magistratura- è stato così ricordato Corrado Carnevale, morto a 96 anni quasi compiuti: “C’è una distanza nella vicenda Carnevale tra la verità processuale e quella pubblica. La prima ha detto che il fatto non sussiste. La seconda, che i fatti restano. Carnevale ha avuto il diritto alla sua difesa, alla sua assoluzione. Ma chi guarda oggi quel tratto di strada lo fa sapendo che la magistratura ha camminato pericolosamente sul ciglio dell’abisso. E lì lui era presente”.

L’abisso, mi sembra, è piuttosto quello in cui la Repubblica di carta è precipitata, volente o nolente, con questa rappresentazione della vicenda umana e giudiziaria di un magistrato “formidabile e intrattabile”, come lo ha definito, ammirato, sul Foglio Giuliano Ferrara. Un magistrato che vinceva tutti i concorsi, o gare professionali, cui partecipava e si guadagnò il soprannome di “ammazzasentenze” perché in Cassazione, di cui era diventato presidente della prima sezione penale a 55 anni soltanto, non faceva sconti a chi aveva fatto errori nelle procedure e nelle sentenze.

Nel clima creato attorno a lui con quel soprannome, ripeto di “ammazzasentenze” Carnevale finì iscritto d’ufficio alla corrente politica di Giulio Andreotti e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e sospeso dall’ordine giudiziario. Condannato nel 2001, fu assolto definitivamente dalla Cassazione perché “il fatto non sussiste”. Egli reclamò giustamente e altrettanto giustamente il ritorno al servizio giudiziario.

Il fatto quindi che “non sussiste” per la Cassazione, cioè per la Giustizia con la maiuscola, si moltiplica in “fatti” che “restano” in quella che viene elevata a “verità pubblica” da Repubblica. E’ tutto virgolettato nella giustizia, rigorosamente al minuscolo, raccontata da un giornale fra i più diffusi e, direi, presuntuosi col risultato di cospargere vigliaccamente di fango un morto. Vigliaccamente perché un morto non può difendersi.

Questa rappresentazione della giustizia -ripeto, con la minuscola- non è offensiva solo per il compianto Carnevale, E’ offensiva per la magistratura nel suo complesso. Una magistratura che la campagna referendaria del no ritiene invece di difendere da una riforma che sarebbe stata congegnata per svilirla e sottometterla alla politica. O per rendere ancora più forte la magistratura d’accusa separandone la carriera da quella giudicante. Che perderebbe così, con questa semplice separazione delle carriere, ripeto, l’autonomia e l’indipendenza che hanno permesso ai giudici di Canevale di assolverlo in via definitiva. Ma con un verdetto che ora i presunti estimatori e difensori della magistratura vanificano contrapponendolo ad una fantomatica “verità pubblica”. Quella dei processi sarebbe quindi una verità privata, o di casta.

Nella cornice della campagna referendaria del no questo quadro dipinto della vicenda giudiziaria e umana del compianto Corrado Carnevale diventa schizofrenico. Mi consola solo l’idea che possa risolversi in un’autorete. Cioè in un altro contributo alla campagna del sì. Di un sì che non è né quello mafioso dei professionisti dell’antimafia, come li chiamava Leonardo Sciascia, né quello criminale avvertito dalla campagna del no al presunto indebolimento generale della magistratura, pur nel contesto di un curioso, presunto, cervellotico rafforzamento della pubblica accusa. E’ soltanto il sì della ragione. Contro il no della schizofrenia politica.

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