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I conti di Conte con Salvini e Siri

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Tutte le ultime tensioni governative sul caso del sottosegretario leghista Armando Siri

E’ tornato sulla croce il sottosegretario leghista Armando Siri, indagato per corruzione dalla Procura di Roma per presunti e tentati favori a un’azienda eolica siciliana posseduta dall’amico Paolo Arata in società con un detenuto accusato di collusione col capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro. Ma vi è tornato non tanto per gli sviluppi della sua vicenda giudiziaria quanto per gli annunci politici del presidente del Consiglio dalla Cina. Dove Giuseppe Conte, facendo da sponda, volente o nolente, al suo vice presidente Luigi Di Maio e, più in generale, al Movimento delle 5 stelle, ha scavato un altro po’ di terra sotto i piedi dell’indagato.

“Se Siri dovesse restare incollato alla poltrona troverò il modo per scollarlo”, ha detto il presidente del Consiglio, ancora fiducioso tuttavia di convincere Siri, nell’incontro prenotato per la prossima settimana, a dimissioni formalmente spontanee, per quanto il leader leghista lo invogli ancora a resistere, almeno a parole. Si diffondono infatti retroscena e quant’altro su una sua progressiva rassegnazione a quella che, date le posizioni durissime di partenza a favore del suo collega di partito e di governo, sarebbe una resa di Salvini. E una vittoria, invece, dei grillini: una bandierina o bandierona, come preferite, nella campagna elettorale per le votazioni europee e amministrative di fine maggio.

Sul fronte giudiziario vero e proprio la notizia è quella dell’annuncio del deposito presso il tribunale del riesame, da parte della Procura romana, della intercettazione smentita dagli stessi inquirenti di una conversazione nello scorso mese di settembre fra Paolo Arata e il figlio Francesco, almeno nella versione datane dal Corriere della Sera e poi da altri giornali. Secondo cui il padre avrebbe detto al figlio che i tentativi di trarre vantaggio da nuove norme a favore delle energie rinnovabili, o alternative, gli sarebbero già costati 30 mila euro, destinati a Siri.

Il deposito dell’intercettazione presso il tribunale del riesame, attivato dalla difesa di Arata per ottenere il dissequestro di telefonini e computer prelevati dagli inquirenti, è sembrato smentire la smentita, diciamo così, raccolta nella Procura di Roma da un cronista del quotidiano La Verità. Ma, appunto, è soltanto sembrato, perché in realtà, almeno sino al momento in cui scrivo, non è stata trovata traccia di quei 30 mila euro “costata” ad Arata la “disponibilità” contestata a Siri nei riguardi dell’amico e dei suoi interessi, compresi quelli, magari non noti al sottosegretario, del socio detenuto di mafia.

Non resta a questo punto che attendere gli sviluppi delle cronache giudiziarie e rassegnarsi a vederle ancora una volta mescolate con quelle politiche. Giusto per darvi un’idea di questo perverso intreccio, vi riferisco che nell’abituale approccio mattutino all’abbondante e tempestiva rassegna stampa del Senato della Repubblica, che precede sempre quella di solito più sintetica della Camera, interessano le indagini su Siri anche per i loro risvolti politici ben 41 articoli dei 100 inseriti nel capitolo della Giustizia. Altrettanti, cioè 41, diversi dal caso Siri e dai conseguenti rapporti fra leghisti e grillini, sono gli articoli del capitolo specifico della Politica, 18 della Produzione e Occupazione, 16 delle Telecomunicazioni e Trasporti, 5 dell’Unione Europea, 25 della Cultura e Società, 35 del Parlamento e Istituzioni, 70 degli Esteri, comprensivi del Vaticano e delle notizie che hanno spesso ricadute anche sulla politica italiana.

Quelli del sottosegretario Siri e della sua vicenda giudiziaria non sono tuttavia i soli problemi della Lega e del suo leader Salvini, politicamente trafitto, diciamo così, nelle ultime 24 ore, pur se lui ha fatto finta di niente, dalle modalità della promulgazione, peraltro all’ultimo momento utile, della cosiddetta riforma della legittima difesa, fortissimamente voluta dal ministro dell’Interno e approvata con larghissima maggioranza parlamentare, ben oltre i numeri o confini gialloverdi, grazie all’appoggio di Forza Italia e della destra ex missina di Giorgia Meloni. Che hanno largamente compensato i voti contrari o le assenze da mal di pancia dei grillini.

Consapevole evidentemente della realtà dei numeri parlamentari, che lo avrebbero costretto in seconda battuta a firmare lo stesso la legge, anche se riapprovata nello stesso testo, il presidente della Repubblica ha promulgato la riforma prendendone sostanzialmente le distanze con una lettera ai presidenti delle Camere e del Consiglio: un po’ interpretandola in senso diciamo così restrittivo, un po’ lamentandone errori e un po’ strizzando praticamente l’occhio alla dirimpettaia Corte Costituzionale, se le nuove norme dovessero capitarle a tiro nella loro applicazione.

Salvini, come scrivevo, ha fatto finta di niente, incassando la promulgazione della legge, come del resto aveva già fatto per il provvedimento sulla sicurezza, anch’esso promulgato nei mesi scorsi con una lettera di puntualizzazioni del capo dello Stato. L’opposizione di sinistra ha invece esultato. Ma vi è stato anche chi si è doluto del mancato rinvio della legge alle Camere: per esempio, il Fatto Quotidiano -e chi sennò?- liquidando come “controsenso” l’iniziativa critica del Quirinale. Che avrebbe dovuto insomma avere più coraggio contro la Lega e il suo leader Salvini. Cui peraltro il giornale di Marco Travaglio ha dedicato il titolo di apertura cavalcando un’indagine giudiziaria -e che sennò?- sugli aiuti elettorali che il Carroccio avrebbe avuto nel Lazio dai “boss” della malavita.

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