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I cattolici? Ci sono eccome

I cattolici? Ci sono eccome.

Risposta a Crippa del Foglio di Alessandra Servidori:

Caro Direttore, i cattolici ci sono eccome in politica e non spariamo come si domanda oggi Crippa sul Foglio come alternativa se non ci organizziamo in movimento o partito: siamo le studiose, gli studiosi, le tecniche, i tecnici, quelle e quelli delle associazioni, dei gruppi di lavoro ministeriali, le cd “secchione e secchioni”, quelle che da anni preparano “le paginette sintetiche ai ministri, ai capo dipartimento”, per tutti insomma, a richiesta destra, sinistra, perché le proposte che offriamo sono concrete, hanno la copertura economica, reggono il bilancio. E vabbè siamo istituzionali abbiamo il privilegio di servire l’Italia e condividere orgogliosamente il programma Draghi e Zuppi, sì Zuppi. Si può fare, io vado avanti e se decidiamo senza presunzione di completezza ci sono. Non perdiamo tempo.

 

La questione dei cattolici in politica: eccome se ci sono

Il recente intervento del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), Matteo Zuppi, riapre con un fendente la necessità che la presenza dei cattolici sia esplicita sulle varie questioni costituzionali, sociali, economiche, antropologiche e valoriali che sono oggi dominanti partendo dalla Dottrina Sociale della Chiesa e seguendo le vene safene rinvigorite dalle encicliche che negli anni hanno segnato la bussola dello sviluppo, della solidarietà, della sussidiarietà, della destinazione universale dei beni, del bene comune.

Abbiamo gli strumenti che consentono di raggiungere l’obiettivo ricordato da Zuppi con un guizzo particolarmente efficace tanto da rinvigorire un senso di appartenenza mortificato dalla situazione in cui siamo arrivati e con un fallimento storico che brucia.

Abbiamo proposte su come sostenere politiche attive per contrastare la povertà che aumenta, l’inverno demografico, la protezione degli anziani, i divari fra i territori, la transizione ecologica, la crisi energetica, la difesa dei posti di lavoro soprattutto per giovani e donne e la loro sicurezza, l’accoglienza, la tutela, l’integrazione dei migranti, la burocrazia, le riforme della democrazia per partecipare.

Ovviamente non siamo tutti e tutte tuttologi e la vita ci offre la possibilità di impegnarci e di rendere un servizio laicamente prestato confrontandoci per arrivare a delineare progetti sui temi maggiormente impegnativi.

Il tema lavoro occupa una parte dominante. Il lavoro come mezzo e come valore, il lavoro è una parte importante della vita umana perché occupa il nostro tempo e assorbe energie e fatica, è fonte di aspirazioni e di soddisfazioni, di delusioni e di frustrazioni. Ognuno di noi attribuisce al lavoro un significato nell’ambito della propria esistenza. Anche la società nel suo complesso attribuisce al lavoro un valore culturale più o meno elevato.

Per cultura del lavoro bisogna intendere il clima culturale che accompagna le trasformazioni strutturali del lavoro, significa che la considerazione del lavoro cambia in relazione al tipo di società, di struttura economica, di sviluppo tecnologico, di forma politica e di etica dominante. La cultura del lavoro è, quindi, una dimensione complessiva e oggettiva che tende a imporsi sulla mentalità dei singoli lavoratori.

Ognuno di noi lavora all’interno di una società e, per ciò stesso, è già inserito in una determinata cultura del lavoro, che può criticare, ma con cui deve necessariamente fare i conti. Bisogna avere coscienza critica della cultura dominante del lavoro per conferire un senso consapevole al proprio lavoro.

La cultura dominante del lavoro influenza fortemente il significato che ogni uomo attribuisce al lavoro nell’ambito della propria vita. Il significato del lavoro non è così omogeneo come la cultura del lavoro, perché ha a che fare con la dimensione della soggettività.

Possiamo facilmente accorgerci quanto nell’ambito della stessa società siano diversi i significati che il lavoro può assumere per ogni uomo e donna. Certamente quanto più forte è la pressione della cultura dominante del lavoro tanto più ridotta sarà la pluralità dei significati del lavoro.

Per esempio, l’epoca industriale che ci lasciamo alle spalle, che ha promosso una ben caratterizzata ideologia del lavoro, si è mossa verso una forte omogeneità dei significati del lavoro. In generale si lavora per sopravvivere, cioè per ottenere i mezzi che sono necessari alla vita umana. In questo senso lavorare è una necessità spesso penosa, perché il bisogno spinge ad accettare qualsiasi lavoro, anche quello poco gratificante. Pochi possono permettersi il lusso di scegliersi il lavoro che desiderano.

Fare un lavoro che non piace e non gratifica è percepito come una mortificazione della propria personalità. Ciò significa che dal lavoro non ci aspettiamo soltanto una retribuzione adeguata, ma anche soddisfazioni psicologiche e spirituali.

Ecco alle nostre giovani e ai nostri giovani, a coloro che provvedono a emanare leggi, norme, provvedimenti sul lavoro dobbiamo ricordare che il lavoro non è soltanto un mezzo per vivere, ma anche un valore in sé, perché contribuisce a realizzare la nostra umanità, ci fa sentire utili alla società e agli altri e così contribuisce a dar senso alla nostra esistenza.

Pertanto, si desidera fare un lavoro che ci realizzi come uomo o donna e che al contempo consenta una vita dignitosa, sicura e con pari opportunità. Ma quest’ideale raramente si può raggiungere nella sua interezza.

Un’autentica civiltà del lavoro e stagione di innovazione dovrà tener conto di entrambi gli aspetti e far crescere insieme il benessere fisico e quello spirituale del lavoratore e della lavoratrice, un aumento di retribuzione non risolve il problema della qualità del lavoro, uno sviluppo delle motivazioni non risolve il problema economico della sopravvivenza, soprattutto se sei donna e hai figli e anziani ai quali accudire.

Tenere insieme questi due aspetti è difficile e richiede una concezione del lavoro che poggi sull’uomo e sulla donna stesso e stessa piuttosto che sui meccanismi economici o sulle ideologie politiche o sociali. Abbiamo bisogno di un’antropologia in cui le esigenze del corpo e quelle dello spirito siano armonizzate. E tuttavia dobbiamo riconoscere che le culture del lavoro dominanti sono state spesso determinate da fattori esterni all’uomo stesso, cioè dalle esigenze della produzione, dallo sviluppo della tecnica o dai meccanismi del mercato.

La richiesta, che proviene dall’uomo e dalla donna dalla società di oggi, è quella di un’umanizzazione del mondo del lavoro.

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