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Huawei

Perché Huawei è un mistero. Report Ft

Huawei è un'azienda interessata al profitto oppure è un potente strumento nelle mani del governo cinese? Le riflessioni del Financial Times

Il suo ruolo è quello del cattivo o della vittima? Il mistero di Huawei, il più grande produttore di apparati per telecomunicazioni al mondo accusato dagli Usa di essere un veicolo del potere tecnologico del nuovo impero del male cinese, è al centro di una riflessione dell’Asia editor del Financial Times Robin Harding di cui riproponiamo qui una sintesi.

Chi è Huawei?

L’analisi di Harding muove da una domanda: chi è Huawei? È quella che l’intelligence Usa considera una minaccia alla sicurezza nazionale da porre sotto sanzioni e rimuovere del tutto dalle reti telefoniche internazionali? O è invece ciò che l’azienda di Shenzhen pensa di se stessa, ossia un’impresa di successo dedita alla ricerca e addirittura controllata dai suoi stessi addetti?

L’accusa madre

Harding non può fare a meno di sottolineare che l’accusa madre rivolta dall’America a Huawei – quella di installare all’insaputa di tutti tranne che del Partito comunista cinese delle “backdoor” nelle reti telefoniche consentendo così un orwelliano spionaggio di massa – non è mai stata suffragata da prove certe. Ciononostante, puntualizza il giornalista, non si può ancora escludere che una simile eventualità sia fondata.

Il paradosso

Ma ciò non toglie che, agli occhi degli suoi oltre 200mila dipendenti, Huawei è un campione di innovazione che due successivi governi americani hanno preso a perseguitare con provvedimenti e sanzioni che si stanno addirittura rivelando controproducenti per gli stessi Usa, che con il loro atteggiamento aggressivo stanno provocando proprio ciò che volevano combattere, ossia gettare le volitive imprese cinesi nelle braccia del Partito.

Sfida per Pechino

E il Partito oggi, rimarca Harding, ha preso sul serio la sfida facendo della difesa degli interessi dell’azienda bersagliata dagli Usa una priorità nazionale oltre che una questione di orgoglio. Basti pensare a cosa successe cinque anni fa quando il Canada, su mandato della giustizia Usa, trasse in arresto Meng Wenzhou, direttrice finanziaria di Huawei nonché figlia del suo patron, arrivando a scatenare una tempesta diplomatica che vide addirittura Pechino arrestare per rappresaglia due cittadini canadesi.

Alle sanzioni contro Huawei varate dagli Usa per rallentare le sue ricerche nel settore dei semiconduttori, il governo cinese, conscio della posta in gioco e tutt’altro che rassegnato a piegarsi, rispose inondando l’azienda di sussidi, lasciando però aperta la porta a uno spinoso interrogativo: in cambio di cosa?

Una questione di lealtà?

La questione della lealtà alla politica di un’azienda privata come Huawei viene normalmente liquidata dai cinesi richiamando una struttura proprietaria che delega il potere a operai e impiegati. Ma si tratta, sottolinea Harding, di un sistema molto opaco che non esclude peraltro un’influenza diretta del volere del fondatore Ren Zhengfei.

Una compagnia governata dal basso che ha il culto del servizio al pubblico e della cybersecurity dovrebbe essere teoricamente l’ultima su cui far ricadere l’accusa di spionaggio ai danni dei clienti in quella che sarebbe la suprema violazione del patto fiduciario esistente tra le due parti.

Eppure è proprio con quest’onta che deve misurarsi oggi la credibilità di un’azienda il cui destino appare sempre più intrecciato con quello di un attore come i burocrati di Pechino nei cui confronti non è solo l’America a nutrire scarsa fiducia.

Vittima?

La conclusione di Harding è che “piuttosto che vedere Huawei come il cattivo, dovrebbe essere considerata come una vittima incastrata in una disputa politica al di là del suo controllo”. Nell’era in cui la tecnologia diventa materia di sicurezza nazionale, Huawei rischia di pagare lo scotto solo perché è cinese.

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