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Hezbollah, 40 anni di guerra invisibile: come l’Iran ha costruito in Libano una potenza militare parallela allo Stato

Dalla nascita come milizia sciita alla trasformazione in esercito ibrido: storia, tecnologia e strategia di Hezbollah, l’organizzazione che ha cambiato gli equilibri del Medio Oriente.

Dalla rivoluzione iraniana alla nascita del “Partito di Dio”

Quando Hezbollah apparve sulla scena libanese all’inizio degli anni Ottanta, pochi avrebbero immaginato che una piccola milizia sorta nel caos della guerra civile sarebbe diventata, quattro decenni più tardi, una delle organizzazioni armate non statali più potenti del mondo.

La sua nascita è inseparabile dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979 e dalla successiva invasione israeliana del Libano del 1982. In quel momento il Libano era già da anni precipitato in una guerra civile che aveva frantumato il fragile equilibrio politico costruito dopo l’indipendenza dalla Francia nel lontano 1943. Il Paese era diventato il terreno di scontro fra milizie cristiane, gruppi palestinesi, forze siriane e interessi regionali contrapposti.

L’ingresso dell’esercito israeliano nel sud del Libano nel giugno 1982, con l’obiettivo dichiarato di eliminare le infrastrutture militari dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, creò però un nuovo spazio politico e militare. Proprio in quella fase l’Iran capì di aver raggiunto la forza necessaria per esportare la propria rivoluzione oltre i confini nazionali.

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) inviò nella valle della Beqāʿa centinaia di istruttori militari, consiglieri e religiosi per organizzare le diverse fazioni sciite locali. Da questa rete nacque Hezbollah, letteralmente “Partito di Dio”, che nel 1985 pubblicò il proprio manifesto politico. Qui veniva annunciato il sostegno alla leadership religiosa iraniana e l’assoluta fedeltà all’Ayatollah Khomeini. Inoltre, venivano dichiarati gli obiettivi: la costruzione di uno Stato islamico in Libano, l’espulsione delle forze occidentali e … l’annientamento dello Stato di Israele.

Nei primi anni Hezbollah era soprattutto una forza di guerriglia. Il suo vantaggio non era rappresentato dalla tecnologia o dalla superiorità numerica, ma dalla capacità di nascondersi fra la popolazione, fondersi con il territorio, sfruttare la conoscenza delle aree rurali del Libano meridionale e condurre una guerra asimmetrica contro un esercito convenzionale.

La strategia era profondamente diversa da quella degli eserciti tradizionali. Hezbollah non cercava lo scontro frontale con Israele, che avrebbe inevitabilmente perso, ma puntava a trasformare ogni operazione militare israeliana in un problema politico e strategico. Ogni perdita inflitta, ogni attentato, ogni attacco con ordigni improvvisati aveva un valore superiore al danno materiale prodotto: dimostrare che Israele non poteva controllare indefinitamente un territorio ostile.

Questa logica portò progressivamente all’erosione della presenza israeliana nel Libano meridionale. Dopo diciotto anni di occupazione, nel maggio 2000 Israele annunciò il proprio ritiro unilaterale fino alla Linea Blu stabilita dalle Nazioni Unite.

Per Hezbollah fu una vittoria storica. Il movimento poté presentarsi non più come una semplice milizia, ma come la forza che aveva costretto Israele ad abbandonare il territorio libanese.

Quell’evento trasformò profondamente il suo ruolo interno. Da quel momento Hezbollah iniziò una doppia evoluzione: da una parte consolidò la propria struttura politica entrando stabilmente nelle istituzioni libanesi; dall’altra accelerò la costruzione di una capacità militare autonoma, sempre più simile a quella di un esercito regolare.

La guerra del 2006 e la nascita dell’esercito sotterraneo

Il salto strategico definitivo arrivò con la guerra del 2006.

Il conflitto iniziò il 12 luglio di quell’anno, quando combattenti di Hezbollah attraversarono la Linea Blu, uccisero alcuni militari israeliani e ne catturarono altri due. La risposta israeliana fu una vasta campagna militare aerea e terrestre contro le infrastrutture del movimento nel Libano meridionale.

Per Israele quella guerra avrebbe dovuto ristabilire la deterrenza e distruggere la capacità militare di Hezbollah. Per Hezbollah, invece, rappresentò una prova della propria capacità di sopravvivere a un confronto diretto con una delle forze armate tecnologicamente più avanzate del mondo.

Il bilancio militare fu complesso. Israele inflisse danni significativi alle infrastrutture e uccise numerosi combattenti, ma non riuscì a ottenere una vittoria decisiva. Hezbollah continuò a lanciare razzi fino al cessate il fuoco imposto dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza ONU.

La lezione strategica che il movimento trasse fu chiara: non poteva competere con Israele nella guerra convenzionale, ma poteva impedirgli di ottenere una vittoria rapida attraverso una combinazione di dispersione delle forze, protezione sotterranea e capacità missilistica. Per vincere un conflitto non doveva sconfiggere il nemico sionista ma, come un cancro, gli bastava sopravvivere allo scontro per poter tornare a proliferare di nascosto.

Negli anni successivi Hezbollah costruì, quindi, una struttura militare completamente diversa rispetto alla milizia degli anni Ottanta.

Il cuore della nuova strategia fu il sistema sotterraneo nel Libano meridionale. Non semplici tunnel di collegamento, ma una vera infrastruttura militare nascosta: depositi di munizioni, centri comando, bunker, strutture per il lancio dei missili e grandi basi logistiche collegate fra loro.

Questa rete aveva una funzione precisa: sopravvivere alla indiscutibile superiorità aerea israeliana.

La differenza rispetto ai fragili e angusti tunnel costruiti da Hamas nella Striscia di Gaza è sostanziale. Quelli di Hamas sono stati principalmente progettati come reti di infiltrazione, deposito e movimento sotto un territorio densamente popolato e composto in larga parte da friabili terreni sabbiosi e alluvionali.

Le infrastrutture di Hezbollah nel sud del Libano sono invece sistemi militari permanenti scavati nelle montagne e nelle rocce carbonatiche, progettati per resistere a bombardamenti e consentire la completa gestione e coordinamento delle operazioni anche sotto attacco.

Secondo diverse valutazioni dell’intelligence israeliana e occidentale, negli anni precedenti alla guerra iniziata nel 2023, Hezbollah disponeva di un arsenale compreso fra 120.000 e 150.000 razzi e missili, una quantità superiore a quella posseduta da molti eserciti nazionali.

L’arsenale comprendeva sistemi a corto raggio come i semplici razzi tipo Katyusha, missili a medio raggio Fateh-110 di produzione iraniana e versioni locali o modificate di sistemi siriani e iraniani.

Il vero salto qualitativo fu però rappresentato dalla precisione.

Per anni Hezbollah aveva posseduto soprattutto una capacità di saturazione: lanciare grandi quantità di razzi poco precisi contro il territorio israeliano. Si trattava di poco più di tubi pieni di propellente solido con un carico di esplosivo in cima e un innesco a pressione sulla punta. Successivamente, grazie al trasferimento di tecnologia iraniana, il movimento iniziò a sviluppare capacità di trasformazione dei razzi tradizionali in missili guidati.

Questo cambiamento aveva un valore strategico enorme. Un missile impreciso può colpire una città; un missile guidato può colpire una centrale elettrica, una base militare, un aeroporto, un impianto industriale o un’infrastruttura energetica.

La minaccia non era quindi soltanto quantitativa, ma qualitativa.

Parallelamente, Hezbollah sviluppò altre capacità: droni da ricognizione e attacco, sistemi anticarro avanzati come i missili Kornet acquistati in Russia e trasferiti attraverso la Siria, missili antinave e una struttura di intelligence interna estremamente capillare.

La guerra in Siria, iniziata nel 2011, accelerò ulteriormente questa trasformazione.

A differenza di Hamas, che aveva combattuto principalmente in un ambiente urbano confinato, Hezbollah partecipò a una vera guerra regionale combattendo accanto all’esercito siriano e alle forze iraniane contro i gruppi ribelli e lo stesso Stato Islamico. Quest’ultimo, infatti, è di matrice sunnita e jihadista mentre Hezbollah è sciita: si tratta di due formazioni islamiche altrettanto fondamentaliste quanto irriducibilmente antagoniste fra di loro.

Quell’esperienza fornì ai suoi combattenti capacità completamente nuove: operazioni offensive coordinate, uso di artiglieria, cooperazione con forze convenzionali, gestione di grandi unità combattenti.

Nel giro di pochi anni Hezbollah era passato dall’essere una banda di guerriglieri territoriali a una forza militare ibrida con caratteristiche vicine a quelle di un grande esercito organizzato.

La deterrenza come arma: non vincere la guerra, ma renderla troppo costosa

La trasformazione di Hezbollah in una potenza militare regionale non può essere compresa soltanto attraverso il numero dei missili o la dimensione dell’arsenale. Il vero elemento distintivo della strategia del movimento sciita libanese è un concetto più sofisticato: la capacità di modificare il calcolo politico e militare dell’avversario.

Hezbollah ha costruito negli anni una vera e propria risk strategy, una strategia fondata sulla gestione del rischio. L’obiettivo non è sconfiggere Israele in una guerra convenzionale – un risultato che rimane fuori dalla portata dell’organizzazione – ma convincere la leadership israeliana che qualsiasi tentativo di eliminare Hezbollah avrebbe costi politici, militari ed economici troppo elevati.

È una forma di deterrenza diversa da quella tradizionale fra Stati. Un esercito convenzionale cerca di impedire un attacco dimostrando di poter infliggere danni inaccettabili al potenziale Stato attaccante. Hezbollah aggiunge un elemento ulteriore: la capacità di trasformare ogni risposta israeliana in una crisi regionale.

La logica è semplice: se Israele colpisce il Libano, Hezbollah può rispondere con migliaia di razzi contro il territorio israeliano; se Israele amplia l’operazione, l’opinione pubblica mondiale si scatena per l’inevitabile danno alla popolazione civile ed aumenta il rischio di coinvolgimento diretto dell’Iran; se Teheran entra nel conflitto, l’intero equilibrio del Medio Oriente può essere destabilizzato.

Questa strategia ha funzionato per anni perché entrambi gli attori principali comprendevano che una guerra totale avrebbe prodotto danni superiori ai possibili vantaggi.

Dopo il 2006, infatti, lungo la Linea Blu che separa Israele e Libano si è instaurato un equilibrio estremamente fragile. Non era una vera pace, ma una forma di deterrenza reciproca.

Israele continuava a considerare Hezbollah una minaccia strategica e conduceva periodicamente operazioni clandestine contro il trasferimento di armi iraniane attraverso la Siria. Hezbollah, dal canto suo, evitava azioni che potessero provocare una guerra generale, ma manteneva intatta la propria capacità offensiva.

Il problema delle strategie basate sul rischio è però che dipendono dalla percezione degli attori coinvolti. Finché tutti ritengono che l’escalation sia troppo pericolosa, il sistema regge. Quando uno degli attori modifica il proprio calcolo, la stessa struttura che garantiva stabilità può diventare un acceleratore del conflitto.

È proprio ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre 2023.

Dal fronte di Gaza alla guerra regionale: quando l’equilibrio si rompe

L’invasione di Israele del 7 ottobre 2023 – quando i terroristi di Hamas massacrarono 1250 persone e ne rapirono 500 – ha modificato radicalmente il quadro strategico mediorientale.

Per Hezbollah, quel giorno, si è aperto un dilemma difficile. Da una parte il movimento aveva sempre presentato la propria esistenza come parte della “resistenza” contro Israele e non poteva ignorare completamente la guerra aperta da Hamas, suo alleato nell’asse sostenuto dall’Iran. Dall’altra, aprire un secondo fronte su larga scala avrebbe comportato rischi enormi per la sopravvivenza stessa dell’organizzazione.

La decisione richiese meno di 24 ore. La risposta iniziale fu calibrata: a partire dall’8 ottobre sono iniziati attacchi limitati contro obiettivi israeliani nel nord. Hezbollah ha utilizzato missili anticarro, droni e razzi, ma evitando per mesi un salto definitivo verso la guerra totale.

Anche Israele adottò una strategia prudente. Pur colpendo infrastrutture e comandanti di Hezbollah, evitò inizialmente una grande operazione terrestre nel sud del Libano.

Ma questo equilibrio si è progressivamente deteriorato.

Il problema principale era che entrambe le parti avevano interesse a non apparire deboli. Per Hezbollah, interrompere completamente gli attacchi avrebbe significato perdere credibilità davanti ai propri sostenitori e soprattutto davanti all’Iran. Per Israele, accettare una presenza militare di Hezbollah lungo il confine settentrionale significava mantenere una minaccia permanente sulle comunità israeliane della Galilea.

La conseguenza è stata una spirale di escalation.

Il movimento libanese ha aumentato progressivamente la gittata e l’intensità degli attacchi. Israele ha risposto colpendo depositi, centri di comando e figure di vertice dell’organizzazione.

La campagna israeliana contro Hezbollah ha dimostrato anche i limiti della strategia del movimento. La superiorità tecnologica israeliana, combinata con capacità di intelligence estremamente avanzate, ha permesso di eliminare numerosi comandanti di alto livello e colpire infrastrutture considerate strategiche.

Dopo l’ennesimo assassinio di civili – 12 bambini massacrati da un razzo di Hezbollah contro il villaggio druso di Majdal Shams – Israele decise che non era più tempo di curarsi delle relazioni diplomatiche. Il 17 settembre 2024 centinaia di pager scoppiano accecando e storpiando migliaia di comandanti locali di Hezbollah; e il 27 settembre Hassan Nasrallah viene fatto esplodere nel suo nascondiglio di Beirut: un colpo simbolico e operativo enorme. Il leader di Hezbollah aveva guidato il movimento per oltre trent’anni, trasformandolo da milizia locale a potenza regionale.

Tuttavia, anche in questo caso, la storia delle guerre asimmetriche suggerisce prudenza. Colpire la leadership di un’organizzazione non significa necessariamente eliminarne la capacità operativa.

Hezbollah non è costruito attorno a un singolo comandante, ma su una rete complessa e ridondante di strutture militari, politiche e sociali.

Il prezzo pagato dal Libano: uno Stato debole davanti a un attore più forte

Il paradosso della storia di Hezbollah è che il movimento nato per difendere il Libano ha contribuito alla progressiva perdita della sovranità dello Stato libanese.

Il Libano rappresenta oggi uno degli esempi più evidenti di Stato fragile nel sistema internazionale contemporaneo. Dal 2019 il Paese attraversa una delle peggiori crisi economiche della storia moderna.

Secondo la Banca Mondiale, il collasso finanziario libanese è stato tra i tre peggiori episodi di crisi economica globale dalla metà dell’Ottocento. In poco tempo il sistema bancario è imploso, la valuta nazionale ha perso oltre il 90% del proprio valore e milioni di cittadini hanno visto crollare il proprio potere d’acquisto.

La crisi economica si è sovrapposta alla crisi istituzionale. Per mesi il Paese è rimasto senza un governo pienamente operativo, mentre il sistema politico confessionale ha continuato a produrre paralisi decisionale.

In questo vuoto, Hezbollah ha mantenuto una posizione unica: è contemporaneamente partito politico, riferimento religioso, organizzazione militare e rete di assistenza e controllo sociale.

Il movimento dispone di scuole, ospedali, organizzazioni caritative e strutture economiche autonome. Secondo diverse stime, il sostegno finanziario iraniano vale centinaia di milioni di dollari ogni anno, anche se il valore reale è difficile da quantificare a causa delle reti clandestine utilizzate per aggirare le sanzioni.

Questa struttura parallela rende estremamente difficile per lo Stato libanese riaffermare il monopolio della forza.

La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza ONU, approvata nel 2006 dopo la guerra con Israele, prevedeva il disarmo delle milizie nella zona a sud del fiume Litani e il rafforzamento delle forze armate libanesi con il supporto della missione UNIFIL.

Nella pratica, però, Hezbollah ha mantenuto nel territorio una presenza militare incontrastata.

Il problema è soprattutto politico: qualsiasi governo libanese che tentasse di disarmare Hezbollah dovrebbe affrontare una forza che dispone di capacità superiori a quelle dello stesso esercito nazionale. Inoltre, la profonda infiltrazione di Hezbollah nell’esercito regolare stesso vanifica qualsiasi serio tentativo di contrasto.

Infine, non dimentichiamo che Hezbollah non prende nemmeno in considerazione la difesa della popolazione, anzi: il martirio viene considerato un valore religioso e – soprattutto – un fenomenale strumento per il vittimismo propagandistico.

Il futuro: una deterrenza ancora possibile o il rischio di una nuova guerra?

La questione centrale oggi è se il modello strategico costruito da Hezbollah negli ultimi quarant’anni sia ancora sostenibile.

La deterrenza ha funzionato finché tutti gli attori hanno considerato lo status quo preferibile all’escalation. Ma la guerra tra Israele, Hamas e Iran ha modificato il contesto.

Per Israele, la presenza di Hezbollah al confine settentrionale rappresenta una minaccia che non può essere ignorata indefinitamente. Un arsenale di decine di migliaia di missili e razzi a lungo raggio puntati verso città e infrastrutture israeliane costituisce una vulnerabilità strategica permanente.

Per Hezbollah, invece, abbandonare la propria capacità militare significherebbe perdere il ruolo che ha costruito all’interno del sistema regionale iraniano.

Per l’Iran, il movimento libanese rimane uno degli strumenti più importanti della propria strategia di pressione contro Israele. Hezbollah è infatti il principale elemento dell’“asse della resistenza” di Teheran: una rete che comprende anche milizie sciite irachene, gli Houthi nello Yemen e altri gruppi armati regionali.

Il problema è che ogni attore utilizza questa rete per obiettivi diversi. L’Iran può considerare accettabile un certo livello di rischio regionale, mentre la popolazione libanese vive direttamente le conseguenze di ogni escalation.

La storia di Hezbollah dimostra quindi un elemento fondamentale della guerra contemporanea: la superiorità militare non coincide automaticamente con la vittoria politica.

Israele può distruggere depositi, eliminare comandanti e degradare capacità operative. Hezbollah può continuare a rappresentare una minaccia anche dopo pesanti perdite. L’Iran può usare il movimento come strumento di pressione senza necessariamente controllarne ogni decisione.

Il risultato è un equilibrio instabile nel quale nessuno degli attori possiede una soluzione definitiva.

La lezione strategica più importante è forse proprio questa: la deterrenza può congelare un conflitto, ma raramente riesce a risolverlo. Finché il Libano resterà privo di istituzioni capaci di esercitare pienamente la propria sovranità, finché UNIFIL rimarrà incapace di controllare il territorio e finché Hezbollah conserverà una forza militare indipendente dallo Stato, il confine settentrionale di Israele continuerà a essere uno dei punti più pericolosi dell’intero Medio Oriente.

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