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Epifani? Un riformista che non ha promosso riforme

Epifani

Guglielmo Epifani ricordato da Claudio Negro della Fondazione Kuliscioff

Non è affatto obbligatorio scrivere epitaffi e men che meno coccodrilli quando muore qualcuno che per il tuo mondo è stato significativo. Di solito mi attengo a questo principio, anche quando tocca a Guglielmo Epifani, col quale per molto tempo ho avuto rapporti amichevoli e di collaborazione sul lavoro e nell’attività politica. Ho sempre avuto molta simpatia per lui, che sul piano sia umano che culturale aveva una finezza e una sensibilità non comune nell’ambiente del sindacato e della politica. E’ vero, come qualcuno ha ricordato in questi giorni, che con lui era quasi impossibile litigare: non ha mai rotto con nessuno, che io sappia, per divergenze politiche, che considerava, a me sembrava, fisiologiche e dialettiche. Proprio per questo mi pare giusto dire alcune cose certamente fuori dalla modalità coccodrillo ma che secondo me rispondono a verità: credo che, per le ragioni dette sopra, non se la prenderebbe e accetterebbe caso mai di discuterne.
Mi riferisco alla figura che han dipinto i media in questi giorni di un leader riformista, autore di radicali trasformazioni nella CGIL e di battaglie riformatrici nel PD. In realtà, se ben è vero che aveva una robusta cultura riformista, collaudata anche da anni di convivenza con i comunisti da dirigente della CGIL, negli anni in cui ha avuto le massime responsabilità ha fatto scelte politiche ben altro che riformiste. Ha preso la CGIL da Sergio Cofferati, che non era più il leader riformista dei chimici, ma il capo intransigente della sinistra sindacale: quello che definiva “libro limaccioso” il Libro Bianco di Biagi, quello della mega adunata al Circo Massimo in difesa dell’art.18. Epifani questa CGIL ha preso, e questa CGIL ha lasciato. Anzi, ha fatto qualche passo in più in questa direzione: ha schierato la CGIL a favore del Referendum di Rifondazione Comunista che voleva estendere l’art.18 alle aziende sotto i 15 dipendenti, ha fatto saltare la trattativa con CISL, UIL e Confindustria sulla riforma del sistema contrattuale nel 2014. Mi pare un po’ patetico sostenere che sia stato un innovatore perché ha candidato a succedergli una donna: Susanna Camusso, che peraltro ha proseguito la linea sostanzialmente conservatrice e antiriformista dei suoi predecessori. Nel PD non ha mai rivendicato una continuità con il riformismo del Partito Socialista, e ben presto si è accasato con la “Ditta” seguendola nella scissione di LeU.
Guglielmo era persona onesta, non un doppiogiochista: se ha fatto queste scelte sarà perché ha valutato che in quel momento fossero per qualche ragione necessarie, opportune, meno peggio… E’ possibile che la concretezza della politica possa obbligare un leader a fare scelte che sul piano teorico non farebbe. Ma questo non obbliga i suoi amici a negare il fatto: eventualmente a comprenderlo, o anche a giudicarlo in tutta onestà un errore.
Io la penso appunto così: Guglielmo ha fatto scelte che hanno ostacolato la trasformazione in senso riformista del Sindacato e del PD. Per errori di valutazione o perché non poteva fare altro? Una cosa credo, però: sarebbe disposto a discuterne, come era abituato a fare. Lo ricorderò così: un amico, una persona intelligente. Merce rara..!

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