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Green pass fra regolamento Ue e decreto italiano: tana liberi tutti?

Pnrr

Il Green pass analizzato da Giuseppe Liturri

Dal 23 luglio lo stato dei rapporti tra il diritto interno e quello della Ue potrebbe aver subito uno scossone di non lieve entità. La firma del Presidente Sergio Mattarella in calce al decreto legge n. 105 che disciplina il cosiddetto “green pass” è una aperta dichiarazione di supremazia del diritto nazionale rispetto a quanto esplicitamente disposto dal regolamento UE 953 del 14 giugno 2021.

Da quel giorno, le parole pronunciate dal Presidente del Consiglio Mario Draghi nella sua prima conferenza stampa del marzo scorso – “Bisogna essere pratici, si cerca di stare insieme ma qui si tratta della salute, se il coordinamento europeo funziona bisogna seguirlo, se non funziona bisogna andare per conto proprio” – hanno trovato una concreta ed evidente applicazione.

Draghi ha deciso di andare per conto proprio. Ponendo le limitazioni che saranno operative dal prossimo 6 agosto per l’accesso a ristoranti ed altre attività e servizi come, tra gli altri, fiere e parchi divertimento, si è fatto una solenne beffa di quanto scritto, solo poche settimane prima, sul regolamento che, come noto, è immediatamente esecutivo in Italia senza necessità di recepimento, ed è norma che prevale sul diritto interno.

Con quel decreto, secondo Draghi “si ha la garanzia di ritrovarsi con persone non contagiose”. Purtroppo per lui, questa frase si è rivelata clamorosamente falsa – così come altre affermazioni eccessivamente assertive e quasi provocatorie – poiché a poche ore di distanza l’immunologo Anthony Fauci, consigliere medico capo del Presidente degli Stati Uniti, ha giustificato la raccomandazione di indossare le mascherine in ambienti chiusi, proprio con la constatazione che anche i vaccinati, seppure con incidenza più bassa, si possono contagiare ed infettare. Insomma la “garanzia” non esiste. Esiste solo una minore probabilità, la cui stima si colloca tuttora in un intervallo molto ampio, seppur nettamente favorevole ai vaccinati, rispetto ai non vaccinati. Ed allora non si capisce quanto possa essere giustificato e proporzionato il limite introdotto dal decreto 105.

Ma il vizio di questo decreto, che qui interessa maggiormente, è la palese contraddizione con quanto recita testualmente il regolamento Ue al considerando 36: “È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti Covid-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate.”

Premesso che ci sono voluti quasi venti giorni, affinché il 5 luglio approdasse in Gazzetta Ufficiale della Ue il decisivo inciso finale “o hanno scelto di non essere vaccinate” che inspiegabilmente (?) era saltato nella traduzione italiana, ma era presente sin dall’inizio in quella inglese, il secondo capoverso articola il divieto di discriminazione, specificando che “il possesso di un certificato di vaccinazione, o di un certificato di vaccinazione che attesti l’uso di uno specifico vaccino anti Covid-19, non dovrebbe costituire una condizione preliminare per l’esercizio del diritto di libera circolazione o per l’utilizzo di servizi di trasporto passeggeri transfrontalieri quali linee aeree, treni, pullman, traghetti o qualsiasi altro mezzo di trasporto. Inoltre, il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati.”

Ma Draghi è andato dritto come un treno e Mattarella ha firmato il decreto senza fare una piega.

Allora qui si apre una crepa che potrebbe diventare una voragine. O la Commissione, custode del diritto comunitario, rileva la violazione del regolamento da parte del decreto 105 e apre una procedura formale che può arrivare fino al deferimento alla Corte di Giustizia Ue ed al pagamento di sanzioni pecuniarie, o siamo di fronte al “tana libera tutti”.

Il governo ha applicato – come sostenuto da autorevoli giuristi – la teoria dei “controlimiti” senza nemmeno scomodare la Corte Costituzionale. Quest’ultima aveva statuito, pur senza dare mai concreta attuazione a tale posizione, che la supremazia del diritto Ue dovesse arrestarsi davanti ad un conflitto con i principi fondamentali della nostra Costituzione. Controlimiti perché si contrappongono ai limiti alla sovranità nazionale disposti dall’articolo 11 della Carta. Ora il governo si “arma” degli articoli 16 (limitazione alla libertà di circolazione per motivi di sanità) e 32 della Carta e procede spedito come un bulldozer.

Ma allora stupisce che, di fronte a temi che nemmeno costituiscono dei controlimiti così insuperabili e conflittuali rispetto al diritto Ue, il governo si faccia scudo della Costituzione e tiri dritto per la sua strada e di fronte a ben più evidenti violazioni dei controlimiti il nostro Paese, le nostre istituzioni siano state silenti e rinunciatarie in tutti questi anni.

Ci riferiamo alla perdita della sovranità monetaria ed alla conseguente compressione di occupazione e reddito all’insegna di politiche economiche deflazioniste che hanno tagliato la spesa pubblica e depresso i consumi interni. Ci riferiamo all’articolo 47 sulla tutela del risparmio, incurante del quale abbiamo consentito che il nostro sistema bancario venisse devastato dalle regole pro cicliche sull’unione bancaria, a cominciare dal famigerato bail-in.

Dal 23 luglio abbiamo finalmente scoperto che, quando c’è volontà politica, si può dire “no, grazie” a Bruxelles, anche senza la necessità di azionare i controlimiti, che sono l’estrema ratio della difesa del diritto interno. Poiché non esiste una gerarchia nei diritti fondamentali della Costituzione, ci aspettiamo che un comportamento coerente sia tenuto quando ci sarà da discutere della riattivazione del Patto di Stabilità e della sua riforma. Accetteremo ancora che regole assurde ci impediscano il rispetto dell’articolo 1 della Costituzione?

 

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