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Il governo Meloni ha un problema di coesione?

Pd

Che cosa mostrano le ultime mosse della maggioranza e del governo Meloni. La nota di Paola Sacchi

 

Vista soprattutto la situazione in cui versano le opposizioni, la ricerca di identità da parte del Pd, stretto a tenaglia tra Giuseppe Conte da un lato e Carlo Calenda con Matteo Renzi dall’altro, la previsione più fondata appare quella di Giorgia Meloni, nell’intervista di ieri a Luciano Fontana, direttore del Corriere della sera: “Il governo è destinato a durare”.

Ma nonostante questo, un problema di amalgama e di un’immagine di più netta visione unitaria da parte della maggioranza di centrodestra o più esattamente di destracentro si pone. Paragonare i distinguo quotidiani nel primo governo di Silvio Berlusconi nel 1994 – con decreti fatti e poi ritirati, sull’onda della pressione del pool di Mani pulite, con due poli al Nord con Umberto Bossi e uno al centro-sud con Gianfranco Fini – con i problemi di oggi sarebbe fuori luogo, i contesti storici sono completamente diversi. E, comunque, Berlusconi poi mise in campo una capacità federativa e di leadership nella coalizione tale che il suo secondo governo durò cinque anni, il più longevo finora in assoluto, il record prima del Cav lo aveva battuto Bettino Craxi nella Prima Repubblica dall’83 all”87.

Sono passati 28 anni dal 1994, il decreto rave non è il decreto Biondi, ma resta il fatto che fin dall’inizio nell’esecutivo Meloni c’è stato quasi un distinguo al giorno. Poi subito rettificato e smorzato. Ma un problema di immagine di coesione si pone.

Il punto politico è che vengono al pettine i nodi irrisolti della coalizione, si potrebbe dire coalizione un po’ a freddo, andati in scena durante la campagna elettorale, basata su un programma comune, corredato da programmi dei singoli partiti, ma condotta dai leader e dai partiti in modo fisicamente separato, mentre paradossalmente erano più gli elettori a essere uniti. La regola secondo cui chi avrebbe preso più voti sarebbe stato proposto come premier al Capo dello Stato oggettivamente impose la coalizione a freddo, riunitasi plasticamente solo alla fine in Piazza del Popolo a Roma.

Meloni con FdI ha nettamente vinto, ma non stravinto, non toccando il 30 per cento, la Lega e FI sono partner decisivi, senza i quali il governo non c’è più. Tanto più un governo guidato da un premier come Meloni che ha sempre fatto dell “anti-inciucio” la sua stella polare, a fronte degli alleati che hanno pagato in termini di consensi la loro partecipazione all’esecutivo di emergenza nazionale di Mario Draghi.

Il premier ha ragione in linea di principio quando dice che il governo ascolta le opposizioni quando si dicono costruttive, a cominciare dalla manovra. Ma questa maggioranza non ha o non dovrebbe avere problema di numeri. Ed è legittimo pure il desiderio di FdI di consolidarsi come forza egemone, magari acquisendo più un appeal di centro.

Ieri però è accaduto un uno-due che non è stato esattamente un ottimo viatico per il futuro. Calenda, leader del “terzo polo”, dopo essere stato ricevuto, su sua richiesta, a Palazzo Chigi, dove è stato a colloquio con Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e altri esponenti di primo piano, ha sferrato, forse come era prevedibile, un attacco dei suoi a Forza Italia, ha accusato i suoi esponenti come “sabotatori” della manovra. Lo stesso Calenda che in uno dei suoi molteplici tweet insultò persino gli elettori della Lega.

La politica certamente oltre che visione è pragmatismo. Ma tensioni, in cui un partner per forza di cose ha dovuto rimarcare ruolo e identità storica si sono create. Secca la replica dei capigruppo azzurri di Senato e Camera, Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo, che hanno assicurato l’impegno e la responsabilità di FI sulla manovra, con “pochi e qualificati emendamenti sulla decontribuzione per pensioni e giovani assunti”. Ma hanno anche replicato duramente al leader del “terzo polo” di ricordarsi che “lui è all’opposizione”. Messaggio il cui vero destinatario è evidentemente Meloni.

Ronzulli ha rimarcato “il centro siamo noi”.

L’incontro con Calenda è avvenuto nella stessa giornata in cui Meloni ha strigliato la maggioranza per far presto e in modo coordinato sulla manovra. Forse non è stata una concomitanza felicissima, pur con tutte le migliori intenzioni. Paragoni con il governo della cosiddetta Unione di prodiana memoria sono sicuramente fuori luogo, ma anche lì c’era un partito come i Ds maggioritario ma non troppo e un amalgama, come riconobbe Massimo D’Alema, mai trovato, neppure con la fusione a freddo poi nel Pd.

Il centrodestra o destracentro ha una situazione imparagonabile, con un’unità consolidata nei governi Berlusconi e sul territorio nei Comuni e alla guida della netta maggioranza delle Regioni. Ma la coalizione ha un premier, non un unico leader. È questo un po’ il paradosso e la scommessa non facile con cui oggettivamente si trova a cimentarsi Meloni, chiamata dai fatti alla prova della capacità di imprimere una maggiore coesione alla sua maggioranza. Opposizioni divise sono una garanzia di durata per tutti i governi, a meno che queste divisioni non provochino poi un effetto boomerang nella stessa maggioranza.

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