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I grilli di Conte e Travaglio contro Draghi

Costituzione

A che cosa mirano i travagli politici di Conte. I Graffi di Damato

 

Più che dei veti, come ha preferito chiamarla la Repubblica, è la battaglia dei voti quella scoppiata nel governo, nella maggioranza e fuori dall’uno e dall’altra: voti peraltro immaginari pensando al rinnovo delle Camere, ordinario o anticipato che possa rivelarsi. Ordinario, naturalmente, nelle speranze di Giuseppe Conte e di Matteo Salvini, che chiudono la legislatura praticamente insieme come l’avevano cominciata nel 2018, convinti che una campagna elettorale abbastanza lunga – quasi un anno – possa aiutarli a fermare il declino o, rispettivamente, a recuperare un po’ di quel che hanno perduto. Anticipato il più possibile – il rinnovo delle Camere – per chi come Giorgia Meloni è stata sempre all’opposizione ed è per questo cresciuta tanto da essersi classificata in testa con i suoi “fratelli d’Italia” nella graduatoria dei sondaggi. Ma anche per Enrico Letta, il segretario del Pd, che non a caso è diventato spesso l’interfaccia della Meloni, ed ha l’interesse sempre meno nascosto a farla finita il più presto con questa legislatura da vertigini.

Ciò che il segretario del Pd si è trattenuto dal dire per ragioni estreme di diplomazia lo ha fatto spiegare dal ministro della cultura Dario Franceschini, centrale in ogni maggioranza al Nazareno: una crisi porterebbe non solo ad elezioni anticipate ma anche alla fine del cosiddetto o presunto campo largo con le 5 Stelle. Che senza un’intesa elettorale col Pd per la distribuzione dei seggi nei collegi nominali uscirebbero dalle urne con prefissi telefonici: davvero polvere di stelle.

L’ansia da prestazione, diciamo così, alla vigilia dell’incontro fra Draghi e Conte rinviato da lunedì ad oggi a causa della tragedia della Marmolada, ma anche della missione del presidente del Consiglio in Turchia, si è avvertita sotto le cinque stelle a tal punto che il giornale di sostanziale riferimento com’è Il Fatto Quotidiano, nella parte abitualmente più disinibita della sua prima pagina che è quella della vignetta, ha rappresentato la voglia vicendevole del presidente del Consiglio e del predecessore di “togliersi dal cazzo” l’altro. Chi ci riuscirà? Il Riformista si è augurato Draghi titolando sul “mercoledì nero” di Conte. Si vedrà.

Certo è che sempre sotto le cinque stelle, e sempre sul giornale che ne riflette di più gli umori più profondi, il presidente del Consiglio in carica viene rappresentato come peggio non si potrebbe. La sua missione in Turchia, con mezzo governo al seguito, per una serie di accordi con Erdogan, il “dittatore” lamentato l’anno scorso dallo stesso Draghi con l’avvertenza realistica di una cooperazione obbligatoria, ha fatto scrivere a Marco Travaglio di “scena vomitevole”, di “mani insanguinate” strette con troppa disinvoltura e della “speranza che lor signori non oseranno mai più tenere lezioni su aggressori e aggrediti, liberaldemocrazie e dittature, invii di armi per difendere i valori occidentali, il diritto internazionale, autodeterminazione dei popoli e altri capolavori di ipocrisia”.

La lingua batte insomma dove il dente duole: la guerra in Ucraina e il tentativo della Nato e della Commissione Europea di non darla vinta all’aggressore Putin. E questo “solo” per favorire “i porci comodi degli Usa, che rifilano all’Europa le loro merci avariate, l’allontanano dai mercati russo e cinese, la dissanguano con una lunga guerra per procura e la riassorbono a sé in una Nato di nuovo americanocentrica”. Che è stata appena allargata, tra altri “vomiti” presumibili di Travaglio, alla Finlandia e Svezia uscite da un neutralismo che le esponeva alle tentazioni di un Putin ispirato da Pietro il Grande.

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