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Gli effetti del cambiamento climatico sulle migrazioni mondiali

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L’impatto dei cambiamenti climatici sulle migrazioni a livello mondiale. L’approfondimento di Giulia Russo Walti

La Commissione Europea, presieduta dalla neo-presidentessa Ursula von der Leyen, si è prefissata l’obiettivo di rendere l’Unione europea la prima economia mondiale a impatto climatico zero entro il 2050 attraverso l’‘European Green Deal’’, in linea con le direttive sul clima previste dal discusso Accordo di Parigi del 2015.

L’ambizioso progetto prevede di trasformare la società europea per renderla più equa e prospera, basata su un modello economico moderno ed efficiente nell’impiego delle risorse, dimostrandosi al contempo verde e competitivo.

La neutralità climatica prevede più precisamente la riduzione totale delle emissioni di biossido di carbonio e l’eliminazione dall’atmosfera di quello emesso, attraverso la decarbonizzazione del settore energetico, riducendo gradualmente le emissioni dei paesi membri: il 55 per cento entro il 2030 ed il 100 per cento entro il 2050.

La riconversione energetica dell’industria europea avverrà attraverso un fondo di 100 miliardi di euro, finanziato dalla Banca Europea per gli investimenti e da InvestEU, il nuovo programma comunitario per sostenere gli investimenti e la crescita.

Il 2019 marca perciò la svolta nella realizzazione specialmente per l’’azione intrapresa da parte dei leader internazionali nella lotta contro gli effetti del cambiamento climatico determinata dalle pressioni dalla comunità scientifica internazionale, come ad esempio i rapporti di valutazione diffusi dagli scienziati del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU, dai partenariati tra enti governativi e grandi multinazionali come  la Conferenza delle Parti (COP), l’organo decisionale della Convenzione Quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici, e parallelamente dalla società civile, come dimostrato attraverso il notevole seguito ottenuto da Greta Thunberg ed il suo movimento ‘’Fridays for Future’’.

Gli impatti del cambiamento climatico sono evidenti e concreti. La comunità scientifica internazionale concorda pressocché unanimemente sulla correlazione positiva tra i cambiamenti climatici causati dalle attività umane ed il conseguente aumento dei rischi ambientali. Meno concorde è l’opinione internazionale riguardo gli effetti diretti ed indiretti della degradazione climatica sulla mobilità delle persone.

Malgrado le previsioni della Banca mondiale, che stima entro l’anno 2030 i cambiamenti climatici spingeranno 100 milioni di persone in più a migrare, risulta infatti impossibile isolare le cause ambientali e climatiche da quelle umanitarie, politiche, sociali, economiche o conflittuali che provocano i crescenti flussi migratori frontalieri e transfrontalieri. Le statistiche dell’International Displacement Monitoring Center (IDMC), il Centro di monitoraggio degli spostamenti interni, dimostrano che quasi due terzi degli spostamenti interni nel 2018 sono stati provocati da disastri. Per disastri si intende catastrofi geofisiche, come terremoti ed eruzioni vulcaniche e disastri naturali, che comprendono inondazioni, temperature estreme, frane, incendi, siccità, cicloni, uragani ed infine i tifoni. Questi ultimi sono i fenomeni dei cambiamenti climatici legati all’attività umana. Nei 50 paesi analizzati, inoltre, nel 2018 il numero degli spostamenti legati ai disastri naturali (17,2 milioni di persone) supera il numero degli spostamenti legati ai conflitti, interstatali ed intra statali (10,8 milioni di persone).

Gli eventi naturali catastrofici o situazioni climatiche avverse influenzano l’insieme della popolazione mondiale. Ciononostante, i disastri ambientali aggravano le situazioni di vulnerabilità preesistenti, rendendo ancora più i esposti paesi più svantaggiati economicamente, le cui popolazioni sono affette dall’incapacità di adattarsi a condizioni mutevoli ed un limitato accesso a risorse naturali primarie.

Per questo motivo il Sud globale, come ad esempio le regioni del Sud Est Asiatico e dell’Africa occidentale, sono maggiormente affette dal fenomeno delle migrazioni ambientali. La siccità e il processo di desertificazione costringono intere popolazioni nel Bacino del Lago Ciad, Sud Sudan e Somalia a migrare per cercare mezzi di sussistenza altrove. Allo stesso modo, le crescenti tempeste tropicali ed inondazioni minacciano svariati paesi del Sud Est Asiatico, a partire dall’Indonesia, la cui capitale Jakarta sarà probabilmente trasferita a causa dell’inabissamento sotto al livello del mare.

I cosiddetti migranti ambientali sono riconosciuti dal 2011 dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ai quali viene attribuita la definizione di “persone o gruppi di persone che, principalmente a causa di cambiamenti improvvisi o graduali dell’ambiente che influiscono negativamente sulle loro condizioni di vita, sono costrette ad abbandonare le loro residenze abituali, o scelgono di farlo, sia temporaneamente che permanentemente, sia nel loro stesso paese che al di fuori di esso. La definizione non contribuisce però ad una demarcazione unanime di migrante ambientale ed al loro riconoscimento giuridico internazionale.

Il termine di ‘’rifugiati climatici’’ o ‘’ambientali’’ viene criticato in quanto la regolamentazione internazionale sullo statuto del rifugiato prevista dalla Convenzione di Ginevra del 1951, mira alla protezione dei rifugiati perseguitati per razza, religione, nazionalità o appartenenza ad un determinato gruppo sociale o politico. Tutt’ora in vigore, la Convenzione non garantisce quindi il diritto alla protezione internazionale per coloro che emigrano in un altro paese per la sola causa ambientale. La definizione rimane al centro di intensi dibattiti a causa della complessità della relazione tra cambiamenti climatici e fenomeni migratori. In primo luogo, secondo alcuni esperti, i migranti ambientali non possono essere considerati ‘’perseguitati’’ come lo sono i rifugiati politici che scappano dalle guerre e dalle dittature.

L’effetto non immediato dei cambiamenti climatici li rende difficili da identificare come cause dirette delle migrazioni. Per le migrazioni, essendo frutto di una scelta non necessariamente forzata, si parla di gestione della migrazione più che protezione dei rifugiati.  Altri studiosi ritengono invece che i migranti ambientali siano le vittime di speculazioni da parte dei grandi paesi industrializzati, essendo i paesi del G20 i responsabili dell’80% circa delle emissioni globali di gas serra. Questi ultimi sarebbero i responsabili dei cambiamenti climatici, a causa dei loro incessanti consumi ed investimenti.

Inoltre, il maggior numero di migrazioni legate ai cambiamenti climatici avviene all’interno dei confini nazionali, spesso dalle zone rurali a quelle urbane, motivo per il quale la responsabilità giuridica è dello Stato all’interno del quale avvengono i fenomeni migratori, senza la possibilità di accordare una protezione internazionale.

Risulta impossibile quindi che i migranti ambientali ottengano lo statuto di rifugiati in un futuro prossimo. L’apertura della Convenzione sui rifugiati del 1951 potrebbe indebolire lo status di rifugiato, e ciò sarebbe tragico, visto l’aumentare delle persecuzioni e dei conflitti in corso. La creazione di una nuova convenzione potrebbe essere un processo politico estremamente lungo e molti paesi sono reticenti, a causa del crescente numero di richiedenti asilo che dovrebbero ospitare.

La strategia dei leader europei, come dimostrato dall’European Green Deal, è quella di agire direttamente sull’origine del problema. Le discussioni sulla migrazione climatica non devono perdere di vista le misure preventive: l’obiettivo principale è di investire in soluzioni climatiche e ambientali per il nostro pianeta, in modo che in futuro le persone non debbano lasciare le loro case in modo forzato. La rivoluzione ecologica dell’Unione Europea idealmente compatibile con il progresso economico dovrà però essere rinegoziata.

I leader dell’UE, nella riunione del Consiglio Europeo, non sono riusciti a trovare l’unanimità sull’obiettivo di rendere ogni paese del blocco neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050, poiché la Polonia come altri Stati dell’Est si è rifiutata di firmare l’obiettivo. La Polonia, fortemente dipendente dalle fonti di energia provenienti dalle centrali di carbone, non intende sacrificare la propria sicurezza energetica.

I crescenti disastri ambientali, parallelamente alla prevista pressione migratoria alle frontiere dell’Unione Europea, dovranno far ricredere alcuni leader dell’Unione Europea rispetto alle priorità dell’agenda globale.

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