L’autunno politico si preannuncia sempre caldo, e non solo per la legge di bilancio chiamata al compito, improbo per tutti i governi, di tagliare le spese e insieme le imposte per stimolare la ripresa economica.
Molte promesse e tante buone intenzioni (indimenticabile il celebre “meno tasse per tutti” di berlusconiana memoria), ma poi all’atto pratico il deficit storico, gli investimenti indispensabili e il dovere anche costituzionale di rispettare i conti pubblici finiscono per vanificare le speranze del ceto medio. Quello che mantiene il valore del Paese, consentendogli di far parte del G7, cioè di sedere grande tra i grandi.
Perciò, il ritorno di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini dopo le vacanze e in piena era di dazi imposti da Donald Trump, della guerra scatenata da Vladimir Putin e dell’offensiva militare al di là del bene e del male promossa da Benjamin Netanyahu, era molto atteso. Non solo dai suoi, ai quali la presidente del Consiglio ha assicurato, parlando fra gli applausi di una platea cattolica che in buona parte in lei si riconosce, che continuerà a camminare a destra. Lotta all’immigrazione clandestina, tutela della famiglia, della natalità e della scuola paritaria, riforma presidenzialista e basta coi magistrati politicizzati sono stati, infatti, alcuni dei temi da lei riproposti. Con la novità di un piano-casa per le giovani coppie e una contestuale attenzione proprio a quel ceto medio da sempre bastonato, poi coccolato e infine dimenticato: sarà la volta buona per tagliare le tasse? Staremo a vedere i fatti e le aliquote.
Ma se sulle questioni rilanciate dalla presidente del Consiglio a nome della maggioranza di centrodestra siamo ai punti di vista -e quelli delle opposizioni di centrosinistra sono ovviamente molto diversi-, c’è invece una priorità strategica che lei ha sollevato e che rappresenta un condiviso interesse nazionale: l’“irrilevanza geopolitica” che rischia la nostra Europa, come Giorgia Meloni l’ha richiamata. Esattamente quello che ha spiegato Mario Draghi nel suo rapporto agli europei, esortandoli a svegliarsi in tempo per non subire il tempo degli Stati Uniti, Cina e Russia. Esattamente ciò che Romano Prodi, tuttora leader morale nel centrosinistra, ripete: l’Unione europea deve cancellare l’anacronistico diritto di veto (un solo Paese che col suo “no” immobilizza gli altri 26) per poter contare nel mondo che cambia.
La svolta europea ormai fatta propria dalla presidente del Consiglio è individuabile nella posizione italiana a fianco dell’Ucraina aggredita. Nell’altolà a Netanyahu (“a Gaza Israele è andata oltre”). Nei favorevoli riscontri internazionali -per esempio il differenziale ai minimi con Francia e Germania- frutto anche della stabilità di governo da quasi tre anni percepita all’estero.
Fra trite e ritrite polemiche casalinghe, l’obiettivo di fondo tracciato a Rimini è invece in continuità con Draghi. Che è e resta il principale “testimonial” di quanto sia opportuno coltivare un’Italia più europea e un’Europa più italiana in un mondo più europeo.
(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)
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