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Come e perché sta fallendo in Germania la politica di Merkel sull’immigrazione

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migranti

L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino sulle tensioni in Germania su immigrazione ed economia

La prevista nuova escalation nell’effetto domino sui migranti è attesa in giornata. Il messaggio che il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer invierà oggi da Vienna, nell’incontro con il cancelliere Sebastian Kurz, non è diretto all’Austria ma all’Italia. Lo ha anticipato il segretario generale della Csu Markus Blume nell’intervista pubblicata questa mattina dalla Süddeutsche Zeitung. “L’Italia deve sapere: se non vi sarà un accordo sulla ripresa dei richiedenti asilo per i quali l’Italia è responsabile, ci saranno respingimenti al confine tedesco-austriaco”, ha detto Blume. Meglio lavorare in maniera cooperativa che doversi confrontare, ha proseguito, “ma la Germania non può fare la parte dello stupido se gli altri rifiutano la cooperazione”. Insomma, Germany first, come era ormai evidente a tutti dopo che la cancelliera aveva adottato la linea Seehofer, difendendola strenuamente ancora ieri al Bundestag con toni a tratti imbarazzanti, se si considerano le sue posizioni precedenti.

EFFETTO DOMINO SUI MIGRANTI IN GERMANIA

L’effetto domino sui migranti sta dunque per avviarsi lungo la rotta centrale, quella che dalla Libia porta alla Germania attraverso il Mediterraneo, l’Italia, poi l’Austria e la Svizzera. È un effetto simile a quello innescato nel 2016 lungo la rotta balcanica, quando fu Kurz – allora ministro degli Esteri austriaco – a prendere l’iniziativa di fronte a una Merkel confusa e aperturista e a concordare con i paesi balcanici la chiusura delle frontiere. Anche allora si crearono dei tappi, in Macedonia, in Serbia e soprattutto in Grecia: difficile dimenticare lo scandalo del campo profughi di Idomeni.

L’IDEA DI MERKEL E SEEHOFER

Ora l’idea di Seehofer e Merkel (cui Kurz probabilmente non si opporrà) è quella di riscaricare il peso sull’Italia, volontariamente se Roma accetterà un accordo bilaterale con Berlino (come quello accettato da Tsipras, che in cambio si è preso la libertà di disattendere un paio di obblighi finanziari, come l’adeguamento dell’Iva più bassa in alcune isole dell’Egeo a quella nazionale), o forzatamente se un tale accordo continuerà a rifiutarlo.

IL FALLIMENTO EPOCALE DELLA POLITICA DI MERKEL

Una cosa è chiara: è innanzitutto il fallimento epocale, su tutta la linea, della politica migratoria di Angela Merkel, che tra il 2015-2016 ha giocato una personale partita di accoglimento, non rimarcando l’eccezionalità dell’apertura del settembre 2015 per allentare la pressione dei profughi su Budapest, e innescando di fatto per mesi il flusso attraverso i Balcani e il Mediterraneo non solo di profughi di guerra siriani, ma anche degli altri migranti che hanno visto di colpo aperte le porte del paese che ritenevano l’Eldorado: la ricca Germania.

MOSSE E CORREZIONI DELLA CANCELLIERA

Poi sempre Merkel ha esitato a lungo l’adozione di correzioni pur di non ammettere errori, mentre risultava sempre più evidente che sulla disperazione dei migranti si era consolidata una lucrosa mafia dei trafficanti. Poi sotto pressione interna ha costretto l’intera Ue a finanziare un accordo miliardario con Erdogan affinché trattenesse i migranti sul suo territorio, consegnandogli di fatto un’arma di pressione inusitata nei confronti dell’Europa. E alla fine, dopo aver destabilizzato mezzo continente e la stessa Germania contribuendo alla crescita dei partiti nazional-populisti (tutti gonfiatisi sulle “paure dell’immigrazione illegale”), ha spacciato per soluzione europea accordi bilaterali mezzi veri e mezzi falsi (i paesi di Visegrad hanno quasi tutti smentito) per poi accogliere in pieno il piano di Seehofer che solo qualche giorno prima aveva platealmente rifiutato.

I NODI DA SCIOGLIERE

Oggi i nodi di una politica sui migranti senza strategia e senza visione giunge al pettine, ma la presunzione della Germania è che a scioglierli siano gli altri. Il crinale nazionalistico sul quale sta scivolando tutta l’Europa non è frutto dello spirito dei tempi ma di tattiche politiche finalizzate al tornaconto personale: forse è proprio questa l’essenza del merkelismo, nonostante le modernizzazioni e i successi (innegabili) vantati in dodici anni di governo e in quasi venti anni di leadership sulla scena politica tedesca. Come la vicenda dei migranti ormai dimostra, il vero problema è che si sono persi vent’anni per costruire i nuovi equilibri europei del dopo guerra fredda attorno a una Germania consapevole del nuovo ruolo di pivot, e non è affatto scontato che la disgregazione che sta maturando sulla questione dei confini e di Schengen non si ribalti sulle impalcature del mercato e dell’economia comune. Prima dell’avvento dei populismi e del ritorno dei nazionalisti, il disegno europeo è stato infiacchito dall’ascesa di una generazione di leader pragmatisti e utilitaristici.

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