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Perché la Francia manganella i rave-party

Manica

Come reagisce il governo in Francia sui rave-party. L’articolo di Enrico Martial

In Francia, i rave party esistono da vent’anni, ma di recente l’azione di contrasto è diventata più netta, anche in ragione della pandemia, e non senza conseguenze. Ancora nel 2015, a un rave party nei pressi di Tolosa, si erano per lo più constatati i danni. Tra i seimila partecipanti c’erano stati tre morti: un diciottenne per arresto cardiaco, un 35enne senza fissa dimora e uno spagnolo sulla strada del ritorno a casa. I terreni occupati, a Talairan, vicino a Narbonne, 30 km dal mare e 15 dall’autostrada, erano di proprietà pubblica, ed erano già stati oggetto di raduni nei mesi precedenti.

Invece, allo scorso Capodanno, a Lieuron, piccolo comune delle Bretagna, si è andati allo scontro. Un rave è stato organizzato in tre grandi hangar abbandonati: il luogo doveva essere tenuto segreto fino all’ultimo e le vie di comunicazioni dovevano complicare i controlli.

Le forze dell’ordine, che sono state in ascolto delle chat e dei post, sono intervenute già durante l’installazione e l’avvio della megafesta. Tra lacrimogeni, lanci di pietre e bottiglie, una camionetta della gendarmeria è stata data alle fiamme, altre tre vetture danneggiate, e ci sono stati feriti leggeri tra le forze dell’ordine. È stato necessario un passo indietro, si è provveduto distribuire mascherine e gel e a impedire nuovi accessi aspettando al mattino, quando la musica si è interrotta alle 5. Le forze dell’ordine hanno ripreso il controllo dei luoghi alle 10 e hanno dato 1600 multe, in gran parte legate al Covid, ma anche a stupefacenti e agli scontri precedenti. Qualche giorno dopo, il 4 gennaio, è stato arrestato un 22enne che era stato al mixer e dal cui telefono erano partiti 1000 inviti al rave.

La situazione è stata analoga nelle settimane scorse. La polizia è intervenuta per fermare o contenere una
decina di rave-party si sono tenuti dal 31 luglio al 1° agosto 2021 per ricordare Steve Maia Caniço, un 24enne affogato nella Loira in cui era caduto, insieme ad altri, durante una carica della polizia in occasione di una festa della musica techno di Nantes a giugno 2020. Si è trattato di 750 persone a Laval, 500 a nord di Digione, 1500 nella Gironda, 200 in Bretagna, 1000 a Honfleur in Normandia, 3000 nell’area di Grenoble. A Redon, fermata del TGV Atlantique, non lontano da Rennes, il 19 giugno 2021, ci sono stati scontri a un rave sempre dedicato a Steve Maia Caniço, da 1500 persone. Un ragazzo ha perso una mano e di nuovo ci sono stati altri feriti leggeri. Al mattino la musica sembrava riprendere ma il materiale di sonorizzazione è poi stato in parte distrutto dai gendarmi.

L’impostazione muscolare delle forze dell’ordine è coerente con lo stile del ministro dell’interno Gérald Darmanin, che ha definito “delinquenti” i ragazzi che vanno ai rave party. I “teufeurs”, così chiamati con i neologismi che invertono le sillabe (festa=fête=teufe), non hanno però tutta l’opinione pubblica contraria. Così, oltre ai casi più eclatanti, le prefetture cercano piuttosto di minimizzare i danni, senza andare allo scontro. È pur vero che alcuni promotori sono identificati, come la “Sound Système PTP Family” e il “Sound Système Partoutatek Demembre Loup’Rdingue”, ma per lo più i rave hanno un’organizzazione informale, in cui ognuno contribuisce con la sua parte, amplificatori, servizi di ristorazione o altro, anche illecito.

Così, l’adozione da parte dei prefetti di divieti di trasporto di materiale sonoro o di gruppi elettrogeni in zone determinate e il divieto di installazione di materiale dà ormai capacità alle forze dell’ordine di produrre contravvenzioni (da 350 fino a 3750 euro, per esempio) e di sequestrare materiale, quando intercettato. Lo scopo è di aumentare costi e problemi ai proprietari dei materiali, anche una volta che i rave si sono conclusi. In maggiore difficoltà in Francia, le organizzazioni si mettono quindi alla ricerca di territori meno preparati e attrezzati nella gestione e nelle risposte, come in Italia o in altri Paesi dell’Unione.

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