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Ior e finanze vaticane, cosa significa l’assoluzione di Cipriani e Tulli?

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L’articolo di Andrea Gagliarducci

 

Paolo Cipriani e Massimo Tulli, ex direttore e vicedirettore generale dell’Istituto delle Opere di Religione, sono stati assolti dall’accusa di riciclaggio perché “il fatto non sussiste”. La sentenza di appello, che conferma quella in primo grado, è arrivata il 4 febbraio, ed è stata in generale ignorata dai media, anche da quelli che si occupano di informazione religiosa. Per Cipriani e Tulli, è la fine di una procedura che li aveva messi sul banco degli imputati con una opinione pubblica ostile. Per la Santa Sede, è la certificazione che il lavoro svolto in tema di antiriciclaggio era stato fatto in piena trasparenza. Non è una cosa di poco conto.

Il processo aveva preso il via con un sequestro preventivo, per un ammontare di 23 milioni di euro adottato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma nel 2010. Il sequestro era stato disposto perché lo IOR non avrebbe fornito le informazioni necessarie al Credito Artigiano (ora Credito Valtellinese) per attuare gli obblighi di “adeguata verifica rafforzata” (vale a dire l’identificazione del titolare e dell’origine dei fondi) previsti dalla normativa antiriciclaggio italiana, e applicati allo IOR, che in una comunicazione della Banca d’Italia alle banche italiane era qualificato come un ente situato in una giurisdizione non europea, che sempre la Banca d’Italia considerava a regime antiriciclaggio “non equivalente” a quello italiano.

Dopo l’adozione delle Legge n. CXXVII (la prima legge antiriciclaggio vaticana), nel mese di giugno 2011 la Procura adotta un decreto di revoca del sequestro preventivo, che secondo l’ordinamento penale italiano è adottato quando “risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità”. Un provvedimento singolare, che sottolineava come il dissequestro fosse motivato con l’adozione di una legge generale. Fatto, questo che non poteva essere sufficiente a colmare la presunta carenza di informazioni nel caso concreto. Si trattava forse di un messaggio per le Autorità Oltre Tevere?

Sta di fatto che la Santa Sede ha avviato una riforma del sistema antiriciclaggio, inclusa l’abrogazione e sostituzione della Legge n. CXXVII, anche sulla base delle perplessità manifestate dal Comitato Moneyval del Consiglio d’Europa, al quale la Santa Sede ha aderito nel 2011.

Un cambio di marcia, quest’ultimo, che sembra indicare il passaggio da una prima fase, segnata da soluzioni legislative forse condizionate dall’urgenza di risolvere problemi concreti a livello bilaterale, ad una seconda fase, orientata ad una politica più ampia e tesa allo stabilimento di un sistema stabile nel lungo periodo.

In questa seconda fase, è stata adottata la Legge n. XVIII del 2013 ed è stata rafforzata l’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) con un nuovo Statuto approvato da Papa Francesco lo stesso anno. Il messaggio sembra chiaro: la Santa Sede traspone norme sulla base di impegni assunti a livello internazionale e non sulla spinta di questioni bilaterali. Inoltre lo IOR è vigilato da Autorità interne della Santa Sede, in concreto l’AIF.

Nel 2013, l’Autorità di Informazione Finanziaria e l’Unità di Informazione Finanziaria italiana stipulano un protocollo di intesa, e nel 2014 i fondi sequestrati nel 2010 sono rimpatriati in Vaticano. Quando i fondi furono rimpatriati, lo IOR rilasciò un comunicato che sottolineava come “il rimpatrio dei fondi è stato ora reso esecutivo anche per effetto dell’introduzione da parte della Santa Sede, avvenuta nel 2013, di un solido sistema di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo e di vigilanza. Sistema riconosciuto dal Comitato Moneyval del Consiglio d’Europa nel dicembre 2013”.”.

Eppure, nonostante il rimpatrio dei fondi, continuava il processo a Cipriani e Tulli. C’erano altre operazioni (per un totale di 155) che erano state messe sotto la lente di ingrandimento dei magistrati italiani. Il tutto si era poi ridotto a sette capi di accusa.

Oltre ai famosi 23 milioni, i capi di accusa riguardavano i trasferimenti di 220 mila euro disposti da tale Giacomo Ottonello; 100 mila euro da tale Giuseppina Mantese; 120 mila euro dalle Piccole apostole della Carità; 66 mila 133 euro da Antonio D’Ortenzio; 70 mila euro da tale Lelio Scaletti (ex direttore generale dello IOR, recentemente scomparso); 100 mila euro da Lucia Fatello; 250 mila euro dalla rivista “La Civiltà Cattolica”.

Colpisce che, quando nel 2017 ci fu la notizia della assoluzione in primo grado, le agenzie di stampa avevano piuttosto dato risalto al fatto che per la prima volta in Italia dirigenti dell’Istituto delle Opere di Religione (lo “IOR” erroneamente detto “banca vaticana”) fossero stati condannati per una violazione delle norme antiriciclaggio. Ma questo è solo un lato della storia.

In realtà, Paolo Cipriani e Massimo Tulli, direttore generale e suo vice ai tempi dei fatti, erano stati riconosciuti colpevoli di solo 3 dei 9 capi di imputazione. E sono 3 capi di imputazione minori rispetto a quelli che costituivano l’impianto principale del processo e che avevano catturato l’attenzione dell’opinione pubblica.

Con questa sentenza di appello, non solo viene confermata la sentenza di assoluzione, ma si considerano anche prescritti gli altri capi di imputazione.

Tra l’altro, è da notare che buona parte dei trasferimenti in oggetto erano riconducibili ad una congregazione religiosa, ad una rivista di proprietà di una Congregazione religiosa (i Gesuiti) e ad un ex dirigente vaticano.

Mentre il processo andava avanti, Cipriani e Tulli si erano dimessi, e avevano dovuto affrontare un processo “kafkiano”, perché nel frattempo tutto era stato chiarito, mentre cominciava una nuova stagione in Vaticano caratterizzata dal coinvolgimento molto pubblicizzato, di consulenti esterni.

Allora ci si potrebbe chiedere se la questione del rimpatrio dei fondi poteva essere risolta prima e se la presa di posizione del Credito Artigiano (ora Credito Valtellinese) fosse obiettiva oppure condizionata dal contesto storico del 2009-2010. E soprattutto quali fossero gli elementi di sospetto, dal momento che, secondo quanto è stato riportato nei media, gli utenti dello Ior implicati sarebbero esclusivamente soggetti ecclesiastici, e non laici. Fatto singolare, se si pensa che si era nel periodo 2008-2010, e solo successivamente sarebbe stata proclamata la “tolleranza zero” verso i cosiddetti conti laici.

L’appello ha chiarito che non solo non c’era motivo per il sequestro, ma anche che il sistema vaticano funzionava già prima della legge antiriciclaggio, che tra l’altro la vecchia dirigenza Ior aveva contribuito a mettere su. Cosa, tra l’altro, che aveva certificato già il primo rapporto di Moneyval nel 2012, secondo il quale, tra l’altro, le procedure Ior sull’adeguata verifica della clientela (customer due diligence) andavano “in alcuni casi oltre i requisiti disposti” dalla prima legge antiriciclaggio vaticana” (cioè la Legge n. CXXVII,che anche per queste sue lacune fu riformata con il Decreto del 25 gennaio 2012).

Si chiarisce così finalmente una vicenda che oggi ha del surreale, ma che è indubbiamente complessa come all’epoca dei fatti erano complesse le relazioni finanziarie tra lOR e le banche italiane, che oggi confidano su canali stabili di collaborazione dell’Aif con la Uif e la stessa Banca d’Italia, a seguito del protocollo siglato nel 2016.

Tema, quest’ultimo, che potrebbe aprire un’altra lunga parentesi. Perché nella crisi istituzionale che si è creata con la perquisizione disposta dal Promotore di Giustizia vaticano in Segreteria di Stato e Autorità di Informazione Finanziaria, si era anche in qualche modo messa a rischio la credibilità internazionale della Santa Sede, che aveva invece maturato buoni rapporti istituzionali con l’Italia. E ci è voluto un inusuale protocollo di intesa tra Autorità di Informazione Finanziaria e Tribunale vaticano per continuare a garantire, perlomeno, che la Santa Sede rimanesse agganciata in un sistema internazionale.

 

Articolo pubblicato su acistampa.com

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