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Che cosa significa il fallimento di Casellati per il Quirinale

E’ davvero strano che la presidente del Senato, Casellati, si sia prestata a questa prova di forza, o sfida, anche a costo di indebolire la sua posizione istituzionale. Il corsivo di Francesco Damato

 

Cercata o subita che sia stata per il malumore crescente nella coalizione di centrodestra, di cui è formalmente il capo dopo il sorpasso elettorale eseguito nel 2018 su Forza Italia, la prova di forza gestita da Matteo Salvini nella quinta votazione per la successione a Sergio Mattarella si è risolta in un clamoroso infortunio.

La candidatura della pur presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, seconda carica dello Stato, in procinto di sostituire temporaneamente il presidente della Repubblica se non dovesse essere eletto il successore entro il 3 febbraio, è stata bocciata con 382 voti, contro i 505 necessari e i circa 430 a disposizione del centrodestra sulla carta.

Che le cose stessero mettendosi male per lei la presidente del Senato non è riuscita a nasconderlo chattando col telefonino mentre procedeva lo scrutinio e il presidente della Camera Roberto Fico le passava le schede da consegnare ai parlamentari e funzionari di Montecitorio addetti alle operazioni di conteggio.

Si sono subito levate dall’interno della stessa coalizione dichiarazioni di certificazione della “fine” del centrodestra, come ha detto l’ex forzista Osvaldo Napoli.

La Casellati -ma questo lo sapevano Salvini e tutti gli altri leader e leaderini del centrodestra- non ha potuto contare neppure sull’aiuto sotterraneo di qualche dissidente del centrosinistra e dintorni perché in 406 da quella parte hanno obbedito all’ordine di astenersi. Cioè di non ritirare la scheda, come del resto avevano fatto anche i “grandi elettori” dello stesso centrodestra nella precedente votazione, ieri: quella dell’esplosione della candidatura di Mattarella, votato da 166 fra deputati, senatori e delegati regionali. Che nella quinta votazione, e prima di questo venerdì 28 gennaio, sono scesi a 46 proprio per il disarmo imposto nel campo del centrosinistra con la procedura dell’astensione.

E’ curioso, quanto meno, che la presidente del Senato si sia prestata a questa prova di forza, o sfida, come preferite, anche a costo di indebolire inevitabilmente la sua posizione istituzionale, per quanto anche la legislatura sia ormai agli sgoccioli.

Al massimo le rimane poco più di un anno, che il governo di Mario Draghi -o di chiunque altro dovesse sostituirlo a Palazzo Chigi se egli fosse eletto al Quirinale- dovrà affrontare con tutte le difficoltà di una lunghissima campagna elettorale.

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