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Elezioni in Germania, ecco cosa pensano Spd, Cdu e Verdi su clima, lavoro, fisco e non solo

Baerbock

Ecco le posizioni dei tre candidati alle elezioni in Germania: Armin Laschet per la Cdu-Csu, Olaf Scholz per l’Spd e Annalena Baerbock per i Verdi. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti

Il voto di domenica è per la Germania uno snodo importante. Si disegna il dopo-Merkel, con l’addio della cancelliera che ha governato per 16 anni la prima potenza economica dell’Europa. In campagna elettorale si è usato – talvolta abusato – il termine “scelta di campo” per enfatizzare la scelta degli elettori. Ma il confronto fra i candidati ha tradito questa aspettativa. Le grandi vicende che accadevano nel mondo (Afghanistan, Asia-Pacifico, Nato) non hanno trovato spazio nel dibattito elettorale, con l’unica eccezione dell’ultimo confronto televisivo fra i leader di tutti i partiti, e lo stesso tema dell’Europa e del peso che la Germania intende avere nei prossimi anni è stato trattato con l’occhio rivolto solo agli umori interni.

Anche lo sguardo sul futuro del paese è stato lanciato con la vista corta dell’appuntamento alle urne. Certo, il cambiamento climatico ha fatto da sfondo alla competizione, ma la discussione si è consumata su misure di breve respiro, mentre le grandi riforme sono rimaste nel limbo delle enunciazioni generiche.

Un po’ poco per dare corpo agli scenari del dopo-Merkel. Per la prima volta si sono scontrati tre candidati, espressione dei partiti che domenica sera dovrebbero contare i voti maggiori: Armin Laschet per la Cdu-Csu (Unione), Olaf Scholz per l’Spd e Annalena Baerbock per i Verdi. La “fabbrica dei sondaggi”, mai così attiva come quest’anno, indica i socialdemocratici in vantaggio, l’Unione in recupero e i Verdi ormai condannati al terzo posto. La vera partita si aprirà una volta conosciuti i risultati. Sarà probabilmente necessaria un’alleanza a tre per costruire il prossimo governo e non è affatto detto che chi uscirà al primo posto nelle urne sarà poi cancelliere.

Gli osservatori concordano: la partita delle trattative sarà lunga e complessa, le coalizioni possibili saranno più d’una. Dal giorno dopo si apre dunque un’altra competizione e i programmi dei partiti potrebbero fare la differenza. Clima, casa, fisco e imprese, lavoro sono stati gli argomenti più dibattuti e saranno quelli su cui si costruirà la prossima maggioranza. Vediamo analogie e differenze espresse dai tre candidati alla successione di Angela Merkel sui temi che più hanno riscaldato la campagna elettorale.

CLIMA

Terreno di battaglia dei Grünen, è stato per lungo tempo il tema più caldo della campagna elettorale. Almeno fino a quando non sono emersi nel dibattito anche i costi della transizione ecologica e i sacrifici che alcuni aspetti ad essa collegati (come la mobilità nei trasporti) comportano per ampie fasce della popolazione. Specie quella più anziana, maggioranza alle urne.

Resta però tema centrale, anche per la risonanza che ottiene sui media. Le differenze fra i tre candidati in corsa sono grandi e riguardano soprattutto la road map. Sull’obiettivo finale, nessuno ha dubbi: il raggiungimento della neutralità climatica.

Le discordanze partono subito dalla data: 2045 per Unione e Spd (che di recente hanno varato insieme un conseguenze pacchetto di misure), 2040 per i Verdi. I socialdemocratici concedono che entro il 2040 l’energia dovrà essere interamente prodotta da rinnovabili.

Una radicale trasformazione dell’economia e della società in funzione della neutralità climatica: nel programma dei Verdi la tutela del clima attraversa orizzontalmente tutti i capitoli. E occupa l’intero ventaglio delle proposte del “Sofortprogramm”, il programma per i primi 100 giorni. Misure immediate per riportare la Germania sulla linea degli 1,5 gradi previsti dagli accordi di Parigi: riduzione del 70% delle emissioni di Co2 entro il 2030, anno in cui si anticiperebbe l’addio al carbone, tutte le nuove leggi passerebbero al vaglio di un tetto al Co2, ancoraggio costituzionale per gli obiettivi di Parigi e per l’uscita definitiva dal nucleare, rielaborazione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, aumento del prezzo nazionale della Co2 a 60 euro a partire dal 2023. Fondo di compensazione per i cittadini gravati dai maggiori costi a spese della riduzione dei contributi (EEG Umlage) dati agli operatori di sistemi di energia rinnovabile che immettono elettricità nella rete di approvvigionamento pubblica.

“I divieti non producono innovazione” è stato il leit-motiv di Armin Laschet in campagna elettorale. Per raggiungere la nautralità climatica l’Unione punta più sugli investimenti dell’industria in tecnologie innovative. Il raggiungimento degli accordi di Parigi avverrà solo con il contributo delle imprese cui vanno garantite agevolazioni fiscali per investimenti in tecnologie per l’efficienza e per la tutela del clima: la neutralità climatica deve diventare un fattore della maggiore competitività dell’industria tedesca, un po’ quello che era la qualità dei prodotti nel secolo scorso.

Olaf Scholz ha puntato sulla sostenibilità sociale del costo della transizione ecologica. Anche per l’Spd (come per i Verdi) una riduzione degli “EEG Umlage” dovrebbe ridurre i costi per l’energia, mentre il prezzo maggiorato della Co2 per il riscaldamento deve essere a carico dei proprietari di case. Sostegno all’energia solare per ogni edificio pubblico, scuole, municipi, ma anche supermercati, tutti attrezzati di tetti a pannello solare. Le tecnologie all’idrogeno occupano uno spazio importante nel programma Spd.

ABITAZIONE

Le politiche abitative sono diventate uno dei temi più sentiti dagli elettori. L’enorme aumento degli affitti nelle grandi città, le strategie dei grandi consorzi immobiliari, gli interessi dei piccoli proprietari spinti a investire sulla casa dai tassi bancari negativi, le mire della criminalità organizzata attirata dai buchi legislativi sul riciclaggio di denaro. Basti pensare che a Berlino, assieme alle schede per il rinnovo del parlamento e dell’assemblea cittadina, gli elettori si ritroveranno quella di un referendum che propone l’esproprio dei grandi gruppi immobiliari presenti in città: e la vittoria del sì appare quasi scontata.

Come rispondere alla fame di abitazioni, specie quelle a prezzo contenuto che il mercato non trova più conveniente costruire?

Nessuno dei tre grandi partiti propende in principio per politiche di esproprio dei grandi gruppi, ma i Verdi non lo escludono del tutto: in casi particolarmente gravi potrebbe essere un’estrema opzione. Porte chiuse invece da parte di Cdu-Csu (Unione) e Spd, che puntano tutto su incentivi alle imprese costruttrici per piani di espansione. I numeri: Cdu-Csu promette 1,5 milioni di case entro il 2025, Spd 100.000 appartamenti sociali (cioè a prezzi calmierati) all’anno, più incentivi ai cittadini per l’acquisto di case in aree dismesse. L’Unione difende le case unifamiliari, che i Verdi vorrebbero vietare o limitare in quanto “divoratrici” di terreni e risorse naturali. L’Spd prevede che i comuni possano tornare in possesso di abitazioni acquistandole dai grandi gruppi per poter incidere sul mercato generale dei prezzi.

Sì di socialdemocratici e Verdi al tetto degli affitti (per l’Spd collegato al tasso di inflazione), no di Cdu-Csu. Per i Verdi, comunque, prioritarie le politiche di tutela del clima anche nel settore abitativo, con massicci investimenti per il risanamento ecologico degli immobili (risparmio energetico). Operazione costosa, per la quale è previsto un fondo di indennizzo.

FISCO E IMPRESE

L’industria tedesca è in difesa (l’esempio più plateale è quella dell’auto), il mondo cambia e velocemente. Come mantenere i primati economici di fronte alla concorrenza (americana e asiatica)? Investimenti pubblici o abbattimento del debito e ritorno allo “Schwarze Null”, il bilancio senza nuovi debiti? E sul fronte fiscale, come ripagare gli alleggerimenti fiscali che tutti promettono per i redditi medio-bassi?

L’Spd è uscita dalla fumosità delle proposte indicando un obiettivo chiaro (e per alcuni doloroso): un aumento delle aliquote per i redditi più alti. Tre per cento in più per chi guadagna più di 250.000 euro l’anno (500.000 euro per le dichiarazioni dei coniugi). Via alle agevolazione per i coniugi (Ehegattensplitting), introduzione di un’imposta patrimoniale dell’uno per cento e di una tassazione minima dei grandi patrimoni aziendali e delle fondazioni familiari che detengono ricchezza. Per i socialdemocratici lo Schwarze Null non deve essere una regola delle politiche pubbliche: sì al tetto sull’indebitamento ma flessibile, all’interno del quale trovare spazi di manovra per crediti da destinare a investimenti pubblici.

Nel tentativo di recuperare voti, Armin Laschet si è invece richiamato allo Schwarze Null di schäubeliana memoria, il feticcio dell’ala conservatrice del partito. Dopo la sbornia di debiti per affrontare la crisi pandemica si torna al virtuosismo di bilancio, zero nuovi debiti e tetto all’indebitamento. Dovranno essere trovati altrove i soldi per finanziare l’alleggerimento fiscale promesso per redditi medio-bassi e per imprese, anche attraverso una stabilizzazione delle imposte sui salari.

Ma il cavallo di battaglia dei cristiano-democratici è la sburocratizzazione, l’allentamento dei “lacci e lacciuoli” burocratici che rallentano la vitalità dell’industria tedesca

LAVORO

Sui temi del lavoro sono stati i socialdemocratici a presentare con maggiore efficacia le proprie proposte. Tutti gli altri candidati hanno dovuto inseguire Olaf Scholz e la sua promessa di innalzare il salario minimo dai 9,60 euro attuali a 12, proposta corredata da dotte stime di economisti che ne hanno certificato la ricaduta positiva sui consumi interni. Laschet ha controbattuto con l’innalzamento della soglia per i minijob da 450 a 550 euro mensili, più una strizzata d’occhio alle imprese che ai lavoratori. L’Spd ha invece promesso misure per incentivare il passaggio dai contratti di minijob a contratti tradizionali (più stabili e con contributi sociali).

Sul nuovo fronte dello smart working, dopo il boom nei mesi del lockdown, solo l’Spd ne ha parlato esplicitamente: diritto all’home office per almeno 24 giorni all’anno. Non un granché, ma almeno qualcosa rispetto al silenzio della Cdu (più vicina agli industriali, che non lo vedono di buon occhio). Il diritto allo smart working è in realtà anche citato dai Grünen, ma in maniera di principio, senza ulteriori dettagli.

La rivoluzione ecologica porterà molti nuovi posti di lavoro è naturalmente il credo dei Verdi, che hanno dato spazio anche a uno dei problemi che rischia di frenare l’economia tedesca nei prossimi anni: la mancanza di manodopera. Se fino a qualche anno fa i lamenti riguardavano solo quella qualificata, oggi il discorso appare più generale, come dimostra l’impasse in alcune branche dei servizi (gastronomia su tutte) o per gli autotrasportatori. Per i Verdi una soluzione può arrivare dall’estero, grazie all’immigrazione: una sorta di carta verde per gli immigrati (Talentkarten) e accelerazione del riconoscimento dei titoli di studio maturati all’estero (una vera piaga del sistema tedesco). In più: leggi per l’assorbimento del cosiddetto precariato e, ovviamente, attenzione ai lavoratori penalizzati dalla transizione ecologica, con fondi di trasformazione a livello regionale che comprendono sussidi, spese per la riqualificazione e l’inserimento in nuovi ambienti di lavoro. Più facile a dirsi che a farsi, come dimostra la recente crisi dell’area mineraria del Lausitz, in Germania dell’Est.

L’ULTIMO SONDAGGIO

In una campagna elettorale dominata dalle agenzie pubblicitarie e di PR cui i partiti hanno demandato la propaganda e dai sondaggi, ecco l’ultimo a poche ore dal voto. Ha il marchio autorevole della Zdf, il secondo canale televisivo pubblico che con il suo Politbarometer “ausculta” il polso politico della nazione tutto l’anno. L’Spd mantiene su  Cdu/Csu un vantaggio che sul filo di lana si va assottigliando: 25% contro 23. Due punti di distacco che ormai rientrano nella forbice dell’incertezza statistica. Seguono i Verdi al 16,5%, i liberali Fdp all’11, Afd al 10 e la Linke al 6. Un terzo degli interpellati Ora la parola, quella vera, spetta agli elettori. Un numero molto più alto del solito, complice la situazione della pandemia, ha già votato per posta.

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