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Elezioni, che cosa manca alla classe politica

Classe Politica

La classe politica italiana è priva di senso della realtà? L’intervento di Raffaele Lauro, segretario generale di Unimpresa

Si è conclusa alla disperata e “in articulo mortis”, sui tempi, la roulette russa delle candidature e la battaglia all’ultimo sangue per i collegi cosiddetti “sicuri”, che hanno suscitato indignazione e provocato nausea anche a stomaci di ferro, abituati a digerire le porcherie dei bassifondi della politica, nonché accresciuto il discredito della classe politica.

Non tanto per la legittima aspirazione di quei pochi che vorranno contribuire, in ossequio al mandato che riceveranno nelle urne, all’attività parlamentare della nuova legislatura per spirito repubblicano, forti di solide esperienze, maturate nel corpo sociale, e di idonee competenze. Quanto per la sconfortante conferma che, nella maggior parte dei casi, si sia trattato di aspirazioni soddisfatte, solo perché collegate a operazioni di acquisizione o di conservazione del potere, fine a se stesso, a titolo personale o, peggio, a sostegno di cricche, familistiche e nepotistiche, di consorterie organizzate di correnti e sottocorrenti partitiche, di cordate paraistituzionali, di gruppi economico-editoriali, di lobby affaristiche o di clan annidati nel mondo della comunicazione, senza poter escludere collegamenti opachi con le propaggini finanziarie dei colletti bianchi della criminalità organizzata e delle mafie, nazionali ed estere, tuttora inquinanti i nostri territori.

Tralasciando, ma solo per carità di patria, i “collezionisti di legislature”: cinque, otto, dieci non bastano? Si rimane, da oggi, in attesa, da parte delle forze politiche e delle cosiddette coalizioni elettorali, di quel ravvedimento operoso, più volte auspicato da Unimpresa, al fine di confrontarsi su programmi chiari, concreti, credibili e fattibili, a partire da alcune premesse ineludibili. La posizione in politica estera del nostro paese, le alleanze internazionali, i rapporti con l’Unione Europea e le scelte nette sulla guerra russo-ucraina. La lotta intransigente alla criminalità organizzata, finora ignorata e sottaciuta, senza tentennamenti e senza sottovalutazioni.

Un progetto, un sogno, un’idea di futuro dell’Italia, ancorato alle aspettative delle nuove generazioni e al suo ruolo nella comunità internazionale, per i prossimi decenni, al di là dei pur gravi e drammatici problemi contingenti da affrontare e risolvere dall’autunno prossimo. Un disegno ideale e valoriale da perseguire, che restituisca la speranza, la fiducia e la voglia di lavorare per la comunità nazionale e per la solidarietà, sconfiggendo lo scetticismo, l’egoismo, il negazionismo e l’opportunismo dilaganti, che alimentano la cesura tra cittadini e istituzioni, la non partecipazione, il disinteresse per la vita comunitaria, la violenza familiare e sociale, l’indotto criminale e, nelle competizioni elettorali, l’astensionismo. Un disegno che restituisca dignità alla politica e forza alla democrazia in pericolo.

L’ESORDIO DI UNA CAMPAGNA ELETTORALE, SENZA ALCUN SENSO DELLA REALTÀ

Gli auspici di un ravvedimento operoso rischiano, purtroppo, di trasformarsi in un’amara, cocente e sconcertante disillusione, per le famiglie e per le imprese, se i partiti e le coalizioni, candidate al governo del paese, cioè alla gestione più complessa, difficile e drammatica della nostra storia repubblicana, dovessero continuare, fino al voto del 25 settembre, a dimostrare, come hanno fatto in questo esordio di campagna elettorale, una mancanza assoluta di senso della realtà. La condizione di un mondo a sé stante, autoreferenziale, autocratico, autolegittimante, chiuso nella bolla delle proprie camarille di potere, ad esclusiva difesa dei propri privilegi, totalmente separato dalla quotidianità dai problemi e dai drammi della sopravvivenza materiale della gente comune. Indice non di guida, bensì di disfacimento del sistema.

Una politica, infatti, che prescinda dalla realtà e dalle sue disarticolanti, ataviche e irrisolte problematiche di struttura, rappresenta la negazione di se stessa, il ripudio della sua ragion d’essere. La politica, in tal modo, rischia di tradursi, come avvenuto da circa un trentennio, in un esercizio alternante e abusivo, tra fazioni contrapposte di destra, di centro e di sinistra, di un potere fine a se stesso, e, dal canto suo, la classe politica che la rappresenta, in un regime oligarchico, trainato da personalismi e da pseudo leadership, mitizzate dalla propaganda e dalla gestione privatistica dei media tradizionali e del web. Incombe, come una dannosa eredità del recente passato, il bilancio di tre decenni di promesse elettorali negate, di rivoluzioni liberali mancate e di riforme strutturali, anche costituzionali, sempre abortite. Un cumulo di macerie che ha trovato il suo esito tellurico finale nella campagna elettorale del 2018, demagogica e populista, in una legislatura inconcludente e in governi pasticciati, sorretti da maggioranze contraddittorie e spurie, a dispetto degli impegni assunti davanti al corpo elettorale. Un autentico tradimento del mandato e della rappresentanza popolare!

Si riteneva, tuttavia, che il disastro della XVIII Legislatura potesse aiutare l’establishment partitico nazionale ad aprire gli occhi e ad acquisire la cosciente cognizione della realtà, divenuta ancora più estrema oggi, rispetto al 2018, a causa delle nuove emergenze intervenute: dalla pandemia ancora in atto alla crisi economico-finanziaria, con un debito pubblico che rischia di andare fuori controllo, fino all’abbandono del Sud al suo destino di sottosviluppo; dalla crisi energetica agli aumenti speculativi dei prezzi delle materie prime, dal carovita all’inflazione galoppante, ormai al 10%, non tralasciando la rottura degli equilibri geopolitici mondiali e le infide, e finora sottostimate, interferenze straniere, ormai palesi, sulle elezioni politiche e sulla vita democratica. Appare evidente, e insieme allarmante, che la lezione dei fatti, constatabili a occhio nudo, non sia bastata.

UN FUTURO POLITICO PIENO DI INCOGNITE

Al contrario! Al posto di un confronto, anche duro sui problemi da risolvere, sono stati riesumati ideologismi, sepolti sotto le ceneri della Storia! A uno scontro, anche ruvido, tra leadership, motivato sulle idee e sui programmi, si è scelto di avventurarsi sul terreno insidioso e ripugnante della mostrificazione e della delegittimazione, persino morale, dell’avversario politico, ignorando una lezione elementare dell’esperienza umana: chi delegittima gratuitamente l’avversario, trasformandolo in un nemico da abbattere o in un essere diabolico, paventato come minaccia pericolosa per la comunità, alla fine delegittima se stesso, oltre a infangare il proprio paese agli occhi del mondo. E, infine, invece di fornire risposte puntuali sulla sorte delle riforme strutturali, rimaste nel guado, avviate e non concluse (giustizia, fisco, concorrenza, semplificazione, ecc.), nonché sulla destinazione delle risorse europee e sulle garanzie di attuazione del Pnrr, sono state lanciate proposte-spot di spesa e fiscali, sballate, irrealizzabili, letteralmente sconsiderate, frodi elettoralistiche, inganni ai cittadini in buona fede, totalmente incompatibili con gli equilibri del bilancio e con il peso insostenibile del debito pubblico.

Da queste prime, anche se brevi, considerazioni appare evidente come la nostra – anzi la loro! – attuale classe politica, nel suo insieme, manchi del minimo senso della realtà e, a sfregio di quanti, nonostante tutto, operano, nell’economia e nella società, alacremente per costruire un paese migliore, credibile e sicuro, navighi senza una rotta chiara e determinata, da rappresentare al corpo elettorale, in un mare sempre più in tempesta. La fine delle ideologie ottocentesche non può e non deve significare, comunque, per una democrazia parlamentare in agonia, che necessita di essere riformata, dover rinunziare, per sempre, al di là della sconfortante contingenza del presente, a nuove frontiere e a una nuova classe dirigente, capace di proporle e in grado di realizzarle. Anche se solo ipotizzare, per la prossima legislatura, una “riforma organica” della Costituzione del 1948, tradirebbe il rivendicato senso della realtà!

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