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Elezioni Canada, ecco un bilancio del governo Trudeau

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Trudeau

L’approfondimento di Gian Marco Litrico sulle elezioni federali in Canada che si terranno il 21 ottobre

Se queste elezioni fossero decise solo dall’andamento dell’economia, la strada per Trudeau sarebbe spianata, perché quella canadese è l’economia che è andata meglio nel G7. Trudeau se ne prende i meriti: “coi Conservatori il PIL cresceva dell’1% mentre con noi è cresciuto del 2-3 %. Abbiamo creato quasi 800 mila posti di lavoro negli ultimi 3 anni e abbiamo il più basso tasso di disoccupazione della storia canadese”.

Un impulso al PIL che è venuto in parte dal raddoppio degli investimenti in infrastrutture, e in parte dal Canada Child Benefit, un sistema di robusti assegni famigliari che hanno portato fuori dalla povertà 900 mila canadesi e almeno 300 mila bambini.

Per i Conservatori, la crescita economica sarebbe invece soprattutto un’illusione ottica: con un’inflazione al 2,4% e il debito per famiglia tra i più alti al mondo, l’economia cresce perché cresce la popolazione, in parte attraverso l’immigrazione.

Per provare la loro tesi, i Tories fanno il confronto con l’America di Trump, dove la popolazione è cresciuta dello 0,7%, il PIL del 3% e l’inflazione è al 2%. Anche i sondaggisti giocano la loro personalissima partita: per Mike Colledge, di Ipsos Canada, “l’economia va meglio oggi di 4 anni fa, ma non abbastanza per fronteggiare le sfide future. La realtà è che il benessere recente è stato fondato su una House of (credit) Cards ed è solo questione di tempo prima che l’edificio crolli”.

L’ambiente, il principale banco di prova per l’idealismo pragmatico del primo ministro, resta al centro di questa campagna elettorale, come lo era nel 2015, quando il principale consigliere di Trudeau, l’architetto della piattaforma dei Liberali, era Gerald Butts, ex-presidente del WWF canadese.

Con la firma degli obiettivi di Parigi sulle emissioni, Trudeau ha riportato il Canada nella coalizione globale contro il cambiamento climatico e, in vista delle elezioni, ha rilanciato la sua scommessa, promettendo l’azzeramento delle emissioni in un futuro sufficientemente lontano come il 2050.

Per centrare questo risultato, ha introdotto un meccanismo di “carbon pricing”, una sorta di cartellino del prezzo per ogni emissione, pagato dalle imprese e dai cittadini: un tot. sui carburanti, un tot. sull’energia elettrica, maggiore se derivante dal carbone, pari a zero se di origine idrica. I proventi, da 10 dollari per tonnellata di CO2 dal 2018 a 50 dollari nel 2022, sono in parte reinvestiti nella green economy e in parte rimborsati ai cittadini. Per i Liberali, l’alternativa più economica a una regolazione inflessibile accompagnata da sussidi a pioggia.

Nello stesso tempo, però, Trudeau è andato agli Stati Generali dell’industria dell’“Oil and Gas”, in un Paese che è al terzo posto mondiale per riserve petrolifere, e ha sostenuto che “nessun paese del Pianeta lascerebbe nel sottosuolo 173 miliardi di barili di petrolio”. Esattamente dove Greta Thunber chiede di lasciarli. Detto, fatto: per superare l’opposizione delle comunità locali, soprattutto indigene, e di fronte alla minaccia della società appaltatrice di ritirarsi dal progetto, Trudeau ha nazionalizzato il potenziamento della Trans Mountain Pipeline, dal Nord dell’Alberta alle coste della British Columbia attraverso le Montagne Rocciose. Il tutto al non modico prezzo di 4,5 miliardi di dollari. Una scelta che difficilmente gli basterà ad assicurarsi il favore dell’Alberta, il Texas canadese, tradizionale roccaforte dei Conservatori con un’economia basata sul petrolio. Ma che forse potrebbe alienargli il voto della British Columbia, messa di fronte alla prospettiva di avere 400 petroliere all’anno davanti alle sue coste rispetto alle 60 attuali.

Per Trudeau, l’alternativa all’oleodotto – treni o autotreni – sarebbe ecologicamente più pericolosa, mentre gli introiti del petrolio servono a preparare il futuro dell’economia canadese, libera dai combustibili fossili. È il punto centrale della proposta politica dei Liberali: la crescita economica e la tutela dell’ambiente vanno di pari passo e, anzi, non possono fare a meno l’una dell’altra.

Per i detrattori, quello di Trudeau è stato invece il percorso a ritroso da campione dell’ambientalismo a piazzista dell’industria petrolifera, anche perché il “no pasaran” contro gli inquinatori, secondo due organizzazioni come Environmental Defense e Stand Earth, è diventato un garbato minuetto, visto che “l’80% delle emissioni dell’industria petrolifera sono esentate dalla carbon tax”.

Trudeau, peraltro, ha anche delle ragioni oggettive: l’energia è la principale voce delle esportazioni canadesi, ma il suo potenziale è sfruttato solo parzialmente. Le infrastrutture per raffinare e portare il petrolio a quello che è, di fatto, l’unico cliente, cioè gli Stati Uniti, sono sottodimensionate. Il prezzo che i Canadesi spuntano al barile, 15 dollari, è pari a un terzo di quello del petrolio texano. E gli Stati Uniti si avviano a diventare Paese esportatore di petrolio, grazie al fracking e a nuovi giacimenti.

Per questo il Canada ha bisogno di accedere a nuovi mercati, come Cina e Giappone.

Anche sull’immigrazione Trudeau ha spinto sull’acceleratore: ha accolto 100 mila rifugiati, più di qualsiasi altro paese al mondo, ha portato a 1 milione il tetto per gli ingressi entro il 2021, ha ridotto i tempi per la cittadinanza canadese e allentato i criteri di inammissibilità per ragioni sanitarie, favorendo il ricongiungimento famigliare.

Il Canada è un Paese di immigrati, ma il loro supporto alla politica delle “porte aperte” nel tempo diventa più “liquido”, perché entrano in gioco altri fattori come il livello di istruzione e di reddito. Oggi il 56% dei Canadesi è contrario ad accogliere più rifugiati, ma contrari all’immigrazione in generale lo sono soprattutto alcuni ambientalisti di peso, come l’eco-guerriero David Suzuki, una delle persone più influenti del Paese, secondo cui “stiamo razziando il Sud del Mondo dei suoi futuri leader, scippando i medici al Pakistan, all’India, al Sud Africa, mentre puntiamo ad aumentare la nostra popolazione per supportare la crescita economica. Un non-sense”.

Sulla stessa lunghezza d’onda John Erik Meyer, economista, presidente di Canadians for Sustainable Society, un razionalista ateo – come si definisce lui – che siede nei comitati direttivi di una mezza dozzina di think-tank ambientalisti in tutto il Nord America. “Non è col biglietto vincente della lotteria dei pochi che riescono a emigrare che si risolve il problema dei tanti che restano nei paesi più poveri. Senza contare i problemi che l’emigrazione crea nei Paesi occidentali. Come l’aumento dei consumi energetici e dell’inquinamento, la compressione dei salari, la congestione urbana, l’incremento del costo dei servizi sociali e del prezzo degli immobili”.

Meyer avanza anche una proposta concreta: “Se l’obiettivo è davvero quello di salvare il Mondo, il Canada deve rivedere la percentuale di PIL destinata agli aiuti a quel miliardo di persone che è stato lasciato indietro nello sviluppo. Percentuale che è un quinto di quella svedese ed è diminuita di un altro 4 % con i Liberali al governo. I gruppi di interesse più forti in Canada non traggono profitto dagli aiuti internazionali, ma dall’incremento dei consumi interni e dall’inflazione dei prezzi immobiliari innescati dall’immigrazione”.

Il dibattito sull’immigrazione nel Paese rimane vivo. C’è, per esempio, un think-tank di destra come il Fraser Institute che ha misurato in oltre 23 miliardi di dollari all’anno il disavanzo tra quanto il Governo spende per gli immigrati e quanto gli immigrati pagano in tasse. Anche il centrista Howe Institute ha messo in guardia sull’innalzamento dell’età media nel Paese come effetto dei ricongiungimenti famigliari.

Chi invece punta sull’immigrazione, sostiene che si tratta di una scelta obbligata perché il Canada ha il 181esimo tasso di fertilità al mondo, ben al di sotto del tasso di sostituzione, e perché 5 milioni di baby-boomers andranno in pensione entro il 2035, quando serviranno 350 mila nuovi immigrati all’anno per far marciare l’economia.

Il sistema a punti, che i Canadesi hanno inventato nel 1967, continua peraltro a funzionare e permette di selezionare la tipologia di immigrati in entrata, mentre sono meno di 30 mila quelli illegali. Gli economisti quantificano in due punti di PIL aggiuntivo il contributo di 100 mila immigrati aggiuntivi nell’arco di 10 anni. Tutto questo in un Paese che, secondo quanto sosteneva l’Economic Council for Canada negli anni ’90, potrebbe arrivare a 100 milioni di abitanti senza problemi.

In politica estera, la rinegoziazione degli accordi NAFTA con Trump ha portato a risultati indigesti per i canadesi, come l’obbligo di comprare il latte americano, pieno di ormoni, o una quota massima di auto che possono essere prodotte in Canada, ma ha anche liberato il campo dalle tariffe su acciaio e alluminio che Trump aveva usato come strumento di pressione.

La rinuncia dei Canadesi all’acquisto degli F35 fa invece parte di una lista storica di manifestazioni di indipendenza dagli Stati Uniti che include il no all’embargo a Cuba, alle Guerre Stellari di Reagan e alla guerra in Iraq nel 2003. USA e Canada sono partner nella difesa aerea congiunta del Nord America (Norad) e nella Nato, ma anche qui c’è qualche problema, perché Trump ha chiesto ai membri di aumentare il loro contributo, cosa per i Canadesi significherebbe raddoppiare le spese militari.

Le relazioni personali tra Trudeau e Trump sono una riedizione della franca antipatia che correva tra Nixon e Trudeau padre (di cui si ricorda il celebre “Mi ha insultato gente molto migliore di lui”). I duelli su Twitter non si contano: dal “Welcome to Canada” rivolto da Trudeau ai Musulmani colpiti dalle limitazioni per i viaggi negli Stati Uniti volute da Trump agli aperti insulti indirizzati dal presidente americano a Justin, come ama chiamarlo, definito “debole e disonesto” per aver applicato tariffe “dollaro per dollaro” alle merci americane dopo il G7 di Charlevoix.

L’integrazione tra le due economie (il 70% delle esportazioni canadesi va negli Stati Uniti) è un bene per il Canada quando l’economia americana tira. Puo’ essere un male quando rallenta. Con un deficit pubblico americano vicino ai mille miliardi nel 2019 e un debito di 21 mila miliardi, l’abbraccio con l’America rischia di essere mortale.

Come diceva l’inglese lord Palmerston, “le nazioni non hanno amici permanenti, hanno interessi permanenti”. Anche per questo il pendolo canadese tra multilateralismo e maggiore integrazione con gli USA continua e viene verificato ad ogni elezione federale.

Il Paese della foglia d’acero è finito nel mezzo delle tensioni tra Washington e Pechino: arrestando Meng Wanzhou, il capo della finanza di Huawei, i canadesi hanno fatto quanto è previsto dagli accordi bilaterali con gli americani, ma si sono esposti alle ritorsioni di Pechino, inclusa la detenzione di cittadini canadesi in Cina e il blocco delle importazioni di olio di colza canadese, un settore che occupa 250 mila lavoratori.

Anche la visita di stato di Trudeau in Cina, che aveva l’obiettivo di negoziare con Xi Jinping un “free trade agreement” per eliminare i dazi commerciali, non ha prodotto i risultati sperati. La precondizione posta da Ottawa, il miglioramento delle condizioni di lavoro in Cina, è stata respinta al mittente senza troppi complimenti.

Trudeau sa quanto pesino gli investimenti cinesi nelle Università e nell’economia canadesi e per questo ha sostituito l’ambasciatore canadese a Pechino con Dominic Barton, un country manager di McKinsey che dovrebbe garantire un migliore accesso alla leadership cinese, forte del ruolo che McKinsey stessa sta giocando come advisor per i Cinesi nello sviluppo della Nuova Via della Seta.

Anche le relazioni con i Russi si sono rivelate problematiche, oltre che su Crimea e Ucraina, soprattutto nell’Artico, che Trudeau sembra voler considerare come un gigantesco parco naturale, dove è in corso una moratoria di 5 anni sull’estrazione di idrocarburi, mentre i Russi estraggono petrolio e gas naturale che vendono alla Cina, riaprono le basi militari chiuse dopo il tracollo dell’impero sovietico e si organizzano per sfruttare economicamente il passaggio a Nord Est.

Ma al di là delle luci e delle ombre della sua politica estera, quello che i Canadesi dovranno veramente perdonare a Trudeau, e non è detto che lo facciano, è lo scandalo SNC-Lavalin, il colosso ingegneristico nel settore petrolifero accusato di aver pagato tangenti in Libia. Trudeau è stato ritenuto colpevole dal Garante Etico di aver violato la legge sul conflitto d’interessi con le indebite pressioni sull’ex-titolare del Ministero della Giustizia, Jody Wilson-Raybould, un’avvocatessa di lungo corso e fiero membro della tribù Kwak’wala.

Chiedendo che a SNC-Lavalin venisse comminata una multa e non una sanzione penale, Trudeau ha commesso un peccato forse veniale, se si pensa non solo alla tradizione politica italiana, ma anche all’iperattivismo dei leader europei nella ricerca di opportunità di business per i vari campioni nazionali.

Le dimissioni della Wilson-Raybould, che Trudeau aveva spostato al Ministero per i Veterani di guerra, e la sua cacciata dal Partito liberale hanno causato un ulteriore disastro di immagine per l’uomo che si era costruito la reputazione di femminista e difensore delle minoranze, e in particolare delle First Nations.

Trudeau si è detto non pentito, sostenendo di aver agito per salvare i posti di lavoro di un’azienda fondamentale per il Canada, ma che ha anche sede in Quebec, la provincia francofona dove il primo ministro ha un affidabile serbatoio di voti.

La mancata promessa che forse pesa di più è quella della riforma elettorale: Trudeau si era impegnato a studiare una revisione in senso proporzionale, con l’obiettivo dichiarato di voler contrastare la declinante partecipazione elettorale dei Canadesi, che nel 50% dei casi non vedono rappresentate in Parlamento le proprie scelte.

Il “winner takes all” del meccanismo maggioritario alla Camera dei Rappresentanti resterà la regola con cui si giocano le elezioni federali di ottobre. Un sistema che, per inciso, ha permesso a lui di prendere il 55% dei seggi con meno del 40% dei voti e al Paese di avere un governo con una solida maggioranza parlamentare in nove delle ultime tredici elezioni federali.

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