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Perché spopola l’astensione?

Astensione

Il corsivo di Battista Falconi

 

Nei commenti della stampa alle ultime tornate elettorali ricorre regolarmente l’elemento dell’astensione, che è stata particolarmente alta in Iran, dove ha vinto il candidato cosiddetto ultraconservatore, e nelle elezioni regionali francesi, dove l’atteso sfondamento da parte di Marine Le Pen non è avvenuto. Si è invece registrata una partecipazione al voto maggiore del previsto a Roma e Bologna per le primarie del Partito Democratico, che aveva subito un pesante flop a Torino.

Al di là dei singoli casi, di relativo interesse, è invece indicativo indicativa l’attenzione che si pone all’astensione, che è ormai il principale nemico di tutti i partiti e candidati. Le potenziali motivazioni di questa disaffezione al voto sono due, una di carattere generale e l’altra di carattere tecnico.

La prima è la conclamata crisi della democrazia partitica parlamentare, ormai abbondantemente esautorata delle funzioni che ha assunto, in particolare dalla metà del secolo scorso, nel riscattare grandi masse di popolazione fino ad allora escluse dai processi di rappresentanza politica a causa delle norme che potremmo definire di carattere elitario, e che andavano dalla sostanziale proibizione della competizione elettorale da parte dei regimi più autoritari alla forte limitazione del diritto di voto attivo e passivo presente anche in democrazie considerate universalmente tali: si pensi soltanto alla data di introduzione del voto femminile in Svizzera.

Questa funzione, come è noto, non ha più senso di esistere: la partecipazione delle masse ai processi decisionali è tutt’altro che effettiva e generalizzata (peraltro, probabilmente, non lo potrebbe neppure essere) ma le esclusioni oggi riguardano altri ambiti. I diritti più rilevanti da cui molti cittadini sono esclusi sono per esempio quello dell’accesso ai servizi digitali, o delle opportunità occupazionali.

Verso il voto c’è però un ulteriore elemento più specifico che rende ormai per certi versi obsoleto questo momento, considerato in passato la chiave di volta di una democrazia: la constatazione che i passaggi e i meccanismi tramite i quali si determinano le élite di rappresentanza sono altri. La sola frequenza con la quale, almeno in Italia, si affidano i governi a personaggi che non hanno mai richiesto il consenso popolare è un indice eclatante di questo processo. Ma, in senso inverso, le masse oggi possono esprimere la propria opinione e anche cercare di condizionare i processi politici, talvolta con successo, mediante quella espressione di consenso e dissenso che passa per la multimedialità, per le nuove tecnologie, per l’high tech.

In buona sostanza, forse banalizzando un po’, per i social e il web 2.0 e per quelle modalità di comunicazione che consentono con relativa facilità di manifestare il proprio accordo o disaccordo.

Questa sorta di voto permanente in tempo reale rende quello periodico e ufficiale sempre meno interessante. Non si può certo pensare di sostituire la cabina e l’urna elettorale con i like o i follower, però non si può nemmeno pensare di continuare a concentrare le decisioni in singoli momenti con una periodicità pluriennale. Magari avviando – come ormai succede sempre più spesso, e si tratta di un altro processo del quale sarà bene prendere le misure – una sfibrante querelle post-elettorale sulla legittimità dei risultati ottenuti dal voto.

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