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Vi spiego ritiro e rilancio di Berlusconi sul Quirinale

Tutti i veri piani di Silvio Berlusconi sulla partita del Quirinale dopo il suo ritiro (che implica un rilancio su presidenza del Consiglio e prossima presidenza della Repubblica). La nota di Paola Sacchi

 

Come in tutti gli snodi decisivi della sua quasi trentennale vicenda politica, che lo ha visto quattro volte premier, i fatti certificano che il ritiro, nella natura da combattente di Silvio Berlusconi, non è mai concepito come solo un passo indietro. Ma è sempre per fare un passo avanti, per rilanciarsi anche ora, a 85 anni – non tantissimi da politico, visto che iniziò sulla soglia dei 60, cosa che molti dimenticano – nella rosa dei veri kingmaker per le elezioni del successore del Capo dello Stato.

Il suo ritiro, dai toni istituzionali di un quattro volte premier, per senso di “responsabilità”, per evitare che il suo nome favorisse divisioni, una scelta fatta in nome dell'”unità del Paese”, garantita dalla più alta carica dello Stato, “unità di cui il Paese ha bisogno” in tempi così difficili, mette sul piatto tutta la sua storia politica e quella della sua vita precedente da grande italiano come imprenditore di calibro internazionale.

Rilanciò, Berlusconi, dopo le sue dimissioni da Palazzo Chigi nel 1994, rilanciò dopo il suo ritiro dalla Bicamerale per le riforme istituzionali, rilanciò nella primavera del 1999 quando non lasciò pure lì, come nella Bicamerale, che gli accordi venissero fatti, con lui ai margini, tra la sinistra e i suoi alleati, in quel caso Gianfranco Fini. L’elezione a larghissima maggioranza di Carlo Azeglio Ciampi fu consentita da Berlusconi che portò così a quell’ampia votazione al primo scrutinio per il Quirinale. Fu il punto decisivo della “traversata nel deserto” che lo riportò a Palazzo Chigi nel 2001.

Il suo ritiro ora dalla Corsa al Colle, alla quale non si era mai candidato, ma era stato indicato e sostenuto dai tanti che ringrazia, vertici del Ppe compresi, ha tre pesi: quello di dire no a Mario Draghi al Colle perché ne sottolinea la necessità della prosecuzione dell’importante e positivo lavoro da premier; quello nella rosa dei kingmaker per una proposta, da fare “con gli alleati del centrodestra”, che “da maggioranza nel Paese” ora “ha l’onere di presentarla”, proposta, sottolinea, che abbia “il più vasto consenso in parlamento”; infine, il suo tipo di ritiro ha un peso anche nello stesso centrodestra.

È sotto i riflettori che Berlusconi non solo ha voluto un vertice da remoto, restando a Arcore, ma anche che alla fine non vi abbia neppure partecipato, delegando a Antonio Tajani e Licia Ronzulli l’annuncio del suo passo indietro, poi motivato nella lunga e istituzionale nota. Da “statista”, gli riconosce su Twitter un uomo della sinistra riformista come Claudio Velardi.

Il Cavaliere, spiegava al cronista un azzurro di rango prima del vertice, “ha mandato giù amarezze per il fatto che solo a poche ore dalla nota unitaria di poco più di una settimana fa, dove gli si chiedeva di sciogliere ‘positivamente’ la riserva, gli alleati hanno poi chiesto pubblicamente conto dei numeri e proseguito con molti se e molti ma”.

Non è forse un caso che nella lunga nota Berlusconi sottolinei di aver verificato “l’esistenza di numeri sufficienti”. E per chi conosce il Cavaliere dai tempi in cui era solo un grande imprenditore amarezza ci sarebbe anche nei confronti dello stesso Draghi, che dal giorno dell’insediamento del governo, “di cui sono stato il primo sostenitore”, sottolinea, lo stesso Draghi che fu indicato da lui a Bankitalia e poi, dopo un duro duello con la stessa Angela Merkel, alla Bce, secondo gossip non gli avrebbe mai o quasi mai telefonato e, anzi, sembra sia stato Berlusconi a farlo per gli auguri di Natale.

Ma non è certo la psicologia la molla vera di Berlusconi in quel comunicato: crede davvero, dicono i suoi, che il governo e il decisivo lavoro da completare necessiti della permanenza di una figura di alto calibro come Draghi a Palazzo Chigi. E Berlusconi teme che il premier rischi in parlamento di avere contro quei franchi tiratori espressione di chi non vuole andare a elezioni anticipate. Cosa che metterebbe a quel punto a repentaglio anche la sua stessa permanenza al governo.

Quindi, ora, secondo i propositi del Cav si dovrebbe andare verso una figura che possa riscuotere un vasto consenso. Un identikit che sembra già da ora escludere Giuliano Amato non voluto dalla Lega. E anche altre figure di centrodestra, dicono fonti azzurre, dal Cavaliere create. Chi, dunque? Sembra quello tracciato da Berlusconi l’identikit di una personalità non divisiva, che non ha mai avuto particolari attriti con nessuno.

Bruno Vespa ha tracciato una rosa con due nomi in cui permane lo stesso Draghi, ma entra anche Pier Ferdinando Casini. Il quale Casini, già alleato nella Casa delle Libertà, non ha mai ricoperto ruoli di governo, ma parlamentari anche a livello internazionale. Ma non si sa di che parere sia il Cav che si limita a dire: un nome “con un ampio consenso in parlamento”.

Si è ritirato ma è stato un sabato in cui è parso Berlusconi ancora dare le carte. E il nuovo Capo dello Stato, ora dicono in FI, “potrebbe avere una chance per porre fine alla guerra dei trent’anni: la nomina di due senatori a vita, coloro che fondarono e fecero vincere il centrodestra e il centrosinistra: Berlusconi e Romano Prodi”.

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