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Ecco i 3 segnali delle amministrative in Francia per Macron

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Il vero problema di Macron è poter governare quando dall’autunno gli effetti sociali, occupazionali ed economici del post-covid si faranno sentire appieno. Il punto di Enrico Martial dopo il voto amministrativo in Francia

 

Bordeaux, Lione, Strasburgo, Poitiers, Annecy, Besançon avranno un sindaco verde, come diversi altri dei comuni francesi, tra i 4820 che hanno votato (il 15%, ma il 39% del corpo elettorale) per il secondo turno, dopo la sospensione causa Covid che aveva seguito il primo turno, il 15 marzo scorso. I verdi hanno contribuito anche in diverse vittorie a sinistra e del partito socialista, dove questo svolge ancora un ruolo, come a Rouen o Rennes, ma anche a Parigi, dove è stata rieletta Anne Hidalgo.

Come in altri Paesi europei, le elezioni comunali in Francia hanno impronta territoriale, con tendenze specifiche e radici storiche sette-ottocentesche, aggiornate dalle trasformazioni sociali, economiche e culturali: la destra lepenista per esempio in tratti della costa mediterranea, in alcune aree industriali in crisi, in qualche zona rurale, la sinistra socialista che si salva in comuni del nord (la stessa Parigi, o Lille, dove Martine Aubry ha conservato per circa 250 voti la città persino contro i verdi), Les Républicains, eredi del gollismo nei formati di Chirac o di Sarkozy, sugli assi produttivi e nelle città medie e grandi, a rappresentare fasce sociali e generazionali.

Dal voto di ieri emergono emergono più segnali che tendenze. Si è peraltro registrata un’astensione molto forte: al primo turno, complice il Covid, aveva partecipato il 44,64% degli elettori (66,54% nel 2014), al secondo turno il tasso è da collocare il 40 e il 41% (il 62,13% nel 2014, ed era già considerato basso).

Il primo segnale è senz’altro nel fallimento del tentativo di arginare i verdi, messo in piedi con alleanze caso per caso tra il movimento di Macron LREM e Les Républicains. A Lione è stato eclatante, con la sconfitta dell’operazione dello storico sindaco uscente, Gérard Collomb, che aveva stretto un accordo per far eleggere un proprio erede lasciando la città metropolitana a Les Républicains. Sostenitore delle origini di Macron, suo ministro degli Interni, se ne era freddamente allontanato nell’ottobre 2018, e ieri ha proprio perso: i verdi hanno 50 dei 73 seggi in comune e 80 dei 150 seggi in città metropolitana. Tra l’altro, a Lione, Marsiglia e Parigi l’elezione del sindaco, quella formale e finale, avviene su voto delle rispettive assemblee locali e a Marsiglia i giochi non sono del tutto chiusi tra verdi e socialisti. Analoghe alleanze contro i verdi hanno ceduto appunto a Strasburgo, Clermont-Ferrand, Tours, e nella stessa Bordeaux, città di tradizione conservatrice in cui si notano sviluppi e fratture generazionali ed economiche.

Il secondo segnale si legge nel relativo indebolimento delle forze maggiormente destabilizzanti o antisistema: il Rassemblement national di Marine Le Pen ha conquistato Perpignan, ma non è andato bene nel complesso. La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon è quasi assente. L’astensione è un segnale di un ripiegamento, forse di parziale immersione in un ribellismo più radicale (60 antenne 5G sono state distrutte dall’inizio della crisi sanitaria), ma la vittoria verde è un fattore di stabilizzazione delle opposizioni, al governo di misure concrete, più istituzionali per quanto vivaci.

Il terzo segnale è nel piccolo paradosso di un Macron che pare sconfitto ma si trova con un contesto meno difficile: meno nemici in casa (Collomb a Lione, che l’aveva abbandonato da ministro) e più amici tra le opposizioni su una possibile, per quanto animata, piattaforma verde. Il primo ministro Edouard Philippe ha vinto a Le Havre e avrebbe una via d’uscita in caso di rimpasto di governo. Il tema verde può favorire collaborazioni, considerato che la stessa maggioranza macronista ha promosso la Convenzione per il clima, i cui 150 cittadini scelti a sorteggio hanno prodotto un programma che ora circola nel dibattito pubblico. Il tema green è nelle priorità dell’Unione europea per la ripresa, ed è condiviso da altre forze politiche, come i socialisti a Parigi. Con il resto delle forze politiche si sono poi altri argomenti, come lo sviluppo economico, l’innovazione, la sicurezza.

Lo scenario a cui guardare, dopo l’esito delle elezioni comunali francesi è al rimpasto di governo e al programma politico ed economico previsto per la metà di luglio. Alcuni elementi sono già stati annunciati nel discorso televisivo di Macron del 14 giugno: forte presenza pubblica, trasformazione ambientale, rilocalizzazioni di settori produttivi in Francia e in Europa (una parziale deglobalizzazione regionale), maggiore innovazione e produttività, in condizioni di sostegno sociale e di sicurezza, su cui è in dubbio per esempio la posizione dell’attuale ministro degli Interni, Christophe Castaner.

L’approccio dovrebbe essere meno verticistico, come durante la crisi sanitaria rispetto alla prima fase del mandato presidenziale, con più iniziativa e di Regioni e appunto dei Comuni, politicamente così variegati. Il metodo partecipativo con cui era stata affrontata la crisi dei gilet jaunes è stato confermato dalla Convenzione dei cittadini per il clima e da vari annunci sull’unità repubblicana.

Il vero problema del Presidente, infatti, è poter governare in condizioni accettabili rispetto all’innesco critico che si può verificare a partire dall’autunno, con gli effetti sociali, occupazionali ed economici del post-covid o addirittura di una seconda ondata.

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