Mondo

Ecco differenze e analogie tra Gilet Gialli e Movimento 5 Stelle

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L’analisi di Gennaro Malgieri, giornalista, saggista e scrittore

 

Ma con chi vuole allearsi Di Maio? E’ un mistero. Nei giorni scorsi, ci sono stati degli incontri a Bruxelles tra esponenti 5S, guidati da Di Maio, ed europarlamentari di gruppetti sconosciuti: il polacco Pawel Kukiz, il croato Ivan Sincic e la finlandese Karolina Kahonen. “Sono leader di movimenti che nei loro Paesi sono alternativi a quelli tradizionali, sono nati da poco”, ha detto Di Maio al “Fatto quotidiano”. Ed ha aggiunto: “Sono giovani, ma hanno un consenso sempre maggiore. Sono le energie più fresche e belle dell’Europa. Su alcune cose non la pensiamo allo stesso modo, ma stiamo preparando un manifesto comune la cui stella polare sarà la democrazia diretta. Il nostro sogno è un’Europa con più diritti sociali, più innovazione e meno privilegi. Un’Europa che mette al primo posto i bisogni dei cittadini. Nei prossimi giorni incontrerò alcuni rappresentanti dei gilet gialli, se leggete le loro rivendicazioni, sono le nostre, speriamo si presentino alle europee”. Ha sorvolato sul fatto che qualcuno, come il deputato polacco, è portatore di istanze xenofobe, antiabortiste ed omofobe, all’opposizione perfino del partito nazionalista di Kaczynski che governa il Paese e con il quale Salvini ha buoni rapporti documentati anche dall’incontro avuto con il discusso leader nei giorni scorsi.

Come e perché i Pentastellati hanno mormorato sulla sortita gialla di Di Maio

L’endorsement a favore dei gilets jaunes ha fatto storcere il naso a molti autorevoli parlamentari pentastellati. “Non so se quell’endorsement sia stato un errore”, ha detto all’Adnkronos la deputata Doriana Sarli, “certamente non è stata una cosa di cui si è discusso, come al solito. Non ne abbiamo parlato: non è un tema che è stato condiviso. E’ una idea di Luigi, buona o cattiva non so giudicarla. Se ne avessimo parlato avremmo capito la strada giusta”. Quindi ha chiesto: “Perché pragmaticamente non ci rivolgiamo a entrambe le parti visto che dovremmo essere ‘oltre’ la destra e la sinistra? Il sospetto è che tutto questo ‘oltre’ alla fine non siamo più, e considerando che veniamo da Dario Fo tutto questo è un po’ inquietante”. Fine delle trasmissioni? Neanche per sogno.

Il capo politico del MoVimento, incurante del dissenso o quantomeno delle perplessità suscitate dalle sue aperture ad un mondo che non ha niente a che spartire con il M5S ha messo a disposizione dei rivoltosi francesi la sua esperienza di “rivoluzionario anti-casta” (dimenticando che è entrato di diritto a farne parte) e gli strumenti che usa a suo piacimento e a piacimento della Casaleggio Associati, a cominciare dalla Piattaforma Rousseau. La risposta non è stata di quelle che si attendeva. “I gilet gialli non hanno alcun interesse a legarsi con il Movimento 5 Stelle», ha detto il giornalista francese Jerome Gautheret, ospite della trasmissione Agorà, su Raitre, certificando il rifiuto di qualsivoglia apparentamento con Di Maio e soci (che nella stragrande maggioranza non vedono di buon occhio l’apertura al movimento d’Oltralpe). Ma ancor più autorevolmente Jacline Mouraud, leader riconosciuta per essere stata tra le attiviste della prima ora dei gilets jaunes, portavoce dell’ala moderata del movimento aveva  detto un secco ‘no’ alla mano tesa di Di Maio: «Se devo dirla tutta penso che l’Italia sia l’Italia e la Francia sia la Francia: non siamo lo stesso popolo, penso che quella del vostro vicepremier sia un’ingerenza negli affari interni del nostro Paese». ha detto la Mouraud. La quale pensando politicamente e non rabbiosamente, ha annunciato la fondazione di un nuovo soggetto politico dal nome che rivela il programma e, forse, l’identità che il movimento intende darsi: che si “Les Émergents” (Gli Emergenti). La Mouraud ha pure precisato che “per il momento non è stato depositato alcuno statuto”. Il nome “Les Émergents” è stato avanzato prima di proporlo all’approvazione di chi si riconosce nel programma in via di elaborazione tra le componenti del movimento le quali potranno avanzare anche altri nomi.

Che cosa ha detto la Mouraud

Consapevole che “Bisogna pur cominciare da qualche parte”, all’emittente “France Info”, la Mouraud ha dichiarato che non sarà necessariamente lei alla guida del partito: “Come in tutti i partiti – ha precisato – ci saranno delle votazioni. Che sia io o meno, me ne frego, non è importante. Ciò che conta è che esista, che le persone si uniscano contro la violenza e per il rispetto delle nostre istituzioni”. Lontana dalle posizioni oltranziste dei gilets jaunes, la Mouraud aveva già annunciato all’Afp che a fine gennaio avrebbe presentato “un partito del buon senso”, “senza etichetta” con “idee nuove e costruttive per il Paese, in armonia con i temi del cambiamento climatico” e che “smetta di nutrire il culto della società dei consumi”. Il suo obiettivo sono le elezioni locali del 2020. La 51enne bretone postò il 18 ottobre scorso su Facebook un video che diventò virale nel quale denunciava “la caccia agli automobilisti”, dando il via al movimento. A inizio dicembre aveva ricevuto minacce di morte dopo aver pubblicato un appello proponendo “una via d’uscita al governo” con altri otto gilets jaunes.

Chi è interessato all’invito di Di Maio

Qualcuno, invece, si è mostrato sensibile all’invito di Di Maio, salvo poi ripensarci, forse perché incerto sulla propria figura di rappresentante del movimento che, non essendo strutturato, ovviamente non riconosce referenti ufficiali; pertanto chiunque può accreditarsi come ritiene in nome di qualcosa che esiste a livello confuso ed approssimativo. Eric Drouet, arrestato agli inizi di gennaio per aver organizzato una manifestazione non autorizzata in un primo monumento si è mostrato disponibile: “Sono sempre molto contento delle varie espressioni di sostegno”, ha detto. “Per noi è un appoggio molto importante” e l’incontro a Roma “è assolutamente fattibile”. Poi, nel volgere di una giornata, ha scritto su Facebook un post sconcertante: “Signor Luigi Di Maio, i gilet gialli hanno cominciato un movimento apolitico dall’inizio, senza questo non sarebbe oggi ciò che è divenuto. Rifiuteremo ogni aiuto politico, a prescindere da dove provenga! Rifiutiamo quindi il suo aiuto. Abbiamo cominciato da soli e finiremo da soli”. Un’altra “emergente”, al contrario, Ingrid Levavasseur, ha dichiarato: “Sono fiera di constatare che il nostro movimento si spinga ben oltre i nostri confini. Contenta che una persona come Di Maio ci tenda la mano, sono pronta ad afferrarla, per spingerci ancora più forte e più lontano. Oggi più che mai abbiamo bisogno di strutturarci e il messaggio del M5s è qualcosa di molto potente”. Jacline Mouraud, la sola credibile al momento, per quanto considerata ex-portavoce (ma da chi?) ha chiuso la porta a ogni dialogo. Ed il suo soggetto sembra che si prepari a correre alle europee.

Dunque, Di Maio è alla ricerca di un interlocutore che non trova. E che probabilmente in terra francese non troverà mai, posto che quelli con cui potrebbe ipoteticamente intessere rapporti sono già impegnati: la Le Pen con Salvini; Mélenchon con la sinistra italiana ed europea in funzione anti Ps, oltre che anti-Macron.

La vera natura dell’apertura di Di Maio

Quella di Di Maio è un’operazione “politicista”. Si rende conto che il M5S è solo in Europa ed anche piuttosto sbandato. Non può appiattirsi su Salvini; non può andare con la sinistra istituzionale; è rifiutato dall’estrema sinistra; men che meno potrebbe apparentarsi con popolari e conservatori. Dunque, ha la necessità di costruire una casa non tutti gli altri senza tetto. Il gruppo e dei “non iscritti” al Parlamento europeo conta quasi niente, sarebbe pertanto una sconfitta essere in Italia il perno del governo nazionale e non avere un ruolo in Europa. Ma se una definizione politica il Movimento non se la dà – e difficilmente potrebbe darsela essendo il prodotto di un disagio cavalcato per anni senza offrire una soluzione accettabile, tranne promesse impossibili da mantenere – è assurdo pensare che possa costruire una “casa comune” di rifugiati della politica continentale. Di Maio mostra il proprio velleitarismo con un attivismo incoerente che non porterà da nessuna parte, come da nessuna parte è andata la Lista Tsipras che pure aveva un retroterra ideologico-culturale di tutto rispetto su cui fondare un movimento che alla prova dei fatti ha avuto scarsa fortuna.

Che cosa unisce e che cosa divide M5S dai Gilet Gialli

E’ vero: vi sono punti in comune tra i gilet jaunes ed i Cinquestelle, ma questi non hanno l’esclusiva dell’analogia. Chi potrebbe non condividerne alcuni dello sterminato elenco diffuso dai rivoltosi francesi?

Eccone i più qualificanti. Eliminazione del crescente fenomeno dei senzatetto e la relativa lotta alla povertà; progressività delle imposte sul reddito in più scaglioni; la promozione delle piccole imprese nei villaggi e nei centri urbani; sospensione delle costruzione di grandi aree commerciali intorno alle principali città che cancellano le piccole imprese; più parcheggi gratuiti nei centri urbani; tassazione dei grandi complessi finanziari, commerciali e mediatici “mondialisti” (MacDonald, Google, Amazon, Carrefour, ecc.) contro la quale, ricordiamolo, Movimento Cinque Stelle e Lega al Parlamento europeo hanno votato contro: alla faccia del sovranismo.

Dossier energia e non solo

E poi, oltre all’abbassamento del costo del carburante, i gilets jaunes chiedono che il sistema pensionistico rimanga solidale e quindi socializzato (non si vede la differenza con la confusa legge di abrogazione della Fornero?) e che nessuna pensione sia inferiore ai 1200 euro (un sogno per Di Maio che tale resterà, e purtroppo per tutti noi). Inoltre, i gilets jaunes, ipotizzano che i salari e le pensioni devono essere indicizzati all’inflazione (tipo la nostra vecchia scala mobile): al contrario, l’adeguamento ISTAT è stato appena liquidato dal presidente del Consiglio gialloverde, Conte, sprezzantemente chiamando in vita l’Avaro di Molière per chi vuol difendere perfino i pochi euro a cui avrebbe diritto.

Gli altri temi dei Gilet

Chi non consente la protezione dell’industria nazionale dalle delocalizzazioni? Dicono anche i gilet jaunes che è “anormale che una persona che lavora in territorio francese non benefici dello stesso stipendio e degli stessi diritti. Chiunque sia autorizzato a lavorare in territorio francese deve essere alla pari con un cittadino francese e il suo datore di lavoro deve contribuire allo stesso livello di un datore di lavoro francese”. Si sono posti il problema i Cinque stelle con i loro alleati? E mentre sostengono la fine della politica di austerità, difficilmente condivideranno, da quel che si vede, che “i richiedenti asilo siano trattati bene. Dobbiamo loro alloggio, sicurezza, cibo e istruzione per i minori. Collaborare con l’ONU affinché i campi di accoglienza siano aperti in molti Paesi del mondo, in attesa dell’esito della domanda di asilo. Che i richiedenti asilo respinti siano rinviati al loro Paese di origine. Che sia implementata una vera politica di integrazione. Vivere in Francia significa diventare francese (corso di francese, corso di storia francese e corso di educazione civica con certificazione alla fine del corso)”, come dicono i gilets jaunes, ma non Salvini alleato con i pentastellati. Chissà se Di Maio ne ha parlato con il ministro dell’Interno.

Il vero interesse di Di Maio

Com’è facile notare, ci sono punti d’incontro, limitandoci all’essenziale, e di dissenso. Non è una piattaforma ideologica quella che i gilets jaunes propongono. Si tratta tematiche pressoché “universali” che possono dividere o unire. Dunque, è legittimo riconoscersi in alcune di esse, come dissentire.

Ciò che attira Di Maio è la “bolla mediatica” che il movimento francese ha prodotto. Ma non tiene conto che non solo può svanire se si frazionerà, come tutto lascia credere, in diversi gruppi che o aderiranno a formazioni tradizionali o si presenteranno autonomamente. Oggi l’insieme di gilets jaunes vale il 12% per i sondaggi di opinione. Il che fa una decina di deputati a Strasburgo.
Non vanno sottovalutati, è chiaro. Ma per ora sono il sintomo di una malattia. Che non è solo francese, ma è europea. Attiene alla globalizzazione che ha impoverito il ceto medio, alla rappresentatività politica che è scemata, alla democrazia che batte in ritirata di fronte al condizionamento delle masse da parte di quei colossi cui si faceva riferimento che orientano il “pensiero unico”. Possono, i gilet jaunes, galvanizzare una parte della società francese, ma dalle idee politiche non possono prescindere, per quanto destra e sinistra secondo molti non significhino più niente. Fino a quando chiederanno le dimissioni di Macron senza ottenerle? E se insisteranno qualcuno continuerà a seguirli? Se in tutta la Francia mobilitano cento, duecento, trecentomila manifestanti o anche un milione, come utilizzano tanti consensi se non trovano una piattaforma comune, realmente alternativa alla politica tradizionale? E se anche qualcuno di loro dovesse arrivare nelle assemblee elettive, che cosa se ne fa del suo gilet se non ha una prospettiva reale di cambiamento della Francia e, nello stesso tempo, dell’Europa?

Il sintomo rivela una malattia. Sottovalutarlo è stupido. Ma la guerra scatenata contro Macron è fine a se stessa se non trova uno sbocco politico. Di Maio probabilmente non se ne rende conto e chiede asilo laddove non c’è un tetto neppure per gli sfollati francesi.

(2.fine; la prima parte si può leggere qui)

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