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Cosa potrebbero suggerire Tolstoj e Dostoevskij a Putin

Putin

Tolstoj e Dostoevskij ci ricordano che all’animo umano, pur smarrito nel delirio dell’onnipotenza e nella disperazione della violenza compiuta e subita, non è mai preclusa la via della ragione. L’intervento di Francesco Provinciali

 

Credo che nella sua lunga parabola di ascesa al potere, in parte ascrivibile agli incroci fortuiti di un ineludibile destino e in parte dovuta alla capacità di preordinarne gli eventi, Vladimir Vladimirovic Putin sia sempre stato condizionato e guidato da due fondamentali aspirazioni: accreditare se stesso nella pienezza delle proprie potenzialità e rappresentare la Russia, consapevole di essere l’erede della identità storica culturale di un Paese di oltre 144 milioni di abitanti, esteso su 17 milioni di chilometri quadrati, attraversato da 10 fusi orari, comprensivo di 200 etnie e di oltre 60 tra lingue e dialetti.

In questa condizione esistenziale diventa persino inevitabile confondere i piani dell’essere e dell’apparire ma Putin in questa fase apicale di decisioni drammatiche ha scelto di portare il mondo sull’orlo di un abisso senza ritorno.

Fondamentalmente è solo, non può fidarsi nemmeno del più affidabile collaboratore, mette tra sé e gli altri la distanza del potere assoluto, la diffidenza verso complotti, congiure e tradimenti: il tavolo lungo oltre sei metri che lo separa dai suoi interlocutori è l’icona di una malcelata debolezza, dietro la boriosità delle parole e la spietatezza delle decisioni e dei gesti.

Arroccato in un bunker che si fa sempre più stretto, forse minato dal male si affida al procrastinamento della violenza agìta attraverso una strategia militare che si è rivelata dispendiosa e fallace, abbacinato dal miraggio del rilancio e del ricorso ad armi distruttive usa la minaccia come deterrente al suo timore più avvertito, quello che il progetto imperialista ed espansivo crolli e porti all’annientamento di ogni mira calcolata.

Oltre l’apparente tracotanza quali fantasmi avverte intorno a sé, quali pericoli incombenti agitano i suoi pensieri e turbano le sue notti?

La consapevolezza di usare il potere assoluto del regime e la disinformazione per dissimulare l’evidenza della realtà potrebbero essere alibi che nascondono la paura di fallire in un disegno che la Storia ha già conosciuto molte volte in passato, il peggior nemico è l’ostentazione della forza e la certezza di impadronirsi delle leve che possono affossare l’umanità in una sorta di cupio dissolvi: ci si chiede attoniti quale sia il confine entro cui fermarsi, usando la via del discernimento e della consapevolezza.

Questa lezione non imparata nel ‘900 rimbalza nel nuovo millennio ma non conosce altri esiti oltre gli orrori della tragedia. Un olocausto è tale non solo per l’ampiezza e i numeri delle vittime: è il male assoluto che spegne ogni speranza, ruba gli affetti, punisce gli innocenti, si veste di orrore e di morte.

La Russia ha radici profonde nella cultura e nei valori universali che hanno segnato il cammino dell’umanità: dagli scandagli interiori nella lotta perenne tra il bene e il male, agli aneliti di libertà di un popolo ora amorfo, ora ribelle ma perennemente oppresso, alle cime inarrivabili nella letteratura, nella scienza, nell’arte. È questa la Russia che amiamo e che ci è stata amica, espressione singolare e unica ma corposa e potente di quella civiltà europea non occidentale ma sua componente e suo completamento.

Se le sanzioni – pur tra mille riserve e derive autolesionistiche – sono una via alternativa all’uso delle armi esse non possono tuttavia reprimere, punire e rendere ostile ogni espressione culturale, artistica o sportiva che ci fa dono delle tradizioni di una civiltà che ci è persino complementare. Anche Putin in persona, che spesso in passato ha evocato la grandezza dei figli migliori della sua patria, coloro che hanno lasciato tracce indelebili che nobilitano i valori umani, dovrebbe attingere con meditata riflessione, con umiltà e orgoglio alla lettura dei grandi autori russi, vette ineguagliabili della cultura di ogni tempo. Egli non è certamente Rodion Romanovic Raskol’niìkov di Delitto e castigo ma può imparare come ogni colpa conosca la propria espiazione: “Ma come è possibile, come è possibile vivere senza gli altri uomini?”.

Non è Dmitrij Fyodorovich Karamazov ma potrebbe comprendere quanto sono profondi gli abissi del male: “Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”.

Non è neppure Pëtr Kirillovič Bezuchov ma Guerra e pace potrebbe diventare la metafora di un miracolo impensabile: “Tutti pensano a cambiare il mondo ma nessuno pensa a cambiare sé stesso”.

All’animo umano – pur smarrito nel delirio dell’onnipotenza e nella disperazione della violenza compiuta e subita – non è mai preclusa la via della ragione. In nome di quella sensibilità universale che è radice della civiltà anche nel dramma degli eventi più tragici, se qualcuno di coloro che oggi lo osannano, fino ad essere megafoni della propaganda del male, gli facesse dono di lasciare sul suo comodino i libri di Tolstoj e Dostoevskij gli offrirebbe l’opportunità di capire di aver imboccato la strada sbagliata: in quei capolavori si esprime la vera grandezza della Russia, non nella crudeltà spietata che lo rende dannato.

Purtroppo è solo un’illusione: la via della riflessione e del ripensamento che abita nei meandri più reconditi della coscienza di ciascuno non gli appartiene e non lo induce a una svolta, un gesto di resipiscenza, un pentimento, un riscatto.

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