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Ecco cosa (non) ha detto Conte sui militari italiani in Irak. I Graffi di Damato

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Parole, virgolettati e titoli sul pensiero del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e la presenza dei militari italiani in Irak dopo il voto del Parlamento irakeno. I Graffi di Damato

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“La nostra attenzione deve essere concentrata a evitare un’ulteriore escalation, che rischierebbe di superare un punto di non ritorno”. Per il premier Giuseppe Conte, intervistato da “Repubblica” su Iran e Irak, “è prioritario promuovere un’azione europea forte e coesa per richiamare tutti a moderazione e responsabilità, pur nella comprensione delle esigenze di sicurezza dei nostri alleati”. E sui militari italiani nella regione, afferma che svolgono una funzione essenziale: “faremo il possibile per garantirne la sicurezza”. (Redazione Start Magazine)

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Mentre dall’Irak in mano ormai agli iraniani si è levata la richiesta del Parlamento ai paesi occidentali, compresa l’Italia, di ritirare le loro truppe, e il quotidiano abitualmente più vicino da noi al partito grillino di maggioranza relativa – Il Fatto – sollecitava l’accoglimento dell’istanza di Baghdad, a Roma il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha opposto un vistoso ma curiosissimo rifiuto.

“I nostri soldati restano” ha annunciato in prima pagina il giornale La Repubblica raccogliendo un’intervista al capo del governo, apparso così ad un tempo preoccupato dei pericoli che corrono i nostri militari nel clima di paura per le ritorsioni annunciate dall’Iran contro l’azione ordinata in Irak personalmente dal presidente americano Donald Trump di eliminare il potente generale iraniano Soleimani e alcuni dei suoi più stretti collaboratori e alleati, ma anche convinto della necessità, opportunità e quant’altro di lasciare coraggiosamente sul posto il nostro contingente, mandato a suo tempo per concorrere alla sicurezza di quella regione.

Grande pertanto è la sorpresa avvertita quando, leggendo e rileggendo scrupolosamente l’intervista raccolta da Stefano Cappellini, si scopre che il virgolettato della titolazione in prima pagina non corrisponde letteralmente ad alcuno dei passaggi contenuti pubblicati all’interno. Dove c’è di tutto, anche la conferma dell’annuncio recentemente affidato alla stessa Repubblica che Conte continuerà a fare politica anche dopo che non guiderà più l’attuale governo, si vedrà in quale modo inedito, visto che non intende creare un suo partito né aderire, almeno sino ad ora, a qualcuno dei tanti che formano la sua maggioranza giallorossa; c’è tutto, dicevo, anche la ormai solita, irrinunciabile polemica con l’ex alleato leghista Matteo Salvini, ma non la pur coraggiosa ed esplicite decisione di di confermare la permanenza dei militari italiani sul rischiosissimo territorio dell’Irak. Di conferme ci sono quelle dei motivi che portarono a quella missione e della partecipazione del ministro della Difesa italiana alle riunioni, consultazioni e quant’altro nell’ambito dell’Alleanza Atlantica.

Il meno che si possa dire di questo mancato, interrotto, cloroformizzato scoop affidato da Conte al giornale la Repubblica – con cui sembra creatosi dopo la scoperta personale, da parte del fondatore Eugenio Scalfari, della matrice morotea del presidente del Consiglio, un filo di comunicazione particolare, così diverso dalle polemiche e dalle cautele dei primi tempi dello stesso Conte a Palazzo Chigi – è che esso riflette un certo vuoto, o ritardo, e non so cos’altro, della Farnesina e del suo titolare: il ministro degli Affari esteri e della cooperazione Luigi Di Maio, nonché capo della delegazione del Pd al governo e dello stesso movimento. Che è appena ricomparso sulle prima pagine dei quotidiani per un incontro di 45 ministri a Palazzo Chigi col segretario del Pd Nicola Zingaretti dedicato ai preparativi della verifica o di come si preferisce e si preferirà chiamare la ricerca di un chiarimento, se non di un rilancio, della già affannosa maggioranza di governo improvvisata a fine agosto. E lo dico nonostante la buona parola, o qualcosa di simile, per il titolare della Farnesina che ha cercato di spendere Pier Ferdinando Casini in una intervista liquidando come “ipocrita” l’impressione che “il problema della politica estera italiana si chiami Di Maio”, dato che essa zoppicherebbe o mancherebbe già da tempo.

Un’altra triste realtà emersa dall’intervento di Conte a mezzo stampa, al posto di Di Maio, sulla questione irachena, e più in generale sulla politica estera italiana, è il sostanziale declassamento dei passaggi una volta puntuali ed obbligati, su questi temi, per il Parlamento. Dove d’altronde si è appena approvata per la seconda volta un bilancio dello Stato con la museruola imposta con le procedure della fiducia ad uno dei suoi due rami.

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