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Europa

Ecco come Meloni può davvero incidere a Strasburgo e Bruxelles

Commissione Ue e non solo: le manovre del nostro presidente del Consiglio sono destinate a sfumarsi nel nulla se il nostro governo non si decide a prendere in mano le briglie dei vari esperti e consulenti che dovrebbero far riferimento al nostro Paese. L'intervento di Massimo Balducci

 

Il dibattito che si svolge in questi giorni sui media italiani relativamente alle future maggioranze in Ue evidenzia che scarsa è la conoscenza di come stiano realmente le cose. Si applicano alla Ue schemi che si riferiscono alla realtà italiana. Vediamo dove si annidano i maggiori malintesi.

Dai due trattati di Lisbona in effetti la pressoché totalità della legislazione europea è il frutto della codecisione. Nel bollettino dell’Unione si legge: “Il Consiglio e il Parlamento hanno approvato……”. Si sa che il Parlamento europeo non ha il potere di iniziativa legislativa che spetta solo alla Commissione. Si tende ad ignorare che la Commissione non è fornita di una sfera di cristallo su cui leggere i bisogni della società e dell’economia europee. Questo input arriva alla Commissione attraverso le consultazioni che regolarmente sono organizzate. La Commissione è poi supportata nella stesura delle sue proposte di legislazione da una serie di experts groups (prevalentemente funzionari degli Stati Membri) e da advisory groups (studiosi, NGO etc.). Tutti questi gruppi sono accessibili a questo sito.

In effetti negli Stati occidentali moderni la pressoché totalità della legislazione è di origine governativa. I Parlamenti non hanno la competenza per stendere le norme richieste dalla società moderna, norme caratterizzate da un alto grado di tecnicalità. A Bruxelles, a differenza di quanto succede a Roma o a Parigi, questa fase preparatoria può essere seguita da chi ne abbia voglia. La Commissione nei decenni ha sviluppato una capacità nell’articolare le varie posizioni e nel creare le condizioni per mediare sconosciuta ai Parlamenti.

La proposta di legislazione messa a punto dalla Commissione con il supporto dei vari gruppi di esperti e/o consultativi viene inviata al Consiglio e al Parlamento. Il Consiglio in effetti tratta questa proposta tramite il CoRePer (comitato dei Rappresentanti Permanenti). Il CoRePer concretamente opera attraverso una serie di working parties. Il Parlamento opera in Commissioni I cui lavori vengono istruiti dai  policy advisors dei vari parlamentari. Ogni Commissione nomina un Rapporteur (con un meccanismo di crediti che qui non abbiamo lo spazio di descrivere) a dei shadow rapporteurs.

La proposta della Commissione fa avanti e indietro tra Consiglio e Parlamento sin tanto che le due Istituzioni non trovano un accordo. Nell’eventualità che Consiglio e Parlamento si trovassero d’accordo su un testo che si discosta troppo da quello messo a punto dalla Commissione, questa può decidere di ritirare la proposta (cosa che regolarmente fa). Se l’accordo tarda a venire è possibile attivare una procedura di “conciliazione”. Qui il Consiglio e il Parlamento nominano dei personaggi autorevoli che godono della fiducia di tutto e affida a questi personaggi il compito di trovare una soluzione.

Già a questo punto dovrebbe essere evidente che la nomina di una Commissione non è affatto garanzia di una linea politica. La normativa sulle auto elettriche risale al 2012 prima del green deal. Dovrebbe essere evidente che è molto importante per i vari Stati Membri e per i gruppi di interesse farsi sentire quando le norme vengono cucinate nell’ambito della Commissione. Posso qui reiterare il mio grido di dolore denunciando ancora una volta che l’Italia non ha mai fatto alcuno sforzo per coordinare I suoi esperti nei gruppi che supportano la Commissione. Nei working parties che supportano il CoRePer l’Italia manda prevalentemente dei diplomatici che non hanno la competenza tecnica necessaria (per una più dettagliata descrizione del meccanismo cfr M. Balducci, Un gatto che si morde la coda, ovvero le riforme della Pubblica Amministrazione, Milano, Guerini, al punto 2.8).

Orbene questa situazione, già molto diversa da quella di un Parlamento nazionale, è drammaticamente cambiata a seguito del Covid-19. Le istituzioni coinvolte nel processo normativo (commissione, Consiglio, Parlamento) hanno deciso di accelerare il processo decisionale in un certo senso generalizzando ed estremizzando la procedura di conciliazione. Ci si limita ad una sola lettura e Consiglio, Parlamento e Commissione vengono immediatamente coinvolti con dei rappresentanti: il Consiglio di solito dal Ministro o dal Rappresentante Permanente dello Stato Membro che in quel momento ha la  presidenza accompagnato dal suo esperto nel working party interessato mentre la Commissione dal Direttore Generale della Direzione che ha in carico la proposta spesso accompagnato dal chairman del gruppo di esperti che ha steso il testo proposto, il Parlamento dal rapporteeur, dai shadow rapporteurs e dai relativi policy advisors della unica Commissione Parlamentare (lead Commission) che è incaricata di gestire la proposta. Viene preparato un documento su 4 colonne: nella prima viene riportato il testo proposta dalla Commissione, nella seconda le modifiche proposte dal Consiglio, nella terza le modifiche proposte dal Parlamento, nella quarta il testo adottato. La Commissione si riserva il potere di celui qui tient la plume. (per una più approfondita descrizione di questo meccanismo cfr. Il working paper pubblicato sul blog droit européen). Direttive e regolamenti vengono sfornati nel giro di pochi giorni.

In questo meccanismo le manovre del nostro presidente del Consiglio sono destinate a sfumarsi nel nulla se il nostro governo non si decide a prendere in mano le briglie dei vari esperti e consulenti che dovrebbero far riferimento al nostro Paese.

Qui una nota personale. Nel 2002 fui incaricato dal Prof. Angelo Petroni (direttore della SNA) di formare la task force che avrebbe dovuto gestire nel 2003 il semestre di presidenza italiano. Anziché organizzare dei corsi di tipo universitario invitai dei dirigenti di nazionalità italiana del Consiglio e della Commissione a spiegare il funzionamento del meccanismo decisionale a Bruxelles. La cosa ebbe un impatto tanto è vero che di lì a poco fu sfornata la legge 15 del 2005 che per la prima volta si propose di coordinare la presenza italiana nella fase preparatoria della legislazione europea. Ma la ciambella non è venuta con i buchi. Anziché creare un coordinamento dei funzionari è stato creato un Comitato Interministeriale, cosa assolutamente inutile. Sopra le Alpi il coordinamento della politica verso la Ue è affidata al Governo: infatti non c’è argomento che non sia influenzato dalle normative europee. Quello che si è tralasciato è la parte operativa cioè il coordinamento dei nostri funzionari e consulenti nelle fasi preparatorie della proposta della Commissione. Se non mettiamo mano a questo problema gli sforzi del nostro Presidente del Consiglio si disperderanno nel nulla!

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