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Ecco come Facebook sta smascherando le fake news per le elezioni Usa

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Facebook

Le mosse di Facebook rappresentano un’inversione di tendenza rispetto al ruolo abituale di Twitter

L’obiettivo che si sono poste le piattaforme di social media è combattere contro chi cerca di influenzare le elezioni presidenziali americane di inizio novembre. Non solo stranieri, che tanto clamore suscitarono nella precedente tornata del 2016 ma anche attori “nazionali” che utilizzano tecniche di ingerenza prese in prestito proprio dall’estero.

Le campagne per influenzare l’opinione pubblica non sono certo una novità, ma le aziende tecnologiche sono ormai più consapevoli di come funzionano e possono contare anche su un maggiore aiuto da parte delle agenzie di intelligence e delle società di media per scoprire e bloccare questo genere di operazioni.

COSA STA FACENDO FACEBOOK

Facebook, ad esempio, ha smantellato una campagna coordinata di Fake news condotta per conto del gruppo studentesco pro-Trump Turning Point USA e dell’Inclusive Conservation Group, un’organizzazione apparentemente focalizzata sulla caccia in Africa. Per questo ha rimosso centinaia di profili falsi che effettuavano attacchi organizzati commentando storie pubblicate da agenzie di stampa come il Washington Post, Fox News, MSNBC, CNN e il New York Times per influenzare il dibattito con commenti pro-Trump e disinformazione, sottolinea The Guardian.

La mossa è stata suggerita dal report del mese scorso dek Washington Post che ha scoperto come il Turning Point Action stava pagando adolescenti per pubblicare messaggi coordinati sul social, in violazione delle regole di Facebook.

Nei commenti gli utenti pagati mettevano in dubbio le schede elettorali per posta, elogiavano Trump e diffondevano disinformazione sul coronavirus. Facebook ha rintracciato questi profili presso una società di comunicazioni con sede in Arizona chiamata Rally Forge. E in un post sul suo blog ha affermato di aver rimosso 276 account falsi, inclusi 200 account Facebook e 76 account Instagram.

BANDITI QANON E IL PRESENTATORE LEVIN

Non solo. Sempre Facebook in settimana ha comunicato di aver bandito dalla sua piattaforma tutti gli account, i gruppi e le pagine relative a QAnon, un’organizzazione di estrema destra. Ma già a giugno aveva rimosso oltre 200 account legati ai gruppi di supremazia bianca. E ha limitato la distribuzione della pagina appartenenti al conduttore di talk show il conservatore Mark Levin per “ripetuta condivisione di notizie false”, secondo quanto riferito da Forbes.

FACEBOOK MEGLIO DI TWITTER

In questo senso le mosse di Facebook, ha sottolineato Axios, rappresentano un’inversione di tendenza rispetto al ruolo abituale di Twitter che in genere si muove molto più velocemente del collega social contro la disinformazione e stavolta ha nascosto le fake news dietro un’etichetta che le segnalava come false.

Facebook ha anche affermato di aver contattato l’FBI e di aver collaborato all’indagine dell’agenzia su un gruppo di miliziani che stava complottando per rapire il governatore del Michigan Gretchen Witmer. La denuncia rivela che i sospettati stavano usando un gruppo privato di Facebook per organizzare e comunicare tra loro.

L’INFLUENZA INTERNA PIU’ PERICOLOSO DI QUELLA STRANIERA

Mentre l’interferenza elettorale straniera rimane una delle principali preoccupazioni, gli attori nazionali possono essere operatori più efficaci. “Gli attori nazionali capiscono meglio le azioni politiche nel loro paese e hanno una forte motivazione a voler cambiare questa discussione”, ha detto Nathaniel Gleicher, responsabile della politica di sicurezza informatica dell’azienda, in una telefonata con i giornalisti secondo quanto raccontato da Axios.

Le campagne di influenza domestica possono spesso assomigliare molto, infatti, al tradizionale elettorato. È proprio per questo che sono così dannose per le piattaforme online, che devono affrontare questa sfida continuando a diventare più “proattive e aggressive e chiare sulle regole”, ha detto sempre ad Axios Karen Kornbluh, direttore della Digital Innovation and Democracy Initiative presso il German Marshall Fund. “Sembra che ci sia molta più titubanza nell’intraprendere azioni contro le violazioni delle regole interne”. Le piattaforme non devono preoccuparsi del Primo Emendamento quando si tratta di campagne straniere, ha aggiunto Kornbluh. Per questo “sembra che ci sia molta più serietà e azione proattiva sulle interferenze straniere”.

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