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Che cosa lega Draghi, Franco e Brunetta

Draghi Franco Brunetta

Brunetta svelò nel suo libro un segreto: a scrivere nel 2011 la lettera della Bce, firmata da Draghi e Trichet, era stato in realtà Daniele Franco, suo ex allievo all’università di Padova e ora ministro dell’Economia nel governo Draghi con Brunetta. L’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

Nel nuovo governo ci sono tre amici di vecchia data: il premier Mario Draghi, il ministro dell’Economia, Daniele Franco, e quello della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Mentre la nomina di Franco, direttore generale di Bankitalia ed ex ragioniere generale dello Stato, alla vigilia era data per scontata, nessuno si aspettava il ritorno in scena di Brunetta. Neppure io. Anche se conoscevo bene quanto fosse stretto il rapporto personale fra questi tre amici, avendolo raccontato su ItaliaOggi sei anni fa (30 maggio 2014), prendendo spunto da un pamphlet autobiografico di Brunetta (Berlusconi deve cadere. Cronaca di un complotto), che era stato ministro della Pubblica amministrazione nell’ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi. In quel libro, Brunetta raccontò alcuni retroscena inediti della lettera, ormai storica, con cui la Bce, il 5 agosto 2011, diede una sorta di ultimatum al governo Berlusconi, sollecitando l’approvazione immediata, per decreto, di una serie di riforme strutturali, come condizione necessaria affinché la Bce continuasse a sostenere i titoli di Stato dell’Italia.

Firmata da Jean Claude Trichet, presidente uscente della Bce, e da Mario Draghi, che era stato da poco nominato suo successore, la lettera chiedeva di anticipare di un anno il pareggio di bilancio, con l’adozione di provvedimenti impopolari, tra i quali la riforma delle pensioni, con norme più rigorose per quelle di anzianità; la riduzione del costo del pubblico impiego, compresa la riduzione degli stipendi; l’introduzione di una clausola di riduzione automatica del deficit con tagli orizzontali di spesa; la riforma della contrattazione salariale nel settore privato, oltre alla piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Una manovra lacrime e sangue, che rimase sulla carta a causa dei conflitti interni al governo. Risultato: lo spread salì alle stelle, e dopo pochi mesi Berlusconi si dovette dimettere, sostituito da Mario Monti.

Testimone diretto di quegli avvenimenti, Brunetta ne svelò soltanto dopo un po’ di tempo, nel suo pamphlet, un segreto: a scrivere la lettera della Bce, firmata da Draghi e Trichet, era stato in realtà Daniele Franco, suo ex allievo all’università di Padova. Ecco come, su ItaliaOggi, uscì il suo racconto.

Inizi di agosto, è sera. Nella «saletta verde» di Palazzo Chigi si sta proiettando un filmato sul Ponte di Messina, da sempre un sogno di Berlusconi. L’ha commissionato il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, per aggiornare il premier in modo spettacolare. Brunetta arriva all’improvviso, e chiede di parlare subito con il premier per una questione molto urgente. Ma Berlusconi, come rapito dal filmato, lo prega di aspettare. Appena si riaccendono le luci, Brunetta gli annuncia che sta per arrivare dalla Bce una lettera tremenda, «forse già pronta, forse in bozza». Una lettera che avrebbe spazzato via in un colpo solo, non solo il Ponte di Messina, ma tutte le grandi opere, forse pure il governo e la sovranità nazionale se non si fosse corso ai ripari con urgenza. Scrive Brunetta: «Ci rechiamo nello studio del presidente. C’è Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza. Dico tutto. Il colloquio del pomeriggio con una fonte assolutamente attendibile, la quale annunciava l’intendimento, l’orientamento, la decisione, non si capisce ancora. Berlusconi capisce tutto al volo. Capisce che è cosa fatta. Se noi anticipiamo il pareggio di bilancio di un anno ci salviamo, altrimenti siamo morti».

La reazione del premier è fulminea. Chiama Draghi al telefono, gli dice che ha saputo della lettera, che a informarlo è stato il ministro Brunetta, che è lì al suo fianco, e ha «compreso benissimo i termini della questione: vale a dire che la Banca centrale europea avrebbe continuato ad acquistare nostri titoli sul mercato, raffreddando l’incendio speculativo, solo se noi avessimo dato delle risposte aggiuntive in termini di politica economica, di rigore e di riforme». Più avanti: «Draghi dall’altra parte del telefono conferma e il presidente Berlusconi me lo passa. Io: ‘Ciao Mario’. Mario Draghi è un mio vecchio collega di università, mi conferma esattamente le indicazioni, gli intendimenti e mi dice che in Banca d’Italia a questa lettera (ormai era chiaro che di ciò si trattava) stava lavorando Daniele Franco. ‘Lo chiami?’, mi dice. Ma certo».

Si dà il caso che Brunetta e Daniele Franco, allora direttore centrale dell’Area ricerca economica in Banca d’Italia, si conoscessero da tempo. «Era mio studente alla facoltà di statistica all’università di Padova all’inizio degli anni Settanta, quando anch’io ero molto giovane» ricorda l’ex ministro. «Appena rientrato al ministero lo chiamo, e dopo dieci minuti era già da me in piedi con delle carte in inglese in mano». È la bozza della lettera della Bce. «Non so ancora oggi dove quelle carte fossero state materialmente elaborate, se in sede Bce o in altra sede, magari a Palazzo Koch (sede della Banca d’Italia; ndr). So che Franco me le illustra, dandomi sostanzialmente la linea guida del documento, che poi sarà conosciuto come ‘la’ lettera della Banca centrale europea al governo italiano».

Il 5 agosto, nel pomeriggio, appena arriva la lettera ufficiale della Bce, Brunetta si reca a Palazzo Grazioli per esaminarla con Berlusconi. «Rimarrà riservata, me ne faccio una copia di lavoro», scrive l’ex ministro, che suggerisce a Berlusconi di convocare una conferenza stampa per dare una risposta immediata, con decisioni concrete. Il premier accetta il consiglio, ma supplica Brunetta di non prendervi parte per non irritare Giulio Tremonti, che di quella lettera non sapeva ancora nulla. «Ne fui avvilito e immediatamente dopo infuriato» confessa l’ex ministro. Tremonti, durante la conferenza stampa, apparve «molto imbarazzato. Impreparato. Evidentemente contrariato. Diede anche sulla voce a Berlusconi, smentendolo sul punto che le parti sociali fossero informate di quanto andavano annunciando». Gianni Letta mantenne una «postura imperturbabile e interdetta». Di quella conferenza stampa, Brunetta riporta nelle note del libro la trascrizione parola per parola, «a uso degli storici e dei curiosi». Fu allora che, per l’Italia, iniziò la rinuncia alla sovranità nazionale, poi attuata dal governo di Mario Monti.

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