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Dove nascono le tensioni tra Stati Uniti e Cina? È la popolazione (istruita), stupido!

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Gli squilibri demografici cinesi, secoli fa, fecero la fortuna dell’Europa. Oggi bassa natalità e invecchiamento di Pechino potrebbero favorire l’America contro il Dragone. Ma il declino demografico non gioverà nemmeno al futuro geopolitico dall’Italia. L’analisi di Marco Valerio Lo Prete, giornalista del Tg1, pubblicata su Public Policy

 

(…) I mutamenti repentini e profondi della popolazione cinese, secondo nuove ricerche di alcuni economisti americani e asiatici, sarebbero stati negli scorsi secoli uno dei motivi fondamentali della storica translatio imperii da Oriente a Occidente. Né è da escludere che ancora oggi essi esercitino la loro influenza sugli equilibri di potere globali. Come ha scritto Nicholas Eberstadt sulla rivista Foreign Affairs, “la demografia non sarà destino ma, per gli studiosi di geopolitica, ci va molto vicino”. Secondo il pensatore dell’American Enterprise Institute, infatti, “anche se certe misure convenzionali della potenza economica e militare ricevono maggiore attenzione, pochi fattori influenzano la competizione di lungo termine tra grandi potenze come fanno i cambiamenti di dimensione, capacità e natura delle popolazioni nazionali”. La compattezza istituzionale cinese e il primato demografico mondiale di quel Paese spiegano tanta parte dell’ascesa economica e geopolitica contemporanea di Pechino. Tuttavia, così come secoli fa gli scompensi demografici cinesi favorirono l’Europa, proprio dagli emergenti squilibri demografici del colosso asiatico potrebbe oggi nascere un vantaggio inatteso per Washington. Vediamo perché.

Il ragionamento di Eberstadt parte da una considerazione di ordine demografico sull’egemonia americana: “Per oltre un secolo, gli Stati Uniti hanno avuto la più numerosa forza lavoro qualificata del pianeta. Non solo. Se si considerano grandezze come gli anni medi di scolarizzazione, sempre gli Stati Uniti hanno avuto una tra le popolazioni più istruite del mondo. Questi fondamentali demografici favorevoli spiegano perché gli Stati Uniti siano emersi come la principale potenza economica e militare dopo la Seconda Guerra Mondiale, e perché occupino quella posizione ancora oggi”. Certo, nell’arco degli ultimi quattro decenni, la Cina si è affermata come il principale concorrente degli Stati Uniti. Economia e demografia le hanno messo il vento in poppa. “La crescita economica cinese a partire dagli anni 70 è attribuita di solito alle politiche di Deng Xiaoping che, dopo essere diventato leader supremo nel 1978, ha spinto il Paese in una direzione più market-friendly. Ma pure la demografia ha giocato un ruolo decisivo.

Tra il 1975 e il 2010, la popolazione cinese in età lavorativa (tra i 15 e i 64 anni) è quasi raddoppiata; le ore totali lavorate sono aumentate ancora più rapidamente, mentre il Paese ha progressivamente abbandonato le politiche maoiste che avevano reso il lavoro retribuito meno disponibile e perfino meno attraente”. A questo punto, lo storico sorpasso di Pechino ai danni di Washington sembra dietro l’angolo. Eppure, ancora una volta, proprio uno sguardo ai fondamentali demografici consiglierebbe cautela: “Nell’arco delle ultime due generazioni – osserva Eberstadt – la Cina ha assistito a un collasso della fecondità, aggravato dagli spietati programmi di controllo delle nascite di Pechino. La politica del figlio unico, introdotta nel 1979, è terminata nel 2015, ma il danno era già stato fatto.

Il tasso di fecondità totale della Cina è inferiore al tasso di sostituzione, pari a 2,1 figli per donna, almeno dall’inizio degli anni 90. Secondo la Divisione per la Popolazione dell’Onu, il tasso di fecondità totale cinese oggi è a 1,6, ma alcuni analisti come Cai Fang, demografo cinese e membro del Comitato permanente del Congresso nazionale del Popolo, ritengono che sia ancora più basso, a 1,4, cioè il 30% sotto il tasso necessario a ottenere il rimpiazzo”. Nel 2027 la popolazione cinese potrebbe raggiungere il suo picco massimo, mentre la popolazione in età lavorativa si contrae già da cinque anni, e si ridurrà di 100 milioni di unità da qui al 2040.

Da questo punto di vista, gli Stati Uniti sembrano in posizione di vantaggio: rimarranno, almeno fino al 2040, il terzo Paese più popoloso del pianeta, e nessun Paese sviluppato sarà nemmeno in grado di avvicinarli. Il tasso di fecondità e i livelli di immigrazione sono più sostenuti che in tutte le altre grandi potenze del G7: al 2040, di conseguenza, gli Americani dovrebbero essere circa 380 milioni, con una popolazione mediamente più giovane di ogni altro Paese ricco. Infine Washington ha un’ampia porzione di popolazione istruita o altamente qualificata, peraltro con una qualità dell’educazione – universitaria in particolare – che è superiore a quelle cinese o indiana. Secondo Eberstadt, però, nemmeno l’America può sedersi sugli allori.

La natalità nel Paese ha imboccato una china discendente dal 2008 a oggi, la mortalità è aumentata e gli Stati Uniti “avranno bisogno di rivitalizzare la propria base di risorse umane e ristabilire il proprio dinamismo negli affari, nella sanità e nell’educazione”. Perciò, sostiene l’analista, visto che “gli alleati tradizionali di Washington” come l’Europa e il Giappone “fronteggiano sfide demografiche anche più spaventose”, con conseguenze negative per la loro economia e la loro sicurezza, l’America dovrebbe guardare con maggiore attenzione alle “democrazie emergenti” come l’Indonesia, le Filippine e l’India. (…)

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