Gli Stati Uniti hanno condotto in Venezuela un intervento “difensivo” contro il narcotraffico, motivazione o scusa che apre un enorme dibattito geopolitico e giuridico. Nicolas Maduro e la moglie sono negli USA, dove affronteranno accuse per droga e terrorismo. La lotta al narcotraffico e alla criminalità come “minacce alla sicurezza americana” rientra nella Dottrina Donroe, aggiornamento di Donald Trump della Dottrina Monroe: mantenere l’influenza Usa mediante azioni militari contro qualunque minaccia. L’interesse per il petrolio venezuelano (303 miliardi di barili, le riserve più grandi al mondo), quindi, non va ingenuamente sottaciuto ma nemmeno banalizzato nella narrativa “petrolio e Big Oil il vero obiettivo, il narcotraffico è solo il pretesto per bypassare il Congresso”.
Absolute Resolve è stata un’operazione fulminea, condotta con oltre 150 velivoli, droni, bombardieri e reparti speciali, senza alcuna perdita americana dichiarata. Anche per questo le reazioni internazionali sono parse inadeguate e improvvisate. L’Europa manifesta al solito imbarazzo e divisioni, confermando la propria marginalità; l’Onu ha convocato il Consiglio di Sicurezza straordinario; Mosca e Pechino condannano ma senza azioni concrete, apparendo quasi “umiliate”; in America Latina l’Argentina appoggia l’intervento che il Brasile definisce “gravissima offesa”. La posizione italiana è condizionata dalla preoccupazione per i 130.000 connazionali residenti in Venezuela e per Alberto Trentini, detenuto da oltre un anno, ma anche dalle opportunità che si aprono per Eni.
Lo scenario latino-americano è complesso e traballante. Che il regime di Maduro facilitasse il traffico di cocaina non c’è dubbio: uso delle infrastrutture statali, alti ufficiali nel Cartel de los Soles, i nipoti della First Lady arrestati nel 2015. Applicata la dottrina in questo caso, però, come ci si regolerà con gli altri? In Colombia cocaina e marijuana finanziano la guerriglia di FARC ed ELN, come Sendero Luminoso in Perù. Ma in Honduras Trump ha concesso la grazia all’ex presidente Juan Orlando Hernández, reo dell’ingresso negli USA di 400 tonnellate di cocaina, per averne l’appoggio sulle politiche anti-migratorie.
Il vero hub del narco-traffico però è l’Ecuador, per i cui porti transita il 70% della cocaina verso Stati Uniti ed Europa. Il presidente Daniel Noboa ha dichiarato lo stato di guerra contro i cartelli, definiti “organizzazioni terroristiche” in piena sintonia con l’approccio trumpiano, i sequestri sono in aumento notevole, sono state varate misure drastiche: stato di emergenza, forze di sicurezza, dispiegamento militare, accordi di intelligence. I cartelli attivi nel Paese – Los Choneros, Los Tiguerones e Los Lobos, messicani e albanesi – reagiscono con massacri in carceri e strade, gli omicidi sono passati da 6 a 47 per 100.000 abitanti tra 2018 e 2023. Noboa chiede cooperazione internazionale per affrontare la droga con un’azione straordinaria, incluse misure militari e legislative dure che alcune organizzazioni per i diritti umani considerano incostituzionali. Il che fa tenaglia con la corruzione a livello politico e giudiziario e compromette ancor più lo Stato di diritto in Ecuador, rendendolo un potenziale narco-Stato.
In sintesi, l’America Latina si trova in un’emergenza complessa tra cartelli internazionali, violenza crescente e governi incerti, a rischio di dittature e infiltrazioni criminali. L’attacco USA contro Caracas ricorda diversi precedenti, oltre che le “guerre dell’oppio”: l’appoggio della CIA al golpe in Ecuador nel 1963, l’intervento nella Repubblica Dominicana del 1965, il golpe contro Salvador Allende del 1973 in Cile, dove le recenti elezioni hanno evocato lo spettro di Pinochet, Urgent Fury a Grenada (1983), Just Cause contro Manuel Noriega (Panama 1989), Restore Democracy ad Haiti (1994), le operazioni in Honduras, Nicaragua, El Salvador.
Ma le conseguenze geopolitiche di Absolute Resolve potrebbero essere ancora più ampie. La prospettiva che si apre è un nuovo ordine mondiale, con tre imperi autocratici: USA, Russia, Cina.Ovviamente le ultime due hanno condannato l’azione venezuelana, così come Iran, Cuba, Colombia, Hamas e Hezbollah. Pechino parla di “atto egemonico”, Lavrov di “aggressione armata”, però non sfugge il paradosso di due Paesi che ignorano lo stesso diritto che invocano e ai quali potrebbe convenire un assetto tripolare, con sfere d’influenza contrapposte ma complementari. Gli USA gestiranno il Venezuela “fino alla transizione” e al ritorno delle proprie compagnie petrolifere: un precedente potenzialmente utile per la Russia sull’Ucraina e per laCina su Taiwan, in un’area dove la postura giapponese sta mutando molto e rimane pendente il ruolo della Corea del Nord.
Siamo distanti dagli Usa che abbandonano l’Afghanistan ma anche dalle scelte europee e occidentali sull’Algeria e sulle ex colonie, sulle primavere arabe, sull’Iraq di Saddam e sull’Iran degli ayatollah. E qui veniamo alla domanda: Trump potrebbe colpire Teheran? Su Truth ha minacciato pubblicamente che “se l’Iran ucciderà i manifestanti pacifici, gli Stati Uniti d’America correranno in loro soccorso. Siamo pronti a intervenire, non vediamo l’ora”. E il pretesto c’è: già almeno 50 i morti e feriti, anche se Ali Khamenei distingue tra il dialogo con i “manifestanti” e la repressione dei “rivoltosi”, consapevole che le proteste coinvolgono commercianti, studenti e popolazione impoverita da crollo del rial, inflazione, corruzione e crisi energetica.
Anche qui situazione complessa e traballante. La Guida Suprema accusa USA e Israele (che avverte: “il Venezuela è un monito”) di fomentare i disordini e promette una risposta dura a eventuali azioni straniere. Come in Venezuela, anche qui si combinano interessi petroliferi, difesa della sicurezza e l’abbattimento di un regime dittatoriale in crisi (pare che alcuni militari inneggino alla monarchia). La differenza è che l’Iran non è nel “giardino di casa” degli Usa.





