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Vi racconto la politica economica di Donald Trump

A parte le costanti denigrazioni e le news (più o meno fake) che ne hanno accompagnato ogni decisione, serie ed imparziali analisi della politica economica finora complessivamente perseguita dall’attuale Amministrazione presidenziale statunitense sono rare da trovare.

Nonostante la “resistenza informativa” di una buona fetta del MainStream Media (MSM), il pensiero economico di Trump si è finora mantenuto coerente. Trump è da sempre (dunque, ancora prima di diventare Presidente degli Stati Uniti) aderente alla scuola del nazionalismo economico. Già negli anni ’80 esprimeva la sua personale preoccupazione per l’impatto negativo che la globalizzazione avrebbe avuto sulle industrie americane. Nel 1988, in occasione di una sua partecipazione all’Oprah Winfrey Show, Trump critico’ apertamente la nozione di globalismo economico come motore della crescita nei casi in cui la relazione commerciale fosse asimmetrica (come ad esempio tra Cina e Stati Uniti). Ciò che oggi, a distanza di trent’anni, sta continuando a fare.

Chi l’ha votato due anni fa, dunque, conosceva bene la sua posizione ideologica e probabilmente l’ha fatto per questo. Se venisse meno alle sue promesse, il suo consenso elettorale sicuramente ne risentirebbe. Pertanto, “America First” va considerata una componente indispensabile per la sua permanenza alla Casa Bianca nel 2020.

Un corso base di Trumponomics può essere delineato solo a partire da sue dirette affermazioni (interviste, tweets e piattaforma ufficiale a sua firma). È sconsigliabile, invece, dare importanza ad affermazioni riportate, anche se provenienti da membri o dipartimenti della sua Amministrazione. Il significato della Trumponomics promana da Trump e nessun altro. Tutto il resto può essere da lui ribaltato o rinnegato nei fatti. L’uso di Twitter serve a questo: lasciare un’impronta personale. Questo aspetto, noto a chi lavora a Washington, è una delle principali armi del MSM per diffondere all’estero (soprattutto in Europa) la sensazione di ambiguità nelle politiche presidenziali statunitensi.

La politica economica di Trump è una combinazione di tre strumenti:

NAZIONALISMO ECONOMICO

Trump non può essere definito un protezionista, al massimo (ma con parecchi caveat) un mercantilista. Al contrario del protezionismo che cerca di isolare i mercati interni dalla competizione internazionale, infatti, il mercantilista persegue la crescita della propria economia interna investendo attivamente in essa. Mentre il protezionista è appagato della sua fetta di mercato, che non vuole condividere, il mercantilista non solo vuole mantenere la propria fetta di mercato, ma vuole anche aumentarla a spese dei concorrenti esteri.

Per fare questo, ogni volta che si rende necessario, Trump attacca le società americane che fanno offshoring, ossia delocalizzano le loro attività ad alta intensità di manodopera in luoghi meno costosi all’estero (favorendo la creazione di occupazione in quei paesi), vendendo poi quei prodotti negli Stati Uniti e mantenendo negli Stati Uniti le porzioni di attività ad alta intensità di capitale. Per fare un esempio spesso usato da Trump, se Apple delocalizza la fase di assemblaggio degli iPhone all’estero, ma conserva i progettisti negli Stati Uniti, questo significa che, all’interno degli Stati Uniti sostituisce 10 operai con un solo nuovo designer, e nove americani diventano disoccupati.

I tweet di Trump sono lo strumento più efficace di questa politica. Molti tweets hanno già prodotto risultati con le grandi multinazionali come Ford, IBM e General Motors, “inducendole” a far rientrare negli Stati Uniti progetti per oltre un milione di potenziali posti di lavoro a tempo pieno. Gli economisti lo chiamano il “Trump Effect” nel quale Twitter rappresenta un’enorme leva usata in termini di “bastone e carota”: elogi per chi investe in America, e minacce per chi non lo fa.

 

Esempio di Carota

 

Esempio di Bastone

                                   

 

I liberal lo definiscono ricatto, per qualcun altro invece è un esempio di quanto il potere logori chi non ce l’ha. L’azione di Trump, fondamentalmente, crea concorrenza: le società che decidono di investire negli Stati Uniti ne traggono la migliore pubblicità, ottime aspettative di trattamento favorevole, e presumibilmente profitti; coloro che si rifiutano, un verosimile ostracismo da parte del rinvigorito consumatore, il quale ormai si sta spostando verso una totale avversione al bene importato ritenuto più costoso e soprattutto “poco Americano”.

Un esempio è rappresentato dal negoziato con Lockheed Martin per la riduzione del costo di 379 miliardi di dollari degli F-35. A fronte delle iniziali resistenze da parte della società, Trump, tramite Twitter, ha invitato la rivale Boeing a fornire un’alternativa più economica.

Immediatamente il prezzo dell’azione Lockheed è crollato del 2%.

Nel gennaio 2017, successivamente ad un incontro tra il ceo Marillyn Hewson e Trump, Lockheed Martin ha annunciato la finalizzazione di un contratto che riduceva significativamente il costo dei suoi F-35. Nello statement della compagnia l’importanza dell’intervento del Presidente è stata evidenziata con enfasi.

INVESTIMENTI IN INFRASTRUTTURE

La Trumponomics punta alla prosperità della nazione, al miglioramento dell’efficienza produttiva, e all’aumento della produttività individuale. Uno dei modi più semplici per migliorare la produttività è rendere l’infrastruttura più efficiente. Per questo il piano di investimenti prevede un investimento da 1.5 trilioni di dollari che dovrebbe creare in media 290-414 mila nuovi posti di lavoro nel settore delle infrastrutture in un arco temporale di dieci anni. Tra i principali beneficiari del programma, i lavoratori con un minore livello di istruzione. Nel 2016, il 62% dei lavoratori nel settore infrastrutturale aveva un’istruzione di scuola media superiore (o meno) rispetto al 32% della forza lavoro nel settore non infrastrutturale.

Se ogni azienda e ogni individuo beneficiano di aeroporti efficienti, ponti e strade adeguati, si riducono i costi di trasporto e i tempi di attesa dei prodotti. Inoltre, c’è anche un problema di sicurezza economica. Nel 2013, l’American Society of Civil Engineers ha attribuito all’infrastruttura esistente negli Stati Uniti un rating D+ ritenendo necessaria una spesa di almeno 3,6 miliardi di dollari solo per la manutenzione dell’esistente in termini di strade, ponti, dighe. Un trilione di dollari, dunque, potrebbe non essere sufficiente, ma è un buon inizio.

RIDUZIONE NELLA TASSAZIONE E DEREGOLAMENTAZIONE

Minore tassazione e meno regolamenti sono previsti sia per le grandi aziende, che per gli individui. Aliquote più basse, combinate con incentivi per far rientrare le tesorerie delle multinazionali ed i patrimoni dei c.d. HNWI (High Net Worth Individuals, ossia persone con liquidità superiori al milione di dollari) attualmente detenuti in conti offshore (stimati in soglia minima pari a circa 2,5 trilioni di dollari), sono i fattori che, nell’ottica di Trump, dovrebbero restituire all’economia statunitense la scossa necessaria. Attualmente l’offshoring è giustificato dal fatto che molte società statunitensi subiscono livelli di tassazione interni tra i più elevati al mondo. La fuga è una risposta naturale, dunque. Inoltre, l’America è tormentata da una regolamentazione eccessiva e spesso incomprensibile. La recente Legge Omnibus, per esempio, è comprensibile solo probabilmente a chi l’ha scritta.

Questi tre strumenti vengono impiegati per affrontare i tre mali principali dell’economia statunitense (i dati sono elaborazioni da cifre rilevate presso il Bureau of Economic Analysis del Department of Commerce):

  1. stagnazione economica Il PIL statunitense ha subito un notevole rallentamento dagli anni ‘70, passando dal 4% annuo a circa il 2%. Guardando il PIL pro capite la situazione peggiora. La crescita economica interna, infatti, è sostanzialmente cessata: la media è dello 0,147% annuo dal 2012. Durante la Grande Depressione, la media è stata dello 0,34%, due volte maggiore. Nessuno tra Clinton, Bush ed Obama ha fatto nulla per incentivare la ricchezza pro-capite.
  2. depressione salariale La maggior parte degli americani non riceve un aumento del salario reale da almeno 40 anni. I guadagni reali hanno raggiunto il loro picco nel 1973, e da allora hanno iniziato la loro discesa. La prosperità relativa è il problema da risolvere: se i redditi avessero mantenuto lo stesso ritmo di crescita, oggi una normale famiglia americana guadagnerebbe circa 16.500 dollari in più ogni anno.
  3. disoccupazione endemica (Solo 148 milioni di americani (su 320 milioni) lavorano – molti dei quali part-time, o semplicemente in lavori ben inferiori rispetto al loro grado di istruzione. La disoccupazione è perlopiù involontaria dato che il poter lavorare è molto importante negli Stati Uniti. Ufficialmente, il tasso di disoccupazione è del 5,5%, il che significherebbe un valore assoluto pari ad 8,3 milioni di americani disoccupati. Ma questa è fantasia. Molti siti (tra cui ShadowStats.com) misurano il tasso reale di disoccupazione almeno al 13,3%, equivalente a quasi 23 milioni di americani disoccupati. Inoltre, il tasso di partecipazione alla forza lavoro è solo del 62,7% – il peggiore dal 1977.

 

Una tra le principali critiche rifiutate dall’ottica della Trumponomics è l’essere un modello a somma zero. Spesso, infatti, il pensiero economico liberale propone l’idea che in un rapporto bilaterale quando un paese guadagna economicamente, l’altro perde. La somma è dunque zero.

L’ottica di Trump è differente poichè mantiene sempre una commistione tra componente economica e politica. Anche in un’ottica globalista, in ogni confronto politico, il piu’ potente politicamente toglie spazio al meno potente. I mercantilisti sono contrari alle relazioni commerciali asimmetriche su basi economiche, poiche’ restringe il differenziale di potenza relativa tra i due stati. Se l’America commercia con la Cina e, a causa di questo commercio, l’economia americana cresce dell’1% annuo, mentre la Cina cresce del 4%, gli economisti liberali sono soddisfatti poiché economicamente entrambi i paesi traggono beneficio dallo scambio. Per i mercantilisti, e per Trump, questo è un “bad trade” perché indebolisce relativamente l’America rispetto alla Cina nel medio periodo. Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma per l’uomo comune che usa Google per capirne di più, questo punto di vista non apparirà mai.

Nell’ottica di Trump, la crescita economica di lungo periodo non è causata dal commercio, dall’immigrazione, o dalla crescita della popolazione (componenti di stabilità sistemica, ma non di crescita), bensì da eventi tipo “cigno nero” di Taleb che possano migliorare la tecnologia spostando la frontiera delle possibilità di produzione. Questo è il motivo per cui uno tra i fondamenti della politica di Trump è rappresentato dalla protezione della Proprietà Intellettuale per garantire all’economia statunitense un vantaggio tecnologico relativo mediante dazi su importazioni a valore aggiunto e incentivi su importazioni di materie prime e prodotti tecnologici complementari; contenimento della tassazione su esportazioni a valore aggiunto disincentivando le esportazioni di materie prime (ad esempio, detassando le esportazioni di auto, e tassando le esportazioni di grano); ricerca di nuovi mercati per esportare prodotti tecnologicamente avanzati in cambio di materie prime (ad esempio accordi commerciali per vendere armamenti in cambio di uranio, e non viceversa).

Può sorprendere sapere che per gran parte della sua storia, gli Stati Uniti d’America hanno sposato il nazionalismo economico, in particolare durante il XIX secolo. Sette presidenti hanno basato il loro programma su questo pensiero economico: Washington, Jefferson, Lincoln, Grant, Monroe, McKinley e Teddy Roosevelt. Il nazionalismo economico di Donald Trump non è altro che un seguito di questi periodi storici che molti (non solo repubblicani) considerano essere stati i periodi di crescita e benessere apicale per l’America.

FABIO VANORIO

Fabio Vanorio è un dirigente del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dove ha prestato servizio dal 1990. Dal 2000 ha prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. In aspettativa dal 2014, risiede a New York dove ha in corso progetti di ricerca accademica in materia di economia internazionale ed economia della sicurezza nazionale. Si è laureato in Economia a Roma all’Università La Sapienza, dove ha anche conseguito una specializzazione in Economia e Diritto delle Comunità Europee. Ha due Master rispettivamente in Econometria applicata ed in Finanza ed Assicurazione islamica, quest’ultimo conseguito a Londra. Attualmente scrive per l’Hungarian Defense Review e per l’Istituto di Studi Strategici Nicolò Machiavelli.

DISCLAIMER: Tutte le opinioni espresse sono da ricondurre all’autore e non riflettono alcuna posizione ufficiale riconducibile né al Governo italiano, né al Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale. Laddove il tema è inerente a relazioni internazionali, il testo è stato autorizzato per la pubblicazione dal Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale.

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